Gli anni d’oro dell’attivismo climatico
Illustrazioni di Francesca Romani
La popolarità del dibattito climatico
L’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, voluto dall’amministrazione Trump nel 2017, ebbe l’effetto di rendere più popolare ed ampio il dibattito internazionale sulla questione ambientale. Lo scalpore suscitato dalla decisione statunitense stimolò in tutto il mondo l’attenzione della pubblica opinione verso le azioni anche degli altri Stati, e rinvigorì le proteste popolari contro la sempre più evidente inazione dei governi.
Una moltitudine di organizzazioni ambientaliste, dalle più note WWF, Greenpeace e Sierra Club, alle più giovani Avaaz, 350.org e Sunrise Movement, diffusero la conoscenza in merito ai cambiamenti climatici e organizzarono una moltitudine di eventi e manifestazioni di protesta: così alla Giornata Mondiale della Terra si affiancarono nel tempo altre iniziative a cadenza annuale tra le quali il Global Day of Action, il Earth Hour, la March for Science.
Sempre più spesso queste iniziative furono animate da milioni di giovani che si presentavano con visi sorridenti decorati da strisce colorate e riempivano le piazze con variopinti cartelli preparati alla bell’e meglio. Questo contribuì a cambiare la percezione comune sui manifestanti per il clima, che vennero sempre più visti come giovani impegnati socialmente invece di facinorosi potenzialmente inclini al disordine e al vandalismo.
Il fenomeno Greta Thunberg
In questo contesto a Stoccolma, la città dove nel 1972 si era svolta la prima Conferenza ONU sull’ambiente umano, il 20 agosto 2018 Greta Thunberg, una ragazzina di 15 anni seriamente preoccupata per il caldo torrido di quell’estate che aveva scatenato numerosi incendi nei bellissimi e rigogliosi boschi svedesi, invece di recarsi a scuola si diresse con la sua bicicletta alla sede del Parlamento. Vestita semplicemente con una felpa blu, perfettamente in tinta col colore delle sue scarpe da ginnastica, si sedette sul selciato rannicchiandosi con la schiena appoggiata al muro dell’austero palazzo.

Con un’espressione triste e corrucciata rimase lì, tutta sola, stretta tra il suo zaino fucsia su un lato ed un grosso cartello sull’altro. Le parole “skolstrejk för KLIMATET”, cioè “sciopero scolastico per il CLIMA”, campeggiavano sul cartello, davanti al quale Greta mise una pila di volantini trattenuti da una piccola pietra per impedire che la brezza di quella mattina li facesse volare via. Su quei fogli di carta aveva scritto le ragioni della sua protesta:
Noi ragazzi il più delle volte non facciamo quello che ci dite di fare. Facciamo come fate voi. E visto che a voi adulti non importa nulla del mio futuro, non lo farò nemmeno io. Mi chiamo Greta e frequento la prima superiore. E mi rifiuto di andare a scuola per il clima fino alle elezioni politiche svedesi.
La sede del Parlamento è un posto molto frequentato a Stoccolma: a quell’ora, come ogni giorno, decine di persone percorrevano in fretta la zona pedonale della città dirette al lavoro, spesso immerse nei loro telefonini, ma la presenza di Greta Thunberg non passò inosservata. Qualcuno si ferma e le si avvicina, e a chi le chiede perché non sia a scuola risponde: “Sono troppo giovane per votare. Ma la legge svedese prevede che io vada a scuola. Quindi lo faccio per far sentire la mia voce e attirare l’attenzione dei media sulla crisi climatica”. In Svezia mancavano solo due settimane alle elezioni politiche, e Greta aveva pensato in questo modo di spostare l’attenzione degli elettori sulla crisi climatica. Ed in effetti i post su Facebook e Twitter che la ritraggono con il suo cartello e parlano della sua iniziativa ottennero oltre 20.000 like in un giorno solo.
La mattina seguente Greta tornò nello stesso punto e la scena si ripeté, ma quel giorno altre persone si sedettero accanto a lei per sostenere la sua protesta. Arrivò un giornalista, poi un altro. Anche un parlamentare andò ad ascoltare le sue ragioni. Il supplente di una scuola le si sedette vicino e spiegò ad una giornalista: “Credo che la sua iniziativa sia azzeccata. Se gli adulti hanno intenzione di deludere i ragazzi riguardo la crisi climatica, allora i ragazzi hanno il pieno diritto di deludere gli adulti saltando la scuola”. Incoraggiata da questi primi successi, Greta continuò la sua originale protesta tutti i giorni di scuola fino alle elezioni politiche svedesi. La sua foto comparve sulle prime pagine dei giornali nazionali, ma presto si iniziò a parlare della ragazzina svedese anche sui media esteri.
Il movimento Friday for Future
Dopo le elezioni, Greta tornò regolarmente a scuola, ma la sua battaglia contro il cambiamento climatico non finì così. Ispirata dalle marce dei venerdì che negli Stati Uniti gli studenti avevano iniziato a fare da qualche mese, per protestare contro le sparatorie nelle scuole, riuscì a convincere i suoi compagni di scuola a manifestare ogni venerdì. Incredibilmente nel giro di due mesi queste manifestazioni si espansero in tutto il mondo. Era nato il movimento Fridays for Future (FFF).
La crescente notorietà di Greta spinse Climate Justice Now, una associazione ambientalista inglese, ad organizzare la sua partecipazione alla COP del 2018, che si tenne a Katowice, in Polonia, dal 2 al 14 dicembre. Il discorso che pronunciò durante la sessione plenaria della Conferenza, in cui in modo pacato ma molto duro accusò i potenti del mondo di non fare abbastanza per il clima, venne trasmesso da tutte le televisioni del mondo e la consacrò definitivamente come paladina della lotta ai cambiamenti climatici. Nel 2019 in molti Paesi occidentali studenti liceali e universitari cominciarono ad organizzare manifestazioni di protesta ispirati dal suo esempio. Greta, che venne spesso invitata a partecipare, a febbraio si recò a Bruxelles per affiancare i ragazzi di Youth4Climate e poi a Parigi per un School Strike for Climate. Il mese dopo a Stoccolma fu alla testa di una manifestazione svedese organizzata in concomitanza con altre 2200 in 128 diversi Paesi che mobilitarono complessivamente oltre un milione di ragazzi: i manifestanti portarono cartelli con slogan come “Non c’è un pianeta B”, “Guarda il tuo Rolex, è il tempo della rivolta” e “Non puoi acquistare un nuovo pianeta durante i saldi”.

In quell’anno la popolarità di Greta sembrò inarrestabile. Supportata da Luisa Neubauer, una attivista con alle spalle una lunga esperienza in One Campaign conosciuta in occasione della COP polacca, venne invitata a parlare al World Economic Forum a Davos, dove senza mezzi termini illustrò i pericoli del cambiamento climatico mettendo a tacere una sala piena di leader mondiali del settore finanziario, politico e mediatico; poi venne invitata anche al Parlamento Europeo a Strasburgo, dove provocò l’assemblea dicendo: “Voglio che vi facciate prendere dal panico e che vi comportiate come se la vostra casa fosse in fiamme”; e infine al Climate Action Summit dell’ONU a New York, dove arrivò dopo una traversata dell’oceano durata 14 giorni sul modernissimo yacht a vela del principe di Monaco Pierre Casiraghi, in cui in un infervorato intervento, dove traspare una reale sofferenza, quasi urla le parole:
Io non dovrei essere qui. Dovrei essere a scuola, dall’altra parte dell’oceano. Eppure venite da noi giovani a parlare di speranza? Come osate?! Mi avete rubato i sogni e l’infanzia con le vostre parole vuote. E io sono una delle più fortunate. Le persone stanno soffrendo. Le persone stanno morendo. Interi ecosistemi sono al collasso. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto quello di cui parlate sono i soldi e le favole dell’eterna crescita economica. Come osate?! […] Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi. E se scegliete di deluderci, vi dico che non vi perdoneremo mai! Non ve la faremo passare liscia. Qui, ora, è dove tracciamo questa linea. Il mondo si sta svegliando. E il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no.
Qualche settimana dopo queste parole, gli USA di Trump formalizzarono all’ONU l’uscita dall’Accordo di Parigi.
Il movimento Extinction Rebellion
Parallelamente all’ascesa di Greta Thunberg come icona della lotta ai cambiamenti climatici e al fenomeno dei Fridays For Future, emerse un movimento di lotta, Extinction Rebellion (XR), i cui attivisti sono stati talvolta inquadrati come i “fratelli arrabbiati” dei ragazzi di FFF. I suoi membri spesso provengono dall’attivismo ambientalista e sociale che si ispira all’approccio non violento di Gandhi e alle pratiche di lotta già sperimentate da Occupy, il celebre movimento di protesta internazionale rivolto soprattutto contro la disuguaglianza economica e sociale. Diversamente da FFF, XR coinvolse persone di tutte le età ma comunque non si pose in contrapposizione con FFF.
XR si formò in Gran Bretagna nel corso del 2018 dall’iniziativa di due attivisti ambientali, Roger Hallam e Gail Bradbrook, che volevano adottare forme di protesta più eclatanti rispetto alle solite marce ambientaliste. Questo movimento nacque infatti dalla considerazione che le campagne ambientaliste classiche non hanno portato ad alcun cambiamento, e che quindi fosse necessario adottare una nuova strategia, più radicale. I suoi fondatori hanno fatto tesoro degli insegnamenti del saggio “Why Civil Resistance Works” di Erica Chenoweth e Maria Stephan in cui lo studio della storia delle proteste sociali non violente dal 1900 in poi, ha permesso di individuare i fattori chiave che hanno portato al successo o al fallimento. Da questa attenta preparazione è derivata una precisa strategia che comporta rigorosamente l’impegno alla non violenza, l’attenzione ai problemi sistemici piuttosto che alla “colpevolizzazione” degli individui, ma anche una pianificazione delle manifestazioni di protesta in cui uno degli obiettivi può arrivare ad indurre le forze dell’ordine ad arresti di massa dei manifestanti per massimizzarne l’impatto mediatico. XR si rivolge quindi a giovani e adulti con una tale motivazione da essere disposti persino a rischiare conseguenze legali per le loro azioni.
XR ha tre obiettivi esplicitamente dichiarati: l’ammissione da parte dei governi sulla reale gravità della crisi climatica tramite la dichiarazione di uno stato di emergenza climatica ed ecologica; l’adozione di impegni precisi e immediati da parte dei governi, tra cui l’azzeramento delle emissioni entro il 2025, per contenere il riscaldamento globale entro il limite di 1,5 °C; infine, l’istituzione di assemblee popolari che affianchino i governi nel processo di transizione verso un sistema economico sostenibile.
Prima delle difficoltà che la pandemia di COVID-19 ha comportato per le manifestazioni pubbliche, XR ha ottenuto un notevole impatto mediatico con una prima grande manifestazione del novembre del 2018 quando una settimana di azioni dimostrative a Londra sono culminate nell’occupazione non violenta di 5 ponti sul Tamigi che hanno portato il caos nel traffico cittadino. Si è trattato del più grande atto di disobbedienza civile pacifica visto a Londra da decenni, che ha coinvolto 30.000 partecipanti giunti da decine di Paesi, risultando in oltre un migliaio di arresti. A distanza di un anno XR è riuscita a mobilitare moltissime persone in 60 Paesi di tutto il mondo dove per due settimane si sono svolte migliaia di azioni dimostrative, dal blocco delle strade all’imbrattamento di statue, palazzi o fontane con vernici lavabili, dai flash mob alle biciclettate, per arrivare agli scioperi della fame.
XR e FFF sono quindi due movimenti diversi e ben definiti che tuttavia collaborano in varie occasioni. La stessa Greta Thunberg ha partecipato a più di una iniziativa di XR ed è stata addirittura arrestata nel 2024 in Olanda durante una manifestazione di protesta organizzata da XR. Del resto una delle critiche mosse da XR all’attivismo tradizionale è stata proprio quella di essere settario e di suddividersi spesso in movimenti via via meno incisivi.
L’anti Greta negazionista
Per far fronte alla diffusione dell’attivismo climatico tra i giovani in tutto il mondo, il movimento negazionista creò una anti-Greta, utilizzando una ragazza altrettanto giovane per veicolare i messaggi negazionisti tra le nuove generazioni. La tecnica comunicativa fu quella di contrapporre all’allarmismo degli scienziati l’apparente realismo del “buon senso”. Il meccanismo è quello, da un lato, di screditare un legittimo avvertimento scientifico sfruttando la connotazione negativa del termine “allarme”, e dall’altro di aumentare il consenso sulle tesi negazioniste associandole al termine “realismo”.
Naomi Seibt, fino alla fine del 2019, era una giovane youtuber tedesca semisconosciuta, finché a novembre, in occasione di un evento organizzato dall’EIKE, una associazione tedesca negazionista legata al partito neonazista Alternative für Deutschland (AfD), non venne notata da James Taylor, un esponente dell’Heartland Institute che, colpito dalla sua performance, le propose di collaborare con il suo istituto. Il 20 dicembre del 2019 il canale youtube dell’Heartland Institute diffuse un primo video, intitolato “Naomi Seibt vs Greta Thunberg: Whom Should We Trust?” (“Di chi dovremmo fidarci tra Naomi e Greta?”), in cui Naomi si contrapponeva alle ruvide parole pronunciate da Greta al Parlamento Europeo (“Voglio che vi facciate prendere dal panico e che vi comportiate come se la vostra casa fosse in fiamme”) dicendo in modo affabile: “Non voglio che vi facciate prendere dal panico. Voglio che pensiate. È importante continuare a mettere in discussione la narrazione che c’è in giro invece di promuoverla perché al giorno d’oggi la scienza del cambiamento climatico non è affatto una scienza”.
A seguito del clamore mediatico suscitato da quel video, Naomi diventò per qualche tempo l’anti-Greta e catalizzò molto interesse da parte dei media internazionali. In numerose interviste ha affermato di avere partecipato alle manifestazioni e alle iniziative dei Fridays for Future ma che col tempo la sua posizione è cambiata radicalmente, passando da quella di un “allarmismo climatico” a quella di un “realismo climatico”. In sintesi, secondo Naomi il cambiamento climatico esiste ma non è colpa dell’uomo. Nel febbraio 2020 in una intervista su Fox News, un canale televisivo americano apertamente negazionista, ha dichiarato: “Le emissioni di CO2 non sono in realtà dannose per il pianeta”, gli esseri umani “potrebbero leggermente contribuire” al riscaldamento attuale, ma il contributo “è così insignificante che non dovremmo concentrarci su questo”.
Il rapporto dell’IPCC sul riscaldamento di 1,5 °C
Ma due anni prima, nell’autunno del 2018, era stato pubblicato uno studio commissionato all’IPCC in occasione della COP di Parigi. Con lo “Special Report on Global Warming of 1.5 °C” i principali scienziati del clima del mondo hanno prodotto un rapporto insolitamente crudo in cui hanno avvertito i leader mondiali che l’umanità ha a disposizione solo 12 anni per apportare cambiamenti radicali al fine di contenere il riscaldamento globale entro un massimo di 1,5 °C, ed evitare così gli effetti più devastanti della crisi climatica.
Quella del grado e mezzo è la soglia che secondo l’IPCC dovrebbe garantire, con un sufficiente livello di affidabilità, il mantenimento di condizioni climatiche ed ambientali non eccessivamente gravose per l’umanità. Superandolo si peggioreranno significativamente i rischi di siccità, inondazioni, caldo estremo e povertà per centinaia di milioni di persone. Queste proiezioni vengono declinate anche con numeri molto precisi illustrando il peggioramento a cui assisteremo solo passando da un incremento di 1,5 a 2 °C: la percentuale di popolazione mondiale che sarà esposta almeno una volta ogni 5 anni ad ondate di calore letali passerà dal 14% al 37%; l’oceano Artico sarà in estate completamente libero dai ghiacci almeno una volta ogni 10 anni invece che ogni 100 anni; il degrado delle barriere coralline riguarderà il 99% di quelle attuali invece del 70-90%; la riduzione dei rendimenti delle coltivazioni di mais nelle zone tropicali raddoppierà passando dal 3% al 7%.
Con questa pubblicazione l’IPCC, che si era sempre contraddistinto per la prudenza e la cautela delle proprie affermazioni, spesso frutto di compromessi diplomatici, ha ufficialmente messo una scadenza ultima all’iniziativa politica: il 2030.
La crescente inconcludenza delle COP
Le COP successive a quella di Parigi non erano tuttavia riuscite a portare grandi risultati, limitandosi a cercare di dare una qualche concretezza ai buoni propositi sanciti nel 2015. Con la COP di Marrakech del 2016 si concordò solo di anticipare la presentazione degli NDC dal 2020 al 2018; in quella di Bonn del 2017 si cercò semplicemente di evitare che altri Paesi seguissero l’esempio degli Stati Uniti; in occasione di quella di Katowice del 2018 si stabilirono le regole tecniche con cui dovevano essere redatti gli NDC e verificata l’efficacia delle misure prese per ridurre le emissioni. Quella del 2019 fu particolarmente problematica fin dal momento dell’organizzazione: si sarebbe dovuta tenere in Brasile, ma il nuovo presidente Jair Bolsonaro, estimatore di Trump e su posizioni apertamente negazioniste, appena vinte le elezioni presidenziali dichiarò la sua intenzione di rinunciare all’evento.
A quel punto il Cile si offrì di ospitare la conferenza nella sua capitale, Santiago, ma poche settimane prima dell’inaugurazione il presidente cileno Sebastian Piñera comunicò di volerla sospendere a causa dei problemi di ordine pubblico dovuti a manifestazioni e rivolte di massa contro la corruzione e il costo della vita. Alla fine il governo spagnolo risolse la situazione offrendo a quello cileno di tenere la conferenza a Madrid. Durante le trattative, la posizione dell’Unione Europea, che spingeva per estendere il mercato delle emissioni di cui si era dotata con l’Emissions Trading Scheme (ETS) fin dal 2008, per ottemperare al Protocollo di Kyoto, si scontrò con la posizione di altri Paesi, in particolare del Brasile e dell’Australia. Insomma nonostante i lavori siano proseguiti per due giorni oltre la scadenza prevista, sotto la continua pressione dei manifestanti e gli allarmi degli scienziati, e un ennesimo intervento di Greta Thunberg, si giunse ad un nulla di fatto. Alla fine nei documenti approvati si concordò solo l’impegno, non vincolante, di presentare in futuro piani più ambiziosi per ridurre le emissioni.
Leggi anche:



Add a Comment