Il computer del futuro? Quello che già abbiamo
Grafiche di Isabel Rasotto
Nel vasto panorama dell’informatica contemporanea, dove l’intelligenza artificiale (IA) sembra regnare suprema, emergono correnti di pensiero alternative che ci invitano a riconsiderare il nostro rapporto con la tecnologia. Il permacomputing e il vernacular computing si ergono come baluardi contro questa corsa sfrenata verso un’IA sempre più vorace di risorse, proponendo un approccio più sostenibile e radicato nel territorio.
Ispirato ai principi della permacultura, il permacomputing applica un’etica ecologica al mondo digitale. Non si tratta di un semplice ritorno al passato, ma di una visione che mira a dare ai computer un ruolo significativo e sostenibile all’interno di una civiltà umana che, a sua volta, cerca di trovare il proprio posto nell’ecosistema planetario. Questo approccio si articola in diverse strategie: massimizzare la durata dell’hardware, minimizzare il consumo energetico e concentrarsi sull’uso di risorse computazionali già disponibili.
In un’epoca in cui l’obsolescenza programmata è la norma, il permacomputing ci spinge a riparare, riutilizzare e ripensare i nostri dispositivi elettronici. Questo si traduce in pratiche concrete come il “salvage computing“, che utilizza solo risorse computazionali già esistenti, o il “collapse computing“, che si prepara a scenari di collasso delle infrastrutture industriali o di rete. Un esempio tangibile è il progetto “Collapse OS“, un sistema operativo autosufficiente che può funzionare su dispositivi informatici improvvisati.
Nel campo del software, il permacomputing promuove la programmazione minimalista e l’efficienza del codice. Invece di inseguire costantemente nuove funzionalità e aggiornamenti, si concentra sul perfezionamento e l’ottimizzazione di ciò che già esiste. Questo metodo si manifesta nel riutilizzo di approcci di programmazione minimalisti che ricordano lo spirito degli anni ’70 e ’80, quando le limitazioni di memoria e velocità di elaborazione richiedevano un coding parsimonioso.
Il vernacular computing, d’altra parte, enfatizza l’importanza delle soluzioni informatiche locali per le esigenze locali. Questo concetto sfida l’idea che tutti i problemi computazionali debbano essere risolti con tecnologie all’avanguardia o con l’IA. Invece, incoraggia l’uso di risorse locali, sia materiali che cognitive, per affrontare le sfide informatiche specifiche di una comunità. Questo approccio si allinea con le tendenze sociologiche nelle aree rurali, dove l’autosufficienza è cruciale, e si collega agli sviluppi nell’edge e fog computing.

Entrambi questi approcci offrono una controproposta alla supremazia dell’IA. Mentre l’IA mainstream richiede enormi quantità di energia e risorse computazionali, spesso centralizzate in grandi data center, il permacomputing e il vernacular computing propongono soluzioni più piccole, più efficienti e più sostenibili. Non si tratta di rifiutare completamente l’IA, ma di ripensare come e quando dovremmo utilizzarla. Anche perché l’impatto ambientale dell’IA è spesso sottovalutato.
Prendiamo ad esempio il training di un grande modello linguistico come GPT-3. Secondo alcune stime, questo processo può generare fino a 500 tonnellate di CO², equivalenti a 205 voli di andata e ritorno tra New York e Londra. Il consumo medio di energia per addestrare il modello GPT-3 è stato stimato in 1.287 MWh, sufficiente per alimentare una casa americana media per 120 anni. Inoltre, GPT-3 richiede 700.000 litri d’acqua per il raffreddamento dei server e altri 2,8 milioni per la produzione dell’energia che lo alimenta.
Il permacomputing ci spingerebbe a chiederci: abbiamo davvero bisogno di modelli così grandi? Potremmo ottenere risultati simili con approcci più efficienti? Il vernacular computing potrebbe suggerire soluzioni IA più piccole e specializzate, addestrate su dati locali per risolvere problemi specifici di una comunità. Questo non solo ridurrebbe l’impronta ambientale, ma potrebbe anche portare a soluzioni più pertinenti e culturalmente appropriate. Questi approcci alternativi all’informatica non sono privi di sfide. In un mondo abituato alla comodità e alla potenza dell’informatica moderna, convincere le persone ad adottare soluzioni potenzialmente più lente o meno sofisticate può essere difficile. Inoltre, c’è il rischio che questi movimenti vengano fraintesi come un rifiuto totale del progresso tecnologico o come una forma di nostalgia tecnologica.
Tuttavia, il permacomputing e il vernacular computing non riguardano il ritorno a un passato idealizzato. Si tratta piuttosto di reimmaginare un futuro in cui la tecnologia è in armonia con i limiti ecologici del nostro pianeta e con le diverse esigenze delle comunità locali. Sono un invito a pensare in modo critico alle nostre pratiche informatiche e a considerare alternative che potrebbero essere più sostenibili a lungo termine.
E non si parla di sola teoria, questi movimenti stanno già ispirando progetti concreti. Ad esempio, esistono siti web alimentati ad energia solare, ospitati su reti di micro-computer solari distribuiti in tutto il mondo. Ci sono applicazioni che limitano il traffico dati sugli smartphone per incoraggiare un uso moderato di internet, e piattaforme di social media “finite” come Minus, che limita i partecipanti a 100 post per tutta la vita. In conclusione, mentre l’IA continua a dominare il panorama tecnologico, il permacomputing e il vernacular computing ci ricordano che esistono altri modi di pensare all’informatica. Ci invitano a considerare non solo cosa la tecnologia può fare, ma anche cosa dovrebbe fare e a quale costo. In un mondo che affronta crisi ambientali e sociali sempre più gravi, questi approcci alternativi all’informatica potrebbero offrire preziose intuizioni per un futuro tecnologico più sostenibile e equo. Non si tratta di rifiutare il progresso, ma di ridefinirlo in termini di sostenibilità, resilienza e rispetto per i limiti del nostro pianeta.



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