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A tavola con il cambiamento climatico… a Strasburgo: giovani e agricoltura in un clima che cambia

A tavola con il cambiamento climatico… a Strasburgo: giovani e agricoltura in un clima che cambia

Duegradi va all’European Youth Event (EYE) per raccontare di cosa si parla quando si parla di clima e affini dentro e fuori al Parlamento Europeo, fra voci politiche, della società civile, dell’attivismo, e, certamente, della gioventù. Nel secondo articolo, parliamo di agricoltura, giovani e cambiamento climatico per un’edizione speciale di “A tavola con il cambiamento climatico”

Illustrazioni di Martina Spinelli

A tavola con Rural Youth Europe

In quest’edizione speciale di “A tavola con il cambiamento climatico” scriviamo dall’EYE 2025 a Strasburgo. Apparecchiamo qui la nostra tavola virtuale invitando Rural Youth Europe (RYE), organizzazione non governativa europea per la gioventù rurale.

Come per le donne, quando pensiamo a chi produce il cibo che mangiamo, probabilmente non ci viene in mente una persona giovane. Allora chi scrive ha pensato, perché non esplorare la relazione fra il cambiamento climatico e chi da giovane decide di rimanere nelle aree rurali e lavorare nell’agricoltura?

Quello che città non è

Il binomio campagna-città è un topos non solo letterario ma anche político. Anche quando si parla di azione climatica si concentra spesso l’attenzione sulle aree urbane. D’altronde, entro il 2050 il 70% della popolazione mondiale vivrà in città. Se prendiamo l’Europa poi, l’Unione Europea è una delle aree più urbanizzate del mondo. In questo scenario, cosa resta di chi resta fuori dalle città?

Tutto quello che città non è sta invecchiando, e lo fa più rapidamente del resto dell’UE. Eppure c’è chi ci continua a vivere. Le aree rurali sono casa per un quarto della popolazione UE, e di quasi 1900 milioni di giovani fra i 15 e i 24 anni – anche se metà rispetto alla cifra del 2013-19, e 5.881 milioni nella fasciai 25 – 44 anni.

Sono persone con idee, dubbi, speranze, aggravate però da tassi di occupazione minori e meno opportunità. E, nelle aree rurali, i giovani sono particolarmente esposti agli effetti del cambiamento climatico. Fra questa gioventù, chi si dedica all’agricoltura rappresenta un quinto della forza lavoro nel settore. Eppure solo il 12% di tutte le aziende agricole sono gestite da persone sotto i 40 anni – e di queste solo il 3% sono giovani donne.

Come risponde l’UE? La politica agricola comune (PAC) include il ricambio generazionale tra i 44 indicatori di risultati con l’obiettivo di supportare l’instaurarsi di 377.000 giovani agricoltrici e agricoltori. Ma, come dimostrano i dati, c’è ancora strada da fare dalla teoria alla pratica.

Inoltre, le giovani agricoltrici e agricoltori sono più propense ad adottare pratiche agricole sostenibili, necessarie per l’adattamento e la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico sulla produzione agricola, e viceversa. L’età è un fattore determinante nell’adozione dell’agricoltura biologica, e le nuove generazioni hanno un ruolo positivo nel supportare lo sviluppo di pratiche di agricoltura conservativa. Al contrario, la sostenibilità tende a diminuire in aziende gestite da persone più anziane, forse per la propensione ad applicare approcci più tradizionali.

Con Anja Fortuna, Programme Manager di RYE, abbiamo discusso proprio del ruolo, delle sfide – climatiche e non, e dell’approccio dei giovani e delle giovani rurali in agricoltura nell’Unione Europea.

L’intervista

Anja, pensi che ci sia una differenza nell’essere un giovane agricoltore o agricoltrice oggi, in relazione al cambiamento climatico, sia per quanto riguarda gli effetti che i metodi agricoli usati?

Sì, sicuramente. Innanzitutto ci sono gli effetti negativi, come la siccità o la grandine, che colpiscono l’agricoltura. Questo rende imprevedibile un settore già incerto. Già oggi, per un giovane agricoltore è difficile ottenere un prestito. Le banche sanno che si tratta di un settore rischioso, dove non puoi sapere con certezza quale sarà il raccolto annuale. Può sempre arrivare una grandinata, una siccità o altri eventi estremi.

Dall’altro lato, però, i giovani agricoltori sono anche consapevoli che alcuni metodi agricoli possono avere un impatto negativo sul clima. A RYE lavoriamo per lo più con chi proviene da aziende familiari, non da grandi conglomerati industriali che sfruttano il suolo e i lavoratori. Lavoriamo con giovani che vivono a stretto contatto con la terra e con gli animali – per loro è uno stile di vita, non solo un modo di guadagnare. Sono persone profondamente legate ai cicli naturali e attente al benessere animale.

Per questo stanno cercando di adottare pratiche più sostenibili. Inoltre, sono più esperte di tecnologia: conoscono strumenti che permettono di ridurre l’impatto ambientale, come sensori e sistemi digitali per usare meno acqua o meno pesticidi. Quindi utilizzano la tecnologia per proteggere la natura.

Tuttavia, è importante che non siano solo gli agricoltori a portare questa responsabilità. Spesso la società e la politica chiedono profondi cambiamenti al settore agricolo ma molto meno ad altre industrie. Inoltre, quando si parla di chi produce, i grandi cambiamenti dovrebbero essere richiesti prima alle grandi aziende agricole industriali, e poi a quelle familiari.

Come pensi che l’Unione Europea possa supportare meglio la gioventù agricola che lavora in aziende familiari e adotta pratiche sostenibili?

L’UE sostiene già l’agricoltura sostenibile tramite la PAC e i relativi fondi. Quindi, da un lato ci sono finanziamenti. Ma considerando il numero di aziende e la necessità di una transizione sostenibile, i fondi non bastano.

Un altro problema è che l’UE deve garantire anche la sicurezza alimentare, e quindi sostenere le pratiche agricole che assicurano sufficiente produzione, accessibile e di qualità. Certo, a livello globale si produce abbastanza cibo ma l’Europa deve comunque garantire la propria autosufficienza.

Hai parlato di mancanza di fondi ma sappiamo che una buona parte del budget UE va proprio alla PAC. Secondo te, perché questi fondi non arrivano efficacemente agli agricoltori?

Ci sono aziende molto grandi che ricevono una parte consistente dei fondi, ma in generale il denaro non va solo a chi si dedica all’agricoltura: serve anche a mantenere bassi i prezzi per chi consuma.

Nel sistema agroalimentare, l’agricoltura è l’anello più debole. Prendiamo come esempio il latte: se si guarda al prezzo di vendita in negozio e poi alla porzione che ritorna a chi lo produce, è chiaro che il sistema sia sbilanciato. Occorre dare peso agli agricoltori, renderli attori centrali.

Hai qualche proposta di riforma?

In questo momento stiamo partecipando alle negoziazioni del Quadro Finanziario Pluriennale e alla riforma della PAC. Sosteniamo i pagamenti diretti agli agricoltori e alle agricoltrici, ma anche quelli legati ad azioni positive per l’ambiente. Inoltre, chiediamo che la PAC sia meno burocratica e più semplice, così che chi fa agricoltura possa dedicarsi alla sua oro attività, non solo alla burocrazia.

Nella visione dell’UE per l’agricoltura si parla molto di ricambio generazionale. Quali politiche servono per rendere le aree rurali più attrattive per i giovani, anche in ottica sostenibile?

Servono due tipi di politiche: da un lato i fondi per l’agricoltura, dall’altro quelli per lo sviluppo rurale. Le aree rurali devono essere vivibili, con infrastrutture, servizi, scuole, opportunità di lavoro, trasporti, e anche attività ricreative. Non si può lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza vita sociale.

Inoltre, l’agricoltura deve garantire un reddito dignitoso. Se si divide il tempo di lavoro con il reddito disponibile, è spesso tra i mestieri meno retribuiti.

Infine, è importante migliorare l’immagine di chi coltiva: spesso il termine “contadino/a” viene usato in modo dispregiativo, mentre si tratta di persone motivate, istruite e fondamentali per la società.

Grazie Anja.

Investimenti

In un’Europa che invecchia e si urbanizza sempre più, sostenere le giovani e i giovani che scelgono di restare nelle aree rurali significa anche investire in un modello di produzione agricola sostenibile, tecnologicamente avanzato e rispettoso dell’ambiente.

Tuttavia, come ci ha ricordato Anja Fortuna, i giovani agricoltori non possono essere lasciati soli a portare questa responsabilità. Serve un cambiamento sistemico, dalle politiche europee e alla società intera: redistribuzione più equa dei fondi PAC, maggiore riconoscimento del ruolo degli agricoltori e delle agricoltrici, benessere nelle aree rurali. E serve anche una narrazione nuova, che restituisca dignità e centralità a chi lavora la terra.

Articolo finanziato dall’Unione Europea. I punti di vista e le opinioni espressi sono tuttavia quelli dell’autrice e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione Europea o del Parlamento Europeo. Né l’Unione Europea né il Parlamento Europeo possono esserne ritenuti responsabili.

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  • Verdiana è attualmente in Perù per un servizio civile presso la FAO, dove segue progetti di sviluppo rurale e azione climatica. In passato si è occupata di politiche europee e sistemi alimentari.

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