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Groenlandia: il destino dei ghiacci si sta ribaltando?

Groenlandia: il destino dei ghiacci si sta ribaltando?

La calotta della Groenlandia si sta avvicinando a una soglia critica di fusione, che innescherà un circolo vizioso irreversibile. Un antico vichingo di nome Erik ne sarebbe forse stato contento. Noi, un po’ meno.

Visuals di Luca Montualdista

Anno 988

Dopo un lungo viaggio nelle acque tempestose del Nord Atlantico, il vichingo Erik il Rosso approda in Islanda con un’allettante proposta per i suoi compatrioti. Erik è stato esiliato dall’Islanda tre anni prima per omicidio, e in quell’esilio ha raggiunto una terra misteriosa che altri vichinghi hanno già tentato di colonizzare, senza successo. Propone di salpare insieme verso questa nuova isola, che descrive come rigogliosa e ospitale, tanto da meritarsi il nome norreno Grønland — “terra verde”. Certo, la Groenlandia godeva a quel tempo di un clima un po’ più mite rispetto al passato, ma non era sicuramente la distesa di pascoli che Erik decanta per attirare coloni. Qualche ingenuo potrebbe chiamarla bugia. Erik avrebbe detto: marketing.

Dobbiamo immaginarci la Groenlandia attorno all’anno 1000 molto simile a com’è oggi: coperta per l’80% da una colossale calotta glaciale, la seconda più estesa al mondo dopo quella antartica. Dopotutto, la calotta è una struttura che esiste da almeno 2,6 milioni di anni e oggi ha uno spessore medio di 1,6 km. Nel corso dei secoli ha subito variazioni per via di fluttuazioni naturali del clima, ma non ha mai smesso di dominare il paesaggio.

Eppure Erik riuscì nel suo intento. Seguito da 25 navi, tornò in Groenlandia e i pochi coloni che arrivarono illesi si insediarono sulla costa meridionale, in una delle poche zone libere dal ghiaccio. I vichinghi sopravvissero lì per circa quattro secoli, finché un nuovo periodo freddo – la cosiddetta Piccola Era Glaciale – rese impossibile la già difficile esistenza in quelle terre, e scomparvero per mancanza di cibo e risorse.

L’esistenza di un tipping point

La calotta groenlandese, come mostra anche la storia dei coloni vichinghi, ha sempre conosciuto variazioni di spessore ed estensione, dovuti all’alternarsi di periodi glaciali e interglaciali. Ma quello che i dati scientifici rivelano è qualcosa di più inquietante: in un passato ancora più remoto rispetto a Erik il Rosso, ci sono stati periodi durante i quali la calotta si è quasi completamente fusa. Ad esempio 400.000 anni fa, quando il livello del mare era più alto di 6-13 metri rispetto a oggi. La cosa notevole è che la temperatura media globale di allora non era poi così diversa da quella attuale: solo 1,5-2°C in più rispetto al periodo pre-industriale. Esattamente il limite fissato dall’Accordo di Parigi per contenere il riscaldamento globale. Il ghiaccio, d’altronde, è sensibile anche a variazioni minime: mezzo grado può fare la differenza, se ci si trova già vicini allo zero. Oggi siamo molto vicini a quella soglia di 1,5°C, ma la differenza rispetto a 400.000 anni fa è che la causa siamo noi.

Figura: “Estensione della calotta glaciale groenlandese oggi rispetto a 400.000 anni fa, quando si è fusa quasi completamente.”

Il fatto che la calotta si mostri così sensibile a variazioni di pochi gradi, o addirittura decimi di grado, è rivelatore di quella che gli scienziati chiamano “dinamica di tipping”. Il tipping point (letteralmente, “punto di ribaltamento”) è una soglia critica. Normalmente, a un certo innalzamento di temperatura corrisponde una relativa diminuzione della massa di ghiaccio. Questo è vero fino a che non si supera il tipping point: oltre questa soglia, anche un piccolo aumento di temperatura può innescare cambiamenti sproporzionati e molto rapidi nello stato della calotta. Un po’ come la goccia che fa traboccare il vaso, solo che qui le conseguenze si misurano in metri di innalzamento del mare. Una cosa importante da sapere è che il tipping point è anche un punto di non ritorno, perché la fusione della calotta sarebbe irreversibile su scale temporali umane. La ricrescita del ghiaccio richiederebbe concentrazioni di CO2 sotto i livelli pre-industriali per decine di migliaia di anni.

Il tipping point cambia le carte in tavola rispetto a quello che eravamo abituati a pensare fino a poco tempo fa. Sappiamo per certo che, indipendentemente da quanta CO2 sarà emessa nei prossimi anni, il livello del mare è destinato ad aumentare da qua al 2100. In tutto ciò, lo scioglimento della calotta groenlandese potrebbe contribuire fino a 13 cm all’innalzamento dell’oceano globale, nello scenario più pessimistico. Su scale di tempo più lunghe però, se venisse raggiunto un tipping point, la fusione totale della calotta porterebbe a un contributo totale di 7 metri. Per dare un’idea, in Italia le città di Ravenna, Venezia e Ferrara verrebbero sommerse.

Un ciclo che si autoalimenta

Come si potrebbe innescare una risposta così brusca e, soprattutto, irreversibile? La risposta sta in un meccanismo di circolo vizioso. Con l’aumento delle temperature, il ghiaccio comincia a fondersi e la calotta si riduce in altezza. Scendendo di quota, la superficie si trova esposta a temperature ancora più alte, e quindi si scioglie ancora di più. È un processo che si autoalimenta: una volta avviato, è difficilissimo fermarlo. Al di sotto di uno spessore critico, il collasso procederebbe inevitabilmente anche se le temperature globali tornassero a scendere.

Il collasso completo della calotta potrebbe avvenire in un arco di tempo tra i 1.000 e i 10.000 anni, a seconda degli scenari di emissione di gas serra. Sembra un’eternità, ma in termini geologici è un battito di ciglia. Ed è un tempo relativamente breve anche per l’evoluzione umana: 1.000 anni, tutto sommato, è lo stesso tempo che ci separa da Erik il Rosso.

C’è già qualche segnale che ci stiamo avvicinando al tipping point della Groenlandia. La calotta tra il 2010 e il 2022 ha perso 200 km3 di massa all’anno: praticamente, come se ogni anno si sciogliesse il volume equivalente di quattro laghi di Garda. Si tratta del ritmo di perdita più rapido stimato negli ultimi 12.000 anni. Inoltre, dagli anni ‘50 c’è stato un aumento di eventi estremi in cui il ghiaccio si scioglie, sia in termini di intensità che di frequenza.

Figura: “Ricostruzione delle anomalie di temperatura nell’Artico negli ultimi 1000 anni”

Tutto questo è anche legato al fatto che l’Artico si sta scaldando più velocemente rispetto alla media globale. Oggi, alcune regioni della Groenlandia sono più calde di quanto non lo siano mai state da almeno un millennio a questa parte.

Anno 3025

Erik il Rosso si sveglia da un lungo sonno. Ne è passato di tempo da quella volta che, dando la caccia a una foca, è caduto nel crepaccio di un ghiacciaio. Non riesce a ricordare molto: la caduta, un dolore alla gamba, e poi solo freddo e buio.

Quanto tempo è passato? Ore? Giorni? Sente il rumore dell’acqua che scorre — strano, non è primavera. Dopo svariati minuti riesce faticosamente a muovere la testa di qualche millimetro. Il ghiaccio attorno a lui si sta sciogliendo; intravede qualche filo d’erba. È tutto così diverso dal momento in cui i ghiacci lo avevano inghiottito. Gli sembra quasi di aver dormito per secoli.

La terra verde delle sue promesse sta diventando realtà. Degli altri uomini, però, non è rimasto più nessuno.

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