A tavola con il cambiamento climatico: il costo del caffè e del cacao
Pausa caffè? Sì, magari anche con un cioccolatino. In Italia, caffè e cacao sono ingredienti del quotidiano e delle occasioni speciali, un espresso sempre sospeso fra identità e stereotipo. Prendersi un caffè è l’occasione di ritrovarsi con le amiche o di far visita a una parente, mentre ad ogni festività c’è almeno una scusa per regalarsi del cioccolato.
Questi ingredienti potrebbero però costarci sempre più cari: forse chi legge avrà notato che al supermercato il caffè e il cioccolato continuano ad aumentare di prezzo. Quindi, ancor prima di sederci “A tavola con il cambiamento climatico”, per il sesto appuntamento della serie andiamo a fare la spesa in un clima che cambia.
Nel 2024, in Italia, un chilo di caffè è costato mediamente sui 12-13 euro (un rincaro del 43% rispetto al 2021), mentre una tavoletta di cioccolato è aumentata da una media di 1,26 euro a 1,60 euro nel dicembre 2024 – senza contare il fenomeno della sgrammatura, per cui si riduce il peso o la qualità della tavoletta per tagliare i costi senza aumentare il prezzo di cartellino.
Gli aumenti al dettaglio non sono paragonabili al prezzo che questi due alimenti hanno nei mercati internazionali. Nel 2024, le quotazioni internazionali del cacao sono aumentate del 170% e, secondo i dati della Banca Mondiale, i prezzi del caffè Arabica, la qualità pregiata prodotta in larga parte in Brasile, sono aumentati di oltre il 60% nel 2023-24, e quelli del caffè Robusta, dall’Asia Orientale, sono raddoppiati.

La discrepanza fra gli aumenti nei mercati internazionali e i prezzi per chi consuma, secondo la FAO, si lega al fatto che il costo al dettaglio è determinato anche da altri fattori – trasporto, certificazioni, ecc., e che gli shock del prezzo impiegano circa un anno per essere trasmessi a chi acquista in UE. L’impatto residuo dura però quattro anni. Quindi, facendo due calcoli, potremmo aspettarci di vedere i prezzi di caffè e cacao salire ancora per un po’.
Cosa c’entra il clima con un espresso e del cioccolato?
“Bueno, la cosecha ahora está baja para nosostros porque llegaron enfermedades, no daba frutas, y cierto tiempo da frutas pero se dañan las pepas y no podemos cosechar. Entonces esta hora estamos jalando poco. El precio del cacao ahora ha bajado, esta en 25 soles el chilo, el otro dia 30-35”
[Beh, in questo periodo il raccolto è stato basso perché sono arrivate le arrivate malattie, [le piante] non davano frutti, o li davano con le fave danneggiate, e quindi non potevamo raccogliere molto. Adesso il prezzo al kg è sceso a circa 6 euro, ma l’altro giorno stava a circa 8-9 euro]
C’entra molto, come emerge dalle parole di Rosana, conosciuta l’anno scorso nella selva del Perù e che, fra le altre cose, coltiva cacao con il marito. Già l’anno scorso mi aveva raccontato dei problemi con le piante di cacao, e quest’anno non sembra andare meglio.
Le produzioni di caffè e cacao sono entrambe suscettibili ai cambiamenti meteorologici. I raccolti di cacao soffrono dell’innalzamento delle temperature che, insieme a periodi di siccità prolungati, possono aumentare drasticamente lo stress idrico negli alberi e ridurre l’efficienza della fotosintesi, portando a meno fiori e fave più piccole e inficiando la quantità e la qualità del raccolto.
Anche l’andamento imprevedibile e irregolare delle precipitazioni può stressare gli alberi e interrompere la fioritura. Troppa pioggia in un breve periodo di tempo può allagare i campi e impedire alle radici di assorbire l’ossigeno necessario per la crescita fisiologica degli alberi. Le forti piogge possono poi causare la caduta dei fiori, riducendo la quantità del raccolto. Inoltre, un’eccessiva umidità crea un ambiente ideale per il propagarsi di malattie, come il fungo del baccello nero.
Simili sono gli effetti negativi per il caffè. Anche questa coltivazione soffre particolarmente l’aumento delle temperature e l’irregolarità nei periodi di piogge, che si possono tradurre in cali della resa, perdita di aree ottimali per la produzione, e aumento nella distribuzione di parassiti e malattie.
Le regioni dove si coltivano cacao e caffè stanno già registrando i fenomeni di innalzamento delle temperature e cambiamento nella distribuzione delle precipitazioni che danneggiano le produzioni. La Costa d’Avorio e il Ghana, che coprono quasi il 50% della produzione mondiale di cacao, stanno infatti vivendo situazioni di estremi climatici.
In Costa d’Avorio le piogge intense e le inondazioni hanno impattato negativamente le aree produttrici di cacao, e di recente alcuni acquirenti hanno rifiutato delle spedizioni perché le fave presentavano muffa dovuta all’umidità eccessiva. Già nel 2012 il fungo del baccello aveva causato la perdita di un quarto della produzione annuale in Ghana.
32°C rappresentano la soglia oltre la quale le temperature per la produzione di cacao non sono più ottimali. Secondo la no-profit Climate Central, negli ultimi 10 anni ci sono state tre settimane aggiuntive di temperature sopra i 32°C dovute ai cambiamenti climatici in Costa d’Avorio e Ghana durante la principale stagione di crescita – tra ottobre e marzo. Quindi ci sono stati 21 giorni in più non adatti alla crescita del cacao proprio durante la fase critica per il suo sviluppo.
Il cambiamento climatico potrebbe inoltre danneggiare le produzioni future, soprattutto a causa dell’ulteriore aumento temperature che renderebbe alcune aree incoltivabili.

L’aumento dei giorni annuali sopra i 32°C – soglia limite per la produzione del cacao – dovuti al cambiamento climatico nell’Africa occidentale.
Le temperature elevate e i cambiamenti nei modelli delle precipitazioni hanno avuto effetto anche nelle principali regioni dove si coltiva il caffè, portando a periodi di siccità più lunghi e intensi in alcune aree ed inondazioni estreme in altre.
Nel 2020, uno studio ha compilato i risultati di varie ricerche sugli impatti del cambiamento climatico sul caffè. I caffè Arabica e Robusta rappresentano 99% della produzione mondiale; la prima varietà cresce meglio a 18–22°C, mentre la seconda, di qualità inferiore ma più resistente e produttiva, a 22–28°C. La qualità e la resa di entrambe le varietà diminuiscono al di fuori di questi intervalli di temperatura ottimali.
In Centro e Sud America, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero diminuire la produttivitá del raccolto fino al 70%. Globalmente, si rischia inoltre di perdere circa il 50% dell’area ottimale per la produzione di entrambi i tipi di caffè entro il 2050: l’analisi dei cambiamenti nell’idoneità bioclimatica in uno scenario intermedio di emissioni future (RCP 6.0) mostra che il cambiamento climatico potrebbe ridurre la produzione di caffè Arabica in molte aree, soprattutto in Brasile. I guadagni in altre aree sarebbero insufficienti per compensare queste perdite.

Brasile e Vietnam costituiscono circa metà della produzione globale di caffè. Secondo gli ultimi dati della FAO, la produzione in Vietnam è calata del 20% nel 2023-24, mentre in Brasile le stime ufficiali per lo stesso periodo dichiarano a un calo dell’1,6%. Il Brasile, secondo uno studio dell’Universidade de São Paulo, sta vivendo una situazione di siccitá esacerbata dai cambiementi climatici che non si era vista negli ultimi 720 anni, mentre il Vietnam, dopo lunghi mesi di siccità, è stato colpito dalle alluvioni portate dal super tifone Yagi, probabilmente rafforzato dal cambiamento climatico antropogenico.
Chi guadagna da questi rincari?
Possiamo almeno vederci un lato positivo? L’aumento dei prezzi dovrebbe aver giovato ai piccoli agricoltori e agricoltrici che, secondo le stime, producono l’80–90% della materia prima di cacao e caffé rispettivamente, giusto?
In realtà non funziona proprio così. Per chi coltiva caffè, secondo i dati FAO, i prezzi sono aumentati del 17,8% in Etiopia, del 12,3% in Kenya, del 13,6% in Brasile e dell’11,9% in Colombia, percentuali ben lontane dal 60-70% registrato sui mercati internazionali, mentre in Ghana e Costa d’Avorio solo il 25% dei piccoli agricoltori guadagna un salario dignitoso.
Perché? Ci sono varie concause. Sicuramente lo stesso cambiamento climatico limita i potenziali guadagni derivanti da prezzi di mercato più elevati, perché aumenta i costi di produzione e diminuisce le rese.
Ma un fattore fondamentale da riconoscere è la speculazione finanziaria. Le quotazioni sui mercati internazionali dei futures riflettono i valori futuri previsti delle materie prime, che possono salire senza influenzare direttamente i prezzi che riceve chi produce. Un contratto di compravendita futures richiede di concordare il prezzo nel presente, mentre lo scambio del bene avverrà in futuro.
Per esempio, da ottobre 2023 a febbraio 2024, le istituzioni finanziarie hanno investito $8,7 miliardi in contratti sul cacao nelle borse di New York e Londra, scommettendo che il prezzo del cacao sarebbe aumentato. Cosa che è successa, come discusso – per le malattie e gli estremi climatici nelle regioni produttrici, quando già si veniva da due anni di bassa produzione. Ma secondo le stime, la crisi di produzione avrebbe portato il prezzo “reale” del cacao a circa $6.000 dollari per tonnellata, e non ai $12.538 raggiunti sul mercato nell’aprile 2024.
Chi produce è spesso ulteriormente vincolato dai prezzi “alla fattoria” (farm-gate prices), fissati dal governo prima del raccolto. Una misura di protezione che spesso diventa una barriera a maggiori guadagni. Infatti, durante periodi di prezzi globali al rialzo, chi coltiva riceve comunque il prezzo fissato a livello governativo.

Vi è poi un’ulteriore barriera al guadagno di piccoli produttori e produttrici: la mancanza di accesso diretto ai mercati internazionali che costringe a ricorrere a intermediari che si appropriano della maggior parte della rendita, lasciando a chi coltiva solo il 6,6% del valore della vendita finale (nel caso del cacao).
Insomma, il cambiamento climatico e l’ingiustizia economica nelle catene di valore del caffè e del cacao stanno trasformando il sapore e il profilo aromatico di questi prodotti da dolce, fruttato, delicato, o speziato che sia a, semplicemente, amaro.



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