Green Deal Europeo

Il Green Deal Europeo: rispondere ad una crisi di sistema

Il Green Deal Europeo: rispondere ad una crisi di sistema

 

Cosa dice il Green Deal Europeo?

L’11 dicembre 2019 la Commissione Europea ha pubblicato, attraverso una comunicazione ufficiale, il Green Deal Europeo. Il Green Deal, o “Patto Verde”, è un documento di 24 pagine che illustra le linee guida politiche e gli obiettivi della nuova Commissione, guidata dalla politica tedesca Ursula von der Leyen, per combattere la crisi climatica ed ambientale. Ad occuparsi degli aspetti operativi e della tabella di marcia (road-map nel testo originale) sarà Frans Timmermans, un vicepresidente addetto esclusivamente a rendere il Patto Verde realtà. Tra le sfide principali vengono citate, tra le altre, l’inquinamento dell’atmosfera, i cambiamenti climatici, il milione di specie (su otto totali) a rischio di estinzione, l’inquinamento di foreste e oceani. 

 

Questo documento, inteso anche come una nuova strategia di crescita per l’Unione Europea, ha l’obiettivo di azzerare le emissioni nette entro il 2050 e rendere il nostro continente una società più “giusta e prospera. Si parla dunque di riforme e politiche trasformative, in grado di avviare un cambiamento di paradigma nella nostra società. Non a caso, già nella prima pagina del Green Deal europeo si parla della necessità di “disaccoppiamento” (decoupling) tra crescita economica e sfruttamento delle risorse (ne avevamo parlato in termini più specifici, per analizzare la correlazione tra PIL ed emissioni di gas serra). 

 

Restano da chiarire le interpretazioni di alcuni concetti: ad esempio, che cosa intendiamo per crescita? Crescita del PIL, o di un altro tipo di indice? Cercheremo di diminuire l’utilizzo di risorse che producono emissioni di gas serra, oppure anche il degrado in corso della nostra biodiversità, l’utilizzo del suolo e dell’acqua? Dalle linee guida del Green Deal, sembra esserci l’intenzione di conservare e accrescere il capitale naturale europeo inteso in senso olistico, quindi tenendo conto delle sue varie componenti (aria, acqua, terra, suolo, biodiversità, etc.).

 

Il pilastro centrale del Patto Verde rimane la riduzione delle emissioni di gas serra. Attorno a marzo 2020 ci dovremmo infatti aspettare proposta di legge che sancisca l’obiettivo di raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 (la cosiddetta “Climate Law”). Durante l’estate 2020, invece, la Commissione presenterà un piano per aumentare il target 2030 di riduzione delle emissioni fino al 50% (puntando all 55%) rispetto ai livelli del 1990. Entro giugno 2021 inoltre, la Commissione andrà a revisionare strumenti e direttive legati al cambiamento climatico, come il sistema di scambio delle emissioni (ETS), possibilmente estendendolo ad altri settori che ora non partecipano a tale mercato. Sotto revisione finiranno anche le direttive sull’efficientamento energetico e sull’energia rinnovabile, e la regolamentazione sull’utilizzo del suolo e delle foreste. Infine, la commissione adotterà una più ambiziosa strategia di adattamento al cambiamento climatico, che verrà pubblicata tra il 2020 e il 2021. 

 

Tuttavia, come abbiamo già menzionato, le azioni previste nel Green Deal non riguardano solo la riduzione delle emissioni, ma prevedono un approccio olistico alla crisi ambientale e di sistema. Tra le iniziative, menzioniamo l’introduzione del concetto di economia circolare in diversi settori, come quello tessile, delle costruzioni e della plastica; la pubblicazione di strategie ad hoc per la mobilità sostenibile e la protezione della biodiversità; la riduzione dell’impatto ambientale della catena di produzione del cibo; la revisione di direttive per le grandi aziende affinché misurino e pubblichino il proprio impatto ambientale.

 

Green Deal europeo, Green Deal americano 

Il Green Deal europeo è stato pubblicato dopo che già negli Stati Uniti, diversi mesi fa, si fosse con lo stesso termine indicata la necessità di un intervento dello Stato al fine di combattere la crisi climatica. L’enfasi degli ultimi mesi sulla centralità degli stati nei Green Deal sembra suggerire una mancanza di fiducia nei confronti della capacità del sistema liberista dalla “mano invisibile” di raggiungere da solo gli obiettivi climatici dei prossimi decenni. 

 

Negli Stati Uniti, la parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez ed il senatore Ed Markey hanno presentato al congresso, il 7 febbraio 2019, il Green New Deal statunitense. Seppur il nome sia equivalente a quello Europeo, presenta alcune differenze sostanziali. La principale è che, ad oggi, il Green New Deal americano rimane una proposta, mentre il Patto Verde europeo da Dicembre 2019 è realtà (con un Vicepresidente Esecutivo delegato esclusivamente a renderlo tale). Per questo motivo, mentre nel Green Deal europeo troviamo una road-map di politiche abbastanza chiara e coerente (che quest’ultime bastino, non ci è dato saperlo), in quello americano vengono citati degli obiettivi, ma non è specificato attraverso quali interventi questi possano essere raggiunti. Non a caso, quindi, il documento americano viene definito dal Tascabile “embrionale e caliginoso”: ha bisogno di essere ritoccato, migliorato e ripensato in alcune sue parti.

 

Ci sono due altri aspetti degni di nota. Da un lato, nel Green Deal statunitense viene esplicitata una promessa sulla quale invece non insiste più di tanto il testo europeo: il Deal assicurerà nuovi posti di lavoro (circa 20 milioni, con stime ancora non ben precisate). D’altro canto, però, l’approccio americano alla lotta ai cambiamenti climatici è più miope di quello europeo: l’accento è posto soprattutto sulla crisi climatica, senza tenere in considerazione le interconnessioni tra clima, capitale naturale, biodiversità, e intere catene di produzione. E questo fa tutta la differenza del mondo. 

 

Una crisi di sistema

Per i Patti Verdi che verranno, sarà importante partire da due capisaldi: concepire la crisi climatica come una crisi di sistema, e fare in modo che le politiche green assicurino il benessere dei cittadini.

 

I patti verdi non dovranno intensificare le disuguaglianze sociali (nel Green Deal europeo si parla di “Just Transition”), e dovranno quindi tener conto delle fasce di popolazione maggiormente colpite dalla transizione ecologica, come ad esempio le comunità che ruotano attorno all’industria del carbone. Per fare in modo di adempiere sia alle promesse ambientali che a quelle sociali, sarà necessario adottare un cambio paradigmatico della struttura della nostra società e del nostro sistema economico. 

 

Nessuno discute i principi di fondo del Patto Verde europeo (cioè neutralità climatica, disaccoppiamento e Just Transition) ci sarà tuttavia da verificare che vengano effettivamente implementati evitando operazioni di greenwashing proponenti una narrazione ecologica che di fatto non cambia le carte in tavola. Ad esempio: come possiamo disaccoppiare la correlazione tra crescita economica e utilizzo delle risorse? Probabilmente accettando il fatto che non sarà più possibile crescere così come lo intendiamo oggi, cioè in PIL, che tra mille altre cose non tiene conto dei costi ambientali della crescita economica. Anche se gli obiettivi ambientali diventeranno sempre più di primaria importanza, rimanendo attaccati a questo indicatore, al concetto di capitale solamente economico e non naturale, ed all’esclusivo perseguimento dei profitti (come normale conseguenza della struttura di bilanci e conti economici), la crescita economica come la concepiamo oggi non verrà dismessa dalle agende di amministratori delegati e  governi mondiali.

 

Per una prima transizione verso un sistema che riconosca davvero ciò che sta nelle pagine del Green Deal, sarà utile fare in modo che il capitale finanziario ed economico si sposti in modo più “sostenibile”, rispettando i vincoli naturali del nostro pianeta (che sono finiti). Esiste, ad esempio, un nuovo modello economico in costante revisione e discussione in ambienti politici ed accademici, dal nome “Doughnut Economics”. Viene chiamato in questo modo per la sua struttura grafica (a ciambella) che esprime la propria finalità: fare in modo che le esigenze delle persone vengano soddisfatte senza superare il “tetto ecologico” della Terra, e che si tengano in considerazione tanto gli obiettivi ambientali quanto gli obiettivi sociali. 

 

Grafico a ciambella

Gli obiettivi ambientali descritti nella doughnut economics combaciano, sostanzialmente, con gli obiettivi impellenti descritti nel Green Deal: il target delle zero emissioni, il rispetto e la preservazione del capitale naturale, il tentativo di slacciare il legame troppo forte tra PIL e agende politiche, la spinta nel porre le basi infrastrutturali per aiutare la transizione degli investimenti verso sistemi di produzione circolari e di energie pulite e rinnovabili. Tutto ciò fino ad ora non è mai successo: le emissioni sono scese in passato solamente in periodi di crisi economica congiunturale o strutturale.

 

Se il Patto Verde diventerà una semplice scusa di mercato per assicurare un’altra manciata di insostenibili anni sciupa-risorse, descrivendo gli obiettivi ambientali senza raggiungerli e postulando a priori una inverosimile e non comprovata compatibilità (accoppiamento) tra crescita economica e tutela dell’ambiente, i conti arriveranno ben più presto di quanto ci possiamo immaginare. Se sarà invece in grado di riconoscere che la sola crescita possibile è quella che tiene conto dei vincoli naturali del nostro pianeta, potrebbe risultare come la prima svolta positiva verso una società in grado di badare non solo a se stessa oggi, ma anche al proprio futuro di medio e lungo termine.

 

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**Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione di altre organizzazioni ad esso collegate**

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