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Perché le città decidono di tornare a fare il bagno al fiume?

Perché le città decidono di tornare a fare il bagno al fiume?

In un pianeta che cambia, anche le città in cui viviamo stanno cambiando. “Storie urbane” è una rubrica di Duegradi che serve a conoscere ed esplorare questi luoghi, cercando di immaginare come saranno fatte le città del futuro. Per questo numero ci occupiamo dei fiumi balneabili.

Grafiche di Viola Madau

La grande novità dell’estate parigina è che, dal 5 luglio, è possibile fare il bagno nella Senna. Per più di cento anni (dal 1923), l’inquinamento e il proliferare di batteri ne avevano impedito la balneazione. Solo dopo enormi interventi di risanamento e depurazione delle acque portati avanti dall’amministrazione cittadina è stato possibile tornare a nuotarci.

Nel 2024, i primi a tuffarsi nella Senna erano stati i nuotatori olimpionici (non senza polemiche), con la promessa (poi mantenuta) che dall’anno seguente tutti avrebbero potuto fare il bagno. Far nuotare gli atleti nel fiume è servito a raccogliere i fondi per il suo risanamento, circa 1,4 miliardi di euro, in gran parte ottenuti grazie ai giochi olimpici. Oggi, sono ben tre i siti aperti alla balneazione in città e riscuotono grande successo: Hôtel de Ville, di fronte all’Île de la Cité; Bras de Grenelle, sotto la Torre Eiffel; e Bercy, a est della città.

Parigi non è sola in Europa in questa impresa, alcune città hanno già aperto i propri argini alla balneazione mentre altre sperano di farlo a breve. Ad esempio, la Svizzera è famosa per la cura dei propri fiumi e l’accessibilità della balneazione nelle aree urbane. A Basilea, Zurigo e Berna non si è praticamente mai smesso di nuotare (in alcuni casi solo per brevi periodi negli anni ‘70/’80) e per molte persone è un’abitudine estiva quotidiana. Tanto più che oggi le rispettive amministrazioni hanno costruito punti d’accesso sicuri, bacini e piscine all’interno del fiume che riparano dalla corrente. Lo stesso vale per Vienna e Berlino, in cui diverse strutture permettono di fare il bagno in città. Più a nord, Oslo, Copenaghen e Rotterdam hanno portato avanti enormi investimenti per bonificare canali e vecchi porti in disuso, che solo trent’anni fa erano aree industriali inquinatissime.

Salta all’occhio come la maggior parte degli esempi provenga dal nord Europa e magari da città nell’entroterra. Cosa ne è dei paesi mediterranei? Per ora non sembrano altrettanto coinvolti, forse per la relativa vicinanza di molte città con il mare.

Infatti, anche in Italia sono in pochi a pensarci. Solo una città si è apertamente interessata al caso parigino: Roma. Il sindaco Roberto Gualtieri si sarebbe detto favorevole a un progetto che rendesse balneabile il Tevere. La sua amministrazione si sta spendendo molto per riqualificare le banchine, e Gualtieri potrebbe proporre il risanamento del tratto urbano del fiume durante la prossima campagna elettorale, nel 2027.

Fare il bagno in città: ma è davvero una novità?

La risposta è no. Tempo fa era normale, poi, crescente inquinamento, scarichi non controllati e maggior consapevolezza dei rischi batterici hanno impedito la balneazione per molto tempo. Ad esempio, a Parigi si nuotava fino ai primi decenni del ‘900, si svolgeva addirittura una gara annuale: la traversata della città a nuoto. Roma, invece, ha interdetto la balneazione dopo gli anni ‘50. Basti pensare che ne “La storia”, il romanzo di Elsa Morante ambientato durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, Useppe, il protagonista, va tranquillamente a farsi il bagno al Tevere accompagnato dal proprio cane.

Ma quindi? Perché abbiamo smesso? Prima di tutto, durante lo sviluppo industriale europeo a cavallo tra ‘800 e ‘900, non c’era grande consapevolezza ambientale, e spesso scarichi non trattati sfociavano direttamente nei fiumi. Il boom del secondo dopoguerra aggravò questa condizione, tanto che molte città proibirono l’accesso ai propri fiumi e si diffuse la convinzione che le acque fluviali urbane fossero malsane. In secondo luogo, in molti casi le acque reflue domestiche venivano gettate direttamente nei fiumi, senza alcun tipo di depurazione. L’aumento del traffico fluviale e l’urbanizzazione delle sponde furono altri due fattori che contribuirono al problema.

A partire dagli anni ‘20 fino agli anni ‘70 si moltiplicarono i divieti di balneazione e molti fiumi vennero addirittura dichiarati “biologicamente morti”, che significa che nessuna forma di vita animale vi sopravviveva più. Il più famoso fu il Tamigi, dichiarato tale dalle Nazioni Unite nel 1957, e che oggi, per fortuna, vede un grande miglioramento.

I rischi di un’acqua malsana

I rischi di fare il bagno in un’acqua malsana sono diversi: ci sono quelli microbiologici, cioè derivanti da batteri, virus e altri agenti patogeni presenti nell’acqua. Il rischio più famoso e temuto è quello di contrarre la leptospirosi, un’infezione che nella maggior parte dei casi è simile a un’influenza, ma che può rivelarsi anche molto grave. Il batterio che la causa è solitamente veicolato dai roditori, tramite le urine, che poi contaminano l’acqua.

Poi ci sono i rischi legati ad inquinanti chimici, come metalli pesanti, solventi e diossine accumulati nel corso dei decenni. La loro presenza ha spesso contribuito ai divieti di balneazione, anche se non sono così pericolosi nel breve termine. È piuttosto un’esposizione regolare e prolungata a rendere queste sostanze dannose. I disturbi più gravi (patologie cardiache, renali, problemi cognitivi) sono di solito associati all’esposizione tramite l’acqua potabile, mentre i rischi della balneazione non sono granché documentati.

Insomma, un tuffo o due non dovrebbero fare così male ma, se decidete di iniziare a fare il bagno tutti i giorni dell’anno, potrebbe diventare un problema. In compenso gli inquinanti chimici sono estremamente dannosi per gli animali acquatici e l’ecosistema del fiume.

Un problema molto frequente, e legato al primo tipo di rischio, è quello degli sfioratori (o scolmatori) fognari. In sostanza, nella maggior parte delle città europee, gli scarichi di acqua piovana e quelli domestici confluiscono in un’unica condotta. In condizioni normali tutto finisce al depuratore. In caso di forti piogge, invece, il sistema può arrivare a saturazione e attivare gli sfioratori: degli scarichi che immettono nel fiume le acque in eccesso senza alcun tipo di trattamento. Così facendo, grandi quantità di feci finiscono nei fiumi, un grosso problema per la salute dei bagnanti, e uno dei primi che diverse città hanno dovuto risolvere per portare avanti i propri progetti.

Come tornare a nuotare nelle città?

Una direttiva europea del 2006 ha stabilito quali siano i parametri che rendono le acque balneabili. La legge europea divide in acqua dolce e marina, e fa particolare attenzione ai rischi microbiologici, quelli legati ai batteri, alle acque reflue e al rifiuto organico che finisce nel fiume. L’Unione europea stabilisce due indicatori che valutano la salubrità di un fiume: la presenza di enterococchi e di escherichia coli in 100 ml d’acqua. Entrambi sono presenti nelle feci animali (comprese quelle umane) e possono essere causa di infezioni e malattie di diversa gravità. In sostanza, prima di nuotare in un fiume, è bene chiedersi quante feci ci finiscano dentro. La soglia massima è di 330 unità formanti colonie (CFU — l’unità di misura delle colonie batteriche) di enterococchi e 900 CFU di escherichia coli per 100 ml d’acqua. Se questi livelli vengono superati, il fiume non è balneabile.

Proprio questi due valori sono quelli che vengono monitorati costantemente alla baignade (“il bagno”, in francese) parigina. Per abbassarli è stato investito quasi un miliardo e mezzo di euro in impianti di sanificazione dell’acqua, nella separazione degli scarichi per l’acqua piovana e per quella domestica e nella creazione di un grande bacino di stoccaggio sotterraneo. Gli ultimi due interventi sono serviti a sbarazzarsi del sistema degli sfioratori fognari, evitando che la saturazione dei canali facesse defluire l’acqua non trattata (e quindi feci) direttamente nella Senna. Inoltre, molti impianti di scolo degli edifici vicini alle sponde e delle barche ormeggiate non erano collegati correttamente al sistema fognario e la loro sistemazione ha impegnato l’amministrazione per tutto il 2024.

Insomma, ripulire un fiume richiede molti interventi costosi, ma nulla che si possa dire rivoluzionario. Molte città l’hanno già fatto, i modelli da seguire ci sono ed è certo che, se ben curata, la balneazione urbana abbia grande successo. A testimoniarlo ci sono le cifre della baignade sulla Senna: a fine agosto, a due mesi dall’apertura, si contavano quasi 100.000 bagnanti.

Perché Roma dovrebbe spendere milioni di euro in un fiume balneabile?

Diversi gruppi di urbanisti e attivisti sostengono che i fiumi siano degli spazi urbani poco valorizzati, con un grande potenziale di migliorare la vita cittadina. Considerati luoghi malsani o, in certi casi, discariche per immondizia e liquami, i corsi d’acqua urbani sono un’enorme ricchezza. Infatti, di fronte alle crescenti temperature estive e alle sempre più frequenti ondate di calore, un Tevere, una Senna, una Sprea (Berlino) balneabili possono rivelarsi preziose fonti di refrigerio per chi resta in città d’estate. Soprattutto per chi non può permettersi delle vacanze ad agosto e non può sfuggire al caldo opprimente dell’effetto isola di calore.

L’associazione Swimmable Cities (traducibile in “città balneabili”), nata con lo scopo di sensibilizzare le persone a questo tema, propone uno statuto della città balneabile. Sostiene, tra gli altri, il diritto a nuotare e alla salute psicofisica che ne deriva, il rispetto della natura, la creazione di una cultura del nuoto in città e l’apertura a nuove possibilità economiche. La carta di Swimmable cities è stata firmata da studi di architetti e urbanisti, da svariate associazioni locali e da diverse città in tutto il mondo, tra le quali Imola e… rullo di tamburi… Roma!

Che ne è dell’unica grande città italiana che sta pensando (forse) di imitare il nord Europa? Per prima cosa c’è da dire che la realtà del Tevere è piuttosto complicata e che solo la riqualificazione del lungofiume sta richiedendo grandi sforzi da parte dell’amministrazione locale. Inoltre, l’ARPA Lazio (l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, ogni regione italiana ne ha una) monitora molto poco la qualità dell’acqua dentro i confini romani. Cosa che, da un lato, dimostra che c’è un certo disinteresse verso la questione e che, dall’altro, lascia dubbi e incertezze sullo stato del fiume.

Lo studio approfondito più recente è stato realizzato dall’organizzazione ecologista A Sud nel 2021. Il progetto RomaUp, un monitoraggio ambientale partecipato, si è appoggiato sulla disponibilità dei cittadini a raccogliere campioni d’acqua in diversi punti della città. I risultati evidenziano che, in quanto a rischi microbiologici, nel Tevere si nuota in cattive acque: nelle diverse stazioni sono stati registrati picchi di 2.000, fino a 44.000 CFU/100ml di escherichia coli, a fronte di un limite di 900. Su questo punto, è probabile che la condizione del Tevere non sia cambiata negli ultimi anni e che quindi ci sia molto da lavorare prima di poter imitare Parigi, come desidererebbe il sindaco Gualtieri.

Tutti i romani conosceranno la tradizione del tuffo nel Tevere di “Mister Ok”. Ogni primo gennaio Mister Ok si tuffa nel Tevere dal ponte Cavour per inaugurare il nuovo anno. Il primo a farlo è stato Rick de Sonay, che ha iniziato la tradizione nel 1946, continuata poi da un bagnino di Ostia e arrivata oggi alla sua terza generazione. Ogni anno Mister Ok è l’unico che, per scaramanzia e per festeggiare, è autorizzato a farsi un breve bagno nel fiume capitolino, ma non è escluso che di qui al 2032 tutti possano farsi un tuffo. Probabilmente, l’obiettivo di ripulire il Tevere entro questa data sarebbe un buon investimento. Prima di tutto migliorerebbe la salute dell’ecosistema fluviale e, secondo, potrebbe rivelarsi un bellissimo progetto per la salute, il benessere e il divertimento della comunità.

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