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L’ibis eremita e i dilemmi della conservazione

L’ibis eremita e i dilemmi della conservazione

Tra reintroduzioni controverse, fondi limitati e conflitti strategici, la storia dell’ibis eremita rivela le contraddizioni e le scelte difficili della conservazione contemporanea.

Grafiche di Luca Montualdista

Nel mondo della conservazione esistono storie che sembrano perfette. Un animale raro viene salvato, allevato, reintrodotto in natura e torna a popolare il suo habitat originario. Sono le storie che finiscono nei documentari e nei comunicati stampa.

Poi ci sono le altre storie: quelle complicate, piene di tentativi falliti, decisioni controverse e priorità difficili.

Il popolare Ibis Eremita

Il caso dell’ibis eremita (Geronticus eremita) — uno degli uccelli più minacciati del pianeta — appartiene a entrambe le categorie. Negli ultimi vent’anni la specie è diventata un laboratorio vivente della conservazione moderna: protezione di popolazioni selvatiche, programmi di allevamento in cattività, reintroduzioni sperimentali, grandi progetti europei e fallimenti poco raccontati.

Dietro questa storia c’è una realtà meno lineare di quella che appare nei racconti ufficiali della conservazione. Salvare una specie non significa applicare una formula scientifica già collaudata. Significa prendere decisioni strategiche mentre il tempo scorre, con fondi limitati e spesso con opinioni molto diverse tra scienziati, istituzioni e organizzazioni internazionali.

L’ibis eremita era un tempo diffuso dal Nord Africa al Medio Oriente e fino all’Europa centrale. Per secoli ha fatto parte del paesaggio naturale e culturale del Mediterraneo — oltre che in Nordafrica e in Medio Oriente. Poi, tra il XVII e il XX secolo, la specie è collassata sotto la pressione combinata di caccia/prelievo dei pulcini dai nidi, pesticidi, trasformazioni agricole e perdita di habitat naturali — e forse anche altre cause sconosciute.

Oggi la popolazione selvatica principale sopravvive soltanto in Marocco, dove un lungo programma di protezione delle colonie costiere e stanziali tutto l’anno, iniziato nel 1993 dalla Royal Society for the Protection of Birds (la RSPB è un’organizzazione anglosassone che lavora per la conservazione degli uccelli), ha permesso alla specie di risalire lentamente da poche decine di individui a diverse centinaia. Questo successo ha portato l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) a riclassificare la specie da “critically endangered” a “endangered” nel 2016. Ma questa decisione è stata dibattuta non poco tra gli esperti di settore.

Una specie, tante voci

Infatti secondo alcuni di loro non si è tenuto sufficientemente conto dell’estinzione recente della popolazione geneticamente e comportamentalmente distinta, quella orientale, storicamente nidificante in Medio Oriente, migratrice di lungo raggio e svernante nel Corno d’Africa.

Tra questi c’è il biologo della conservazione Gianluca Serra. Lui e la sua squadra di beduini e cacciatori di Palmira realizzarono una scoperta nel 2002 che fece il giro del mondo — fu definita come “la scoperta di Tutankhamon dell’ornitologia”. Una colonia relitta selvatica degli ultimi ibis eremiti orientali, discendenti diretti di quelli rappresentati nei geroglifici egiziani. Un gruppo di uccelli che ancora si riproduceva nel mezzo della steppa siriana e migrava tra continenti diversi efficientemente ed in autonomia.

“Era un’enorme opportunità conservazionistica, l’audacia e il caso offrivano una seconda chance di salvare questa mitica popolazione che era stata data per estinta allo stato selvatico nel 1989, dalla Siria invece era stata dichiarata estinta nei primi anni Trenta. Mi aspettavo quindi che non avrei incontrato alcuna difficoltà a trovare tutto il supporto e i fondi internazionali di cui c’era bisogno”, racconta Serra. Ma invece il progetto di 11 anni da lui guidato si è ben presto trasformato in una battaglia contro i mulini a vento, abbastanza epica e non priva di rischi personali, avvenuta all’interno di uno dei regimi militari più spietati del mondo (Serra ci ha scritto un libro sopra). E alla fine Serra e la sua armata brancaleone del deserto hanno dovuto alzare bandiere bianca a causa di un cocktail micidiale di scarso supporto e politiche poco trasparenti delle organizzazioni internazionali di conservazione coinvolte (BirdLife e RSPB), fondi insufficienti, corruzione delle autorità, crisi ecologica della steppa siriana, cambiamento climatico galoppante — con lo scoppio della guerra nel 2011 a dare la mazzata finale.

La discussa reintroduzione

Nel contempo in Europa veniva approvato un molto discusso progetto LIFE milionario per finanziare la reintroduzione della stessa specie tra Austria e Italia a 500 anni dalla sua scomparsa. Secondo Serra, il primo punto da chiarire è che le reintroduzioni non sono una soluzione semplice e vanno valutate caso per caso, distinguendo bene tra situazioni in cui la specie ancora sopravvive allo stato selvatico e quelle in cui la specie non esiste più.

Nel primo caso, il rinfoltimento dei selvatici con animali cresciuti in cattività permette di tentare l’integrazione dei nuovi arrivati e un loro apprendimento dei segreti e adattamenti che servono per sopravvivere allo stato selvatico. La sopravvivenza dei selvatici inoltre conferma il fatto che gli habitat naturali che servono alla specie per sopravvivere sono ancora presenti e funzionali.

Il secondo caso, cioè la reintroduzione di specie in un areale storico da dove sono scomparse, specialmente se da lungo tempo, sono i casi più discussi e velleitari, che più facilmente sono destinati a fallire.

“Dal punto di vista della conservazione, i rinfoltimenti usando animali nati in cattività sono uno strumento imprescindibile quando una popolazione è davvero sull’orlo dell’estinzione”, spiega Serra. “Infatti nel 2008 a Palmira facemmo un primo test di questo tipo sulla colonia selvatica che stava declinando pericolosamente. Nel 2008 assistemmo all’integrazione nella colonia selvatica siriana di 3 pulli prelevati in un allevamento turco. Questi pulli seguirono gli adulti selvatici nella migrazione e cominciarono a imparare la rotta migratoria, che in questa specie si trasmette in maniera culturale da una generazione all’altra.”

Conservazione personalizzata

“Ci sono casi emblematici come quello del condor della California (Gymnogyps californianus), in cui erano rimasti pochissimi individui e si è riusciti a salvarli grazie all’allevamento in cattività e alla successiva reintroduzione.”

Il caso del condor è spesso citato come una delle operazioni di recupero più costose nella storia della conservazione ma comunque dai risultati ecologicamente fragili. Negli anni Ottanta la specie era scesa a soli 27 individui. Tutti gli animali rimasti furono catturati e inseriti in un programma di allevamento coordinato da diversi zoo e centri di conservazione negli Stati Uniti. Oggi la popolazione supera i 560 esemplari, di cui più della metà vive di nuovo allo stato selvatico. Ma la popolazione, a distanza di 40 anni, ancora non è autosufficiente a causa dell’avvelenamento da piombo che avviene tramite le carcasse che utilizzano come cibo.

Altro caso da manuale, stavolta su una specie migratrice, è quello della gru americana (Grus americana). La specie fu riacciuffata per un pelo e salvata negli USA nonostante la complicazione dell’aspetto della migrazione.

Questi casi dimostrano che l’allevamento in cattività può effettivamente salvare una specie. Ma rappresentano anche eccezioni relativamente rare. “Esiste una lunga lista di progetti che sono falliti”, osserva Serra. “Le reintroduzioni sono operazioni estremamente complesse: costano moltissimo, richiedono anni di lavoro e un coordinamento molto stretto tra istituzioni diverse.” Il problema non è solo tecnico, è anche strategico. Quando una specie entra in crisi, gli scienziati devono decidere dove concentrare le risorse: proteggere gli ultimi individui selvatici, catturarne alcuni per avviare programmi di allevamento oppure tentare direttamente una reintroduzione. In teoria queste strategie possono convivere. In pratica spesso entrano in competizione tra loro.

“C’è sempre una certa diatriba tra chi spinge per utilizzare gli zoo e allevare gli animali in cattività e chi invece sostiene che bisogna concentrare gli sforzi sulla protezione delle popolazioni selvatiche”, spiega Serra. “Dal mio punto di vista, se una specie esiste ancora in natura la priorità dovrebbe essere salvarla lì.”

Il ruolo degli zoo

Questo dibattito è diventato sempre più centrale negli ultimi vent’anni, man mano che gli zoo hanno cercato di ridefinire il proprio ruolo nella conservazione globale.

Molte istituzioni zoologiche partecipano oggi a programmi di allevamento coordinati, progettati per mantenere popolazioni geneticamente vitali di specie minacciate. Secondo la World Association of Zoos and Aquariums (WAZA), migliaia di specie sono coinvolte in programmi di gestione coordinata negli zoo e negli acquari di tutto il mondo.

Gli zoo sostengono che queste popolazioni possono fungere da “assicurazione genetica” nel caso in cui le specie scompaiano in natura. In alcuni casi questo approccio ha funzionato. Il cavallo di Przewalski, per esempio, sopravvive oggi in natura proprio grazie a programmi di allevamento coordinati negli zoo europei. Ma quando si passa dalla teoria alla pratica delle reintroduzioni, i risultati diventano molto più incerti.

Uno studio sulla biologia delle reintroduzioni pubblicato dalla Zoological Society of London ha analizzato decenni di progetti in tutto il mondo, evidenziando che meno di un terzo riesce a stabilire popolazioni autosufficienti nel lungo periodo. In molti casi le cause del fallimento non sono biologiche ma sociali: perdita di habitat, conflitti con le attività umane, mancanza di supporto locale o semplicemente finanziamenti insufficienti per sostenere il progetto nel lungo periodo. Per esempio non è affatto chiaro che il progetto di reintroduzione dell’ibis eremita tra Austria e Italia abbia prodotto i risultati aspettati: dopo 10 anni dall’inizio e diversi milioni di euro spesi la popolazione non è ancora autonoma mentre animali dispersi che si sono stabiliti nei punti più disperati del Mediterraneo e dell’Italia sono innumerevoli.

“Provo struggimento nel riflettere che questa specie, per me solo alcuni anni fa un simbolo indomito di natura selvaggia, adesso in Italia appare ridotta al rango di piccione semi-domestico. Questo progetto in realtà non era un vero tentativo di reintroduzione, in Italia si configurava più come una introduzione: infatti, in tempi storici, quando l’ibis eremita viveva allo stato selvatico, in Maremma ci passava probabilmente durante la migrazione verso i quartieri di svernamento in Africa. Dal punto di vista conservazionistico quindi i risultati sono stati discutibili finora. Sicuramente il progetto ha un valore di tipo etologico (imparare qualcosa sul comportamento della specie) e anche nel combattere il bracconaggio in Italia. Infatti grazie a questo progetto nel 2017 è stato condannato il primo bracconiere in Italia”.

Per Serra il ruolo degli zoo nella conservazione è reale, ma non privo di ambiguità. “Gli zoo sono molto interessati alle reintroduzioni perché utilizzano gli animali che hanno in cattività per queste operazioni”, osserva. “In qualche modo questo serve anche a giustificare la loro esistenza, che dal punto di vista etico è oggigiorno abbastanza dibattuta”. Secondo il biologo, il rischio è che l’approccio basato sulla cattività venga promosso anche quando non rappresenta la soluzione più efficace.

“Nella mia esperienza a volte si insiste troppo su questa strategia”, afferma. “Può succedere che vengano promossi progetti di reintroduzione con una base scientifica piuttosto debole”. Il punto, sottolinea, è che ogni situazione richiede una valutazione specifica. Non esiste un modello valido per tutte le specie.

Le linee guida dell’IUCN sulle reintroduzioni — il documento di riferimento per questo tipo di interventi — insistono proprio su questo principio. Prima di avviare una reintroduzione è necessario valutare attentamente habitat disponibile, minacce ancora presenti, genetica della popolazione e sostenibilità economica del progetto nel lungo periodo. In altre parole, la conservazione non è solo biologia. È pianificazione, gestione delle risorse, governance e spesso anche diplomazia internazionale.

Serra ha incontrato gli stessi dilemmi lavorando su altre specie minacciate. Tra queste c’è il manumea (Didunculus strigirostris), un raro colombo endemico delle Samoa, parente del mitico dodo, oggi probabilmente vicino all’estinzione.

“Quando una specie è davvero in condizioni critiche bisogna provare tutte le strade possibili”, spiega il biologo. “Bisogna cercare di proteggerla allo stato selvatico ma allo stesso tempo, se è possibile, catturarne alcuni individui per avviare un allevamento in cattività”. E in questo caso l’intervento di un buono zoo è fondamentale. Anche per i fondi necessari. Purtroppo negli ultimi decenni i fondi dedicati a salvare singole specie sono andati diminuendo a ritmi vertiginosi.

In un’epoca di estinzione di massa, si preferisce usare i fondi per salvare interi ecosistemi e paesaggi ecologici, dando per scontato (arrendendosi alla dura realtà) che non si può salvare tutto quello che sta scomparendo. Ma anche questa strategia non sempre funziona.

“Nel caso del manumea non siamo riusciti neppure a catturare un singolo individuo”, racconta. “Quando una popolazione diventa troppo piccola, a volte semplicemente non si riesce più a intervenire.” Questo è uno dei motivi per cui molti biologi insistono sulla necessità di intervenire prima che una specie raggiunga il punto di non ritorno.

L’era della de-estinzione

Un altro dibattito recente riguarda la cosiddetta de-estinzione, cioè l’idea di riportare in vita specie scomparse attraverso tecnologie genetiche. Alcune aziende biotech e istituti di ricerca stanno lavorando su progetti che includono il mammut lanoso o il piccione migratore.

Per molti scienziati della conservazione si tratta di iniziative affascinanti ma poco rilevanti rispetto alle urgenze reali della biodiversità.

“Personalmente non considero seriamente questi progetti”, afferma Serra. “Ci sono migliaia di specie ancora in vita allo stato selvatico che stanno scomparendo e che avrebbero bisogno di fondi immediati. Concentrarsi sulla resurrezione di specie estinte rischia di distogliere attenzione e risorse da problemi molto più urgenti.”

Il contesto globale rende questa osservazione difficile da ignorare. Secondo l’ultima valutazione della Lista Rossa della IUCN, oltre 42.000 specie sono attualmente classificate come minacciate di estinzione. Nessuna organizzazione, nessun governo e nessuna rete di ricerca possiede le risorse necessarie per intervenire su tutte. Questo significa che ogni progetto di conservazione implica inevitabilmente delle scelte. Alcune specie ricevono attenzione, fondi e progetti internazionali. Altre rimangono quasi invisibili. È qui che emerge un’altra dimensione meno discussa della conservazione: la narrazione.

I progetti che producono immagini spettacolari, tecnologie innovative o storie facili da raccontare tendono ad attirare più attenzione pubblica e più finanziamenti. Altri interventi — spesso meno visibili ma potenzialmente più efficaci — rimangono ai margini. È una dinamica che attraversa tutta la conservazione contemporanea. Ed è forse questa la lezione più scomoda della storia dell’ibis eremita. Salvare una specie non è solo una questione di scienza o di buona volontà. È anche una questione di potere, di comunicazione e di scelte politiche.

In teoria la conservazione dovrebbe essere guidata dalle priorità ecologiche. In pratica, molto spesso è guidata da ciò che riesce a ottenere finanziamenti, visibilità e consenso. E finché questo squilibrio rimarrà, il rischio è che alcune specie continuino a ricevere milioni per essere reintrodotte, mentre altre — magari ancora salvabili — scompaiano quasi in silenzio.

 

 

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  • Giornalista freelance e fisica dell’ambientale con focus sui diritti: umani, climatici e digitali. Realizzo reportage internazionali soprattutto investigativi, combinando passione e rigore scientifico

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