Decreto clima

Il Decreto Clima non è una legge sui cambiamenti climatici

Il 10 ottobre, dopo diversi mesi di attesa, il Consiglio dei Ministri ha annunciato l’accordo sul  cosiddetto DL Clima che, secondo il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, inaugura il “Green New Deal” italiano. Il decreto è quindi approdato in Parlamento, dove dovrà essere approvato o modificato entro due mesi. Abbiamo dato un’occhiata alla versione definitiva, pubblicata qualche giorno fa sulla Gazzetta Ufficiale, per cercare di capirne di più. Di cosa parla esattamente il Decreto Clima? 

 

Le novità del decreto

Con i suoi nove articoli, il decreto introduce una serie di misure volte al “contrasto ai cambiamenti climatici e [a]l miglioramento della qualità dell’aria”, per le quali sarà stanziato un totale di circa 380 milioni di euro tra il 2020 ed il 2022. 

 Oltre il 60% del budget verrà impiegato per quella che è a tutti gli effetti la novità principale introdotta dal decreto, il cosiddetto “buono mobilità”. In sostanza, il piano prevede un bonus di 1500 euro per chiunque rottamerà un’auto Euro 3 o di categoria inferiore (500 euro in caso si tratti di motorini), utilizzabile per comprare abbonamenti ai mezzi pubblici o per acquistare delle biciclette. L’obiettivo è chiaro: incentivare metodi di trasporto poco inquinanti e con un basso tasso di emissioni di CO2

Sulla mobilità sostenibile si concentrano anche altre due misure introdotte dal decreto: il trasporto scolastico sostenibile e l’ammodernamento del trasporto pubblico. In totale, sono previsti 20 milioni di euro per sperimentare progetti di navette scolastiche elettriche ed ibride, mentre altri 40 milioni saranno destinati ad estendere e mettere a norma le corsie preferenziali di autobus e tram nelle città con popolazione superiore ai 100mila abitanti. 

 Gli ultimi due punti degni di nota si concentrano su tematiche di tutt’altro genere. Innanzitutto, partirà un programma da 30 milioni per la riforestazione e la creazione di foreste urbane all’interno delle città metropolitane, che punta a diminuire l’inquinamento urbano e ridurre la concentrazione di gas serra – le foreste sono formidabili serbatoi di carbonio – con un’attenzione anche alla prevenzione del rischio idrogeologico. Infine, il decreto prevede una serie di piccoli bonus (fino a 5.000 euro) per i negozianti che decidono di allestire angoli vendita dedicati ai prodotti sfusi o alla spina. Si tratta dei cosiddetti “green corner”, dove si potranno acquistare i prodotti più vari, dai cereali ai detersivi, senza quegli imballaggi (spesso di plastica) così dannosi per l’ambiente.

 Insomma, si può essere soddisfatti di questo decreto? La risposta in breve è: decisamente no. 

 

 

 

Dov’è il cambiamento climatico?

 Sono davvero tante le critiche che si potrebbero fare a questo decreto, che in tutta onestà è lontano anni luce dall’essere “il primo passo del Green New Deal italiano”. Proviamo ad andare con ordine. 

 La prima cosa da sottolineare è la totale mancanza di ambizione. Tanto per cominciare, i 380 milioni stanziati (abbiamo fatto le pulci al decreto riga per riga) sono una cifra ridicola per affrontare il problema del cambiamento climatico: nulla a che vedere, ad esempio, con i cento miliardi di euro stanziati dalla Germania nel suo piano per il clima (che pure è per certi aspetti problematico). Se non vogliamo paragonarci agli altri, facciamo allora un esempio nostrano: la realizzazione della sola Metro C di Roma, da Pantano a Colosseo, è costata finora quasi 3 miliardi di euro. Non consideriamo Roma la città italiana più efficiente? La metro di Torino è costata oltre un miliardo, la M5 a Milano 1,5 miliardi. Cosa potranno mai farci le 45 città italiane con più di centomila abitanti con i 40 milioni totali destinati all’ammodernamento delle corsie preferenziali? 

 La mancanza di ambizione non si riscontra solamente nelle cifre investite, ma anche nei provvedimenti inizialmente previsti e poi cancellati all’ultimo minuto. Stiamo parlando, ad esempio, del fondo per l’educazione ambientale nelle scuole, poi eliminato dal documento finale. Lo stesso discorso vale per i tagli ai sussidi per i combustibili fossili, prima sbandierati poi cancellati dal provvedimento. Ad oggi, questi sussidi ammontano a circa 19 miliardi, che il ministro Costa ha però promesso saranno tagliati nella Legge di bilancio per il 2020. La verità la sapremo a breve e Duegradi non mancherà di comunicarvela.

Il secondo aspetto deludente, nonché davvero paradossale, è che il “Decreto Clima” non è una legge sul clima. Questo decreto ha ben poco a che vedere con la mitigazione delle emissioni di gas serra e con l’adattamento al clima che cambia, le due vie maestre per affrontare il cambiamento climatico. Certo, ridurre il numero di automobili, disincentivare l’uso della plastica e ed aumentare il verde nelle grandi città porteranno con ogni probabilità anche ad una riduzione complessiva della quantità di gas serra presenti nell’atmosfera. Tuttavia, la decarbonizzazione della nostra economia avrebbe bisogno di misure più mirate e ben più complesse, nonché di un piano omnicomprensivo che includa le politiche industriali, agricole ed energetiche. 

 In effetti, che non si tratti di un decreto sul cambiamento climatico lo si capisce già dal titolo: “Misure urgenti per il rispetto degli obblighi previsti dalla Direttiva 2008/50/CE per la qualità dell’aria”. A conti fatti, il cosiddetto “Decreto Clima” è esattamente questo: un decreto per migliorare la qualità dell’aria in Italia. Ancora meglio, è una legge con la quale l’Italia prova a correggere i livelli di inquinamento nelle città, così rischiosi per la salute che l’Unione Europea ha segnalato il problema, chiedendoci di porvi rimedio. Non a caso, i fondi saranno disponibili solo nei “Comuni interessati alle procedure di infrazione comunitaria” sulla qualità dell’aria. Un dettaglio non trascurabile, dato che inquinamento dell’aria e cambiamento climatico non sono la stessa cosa.    

 Cosa rimane quindi del “Decreto Clima” e dell’inizio del “Green new Deal” italiano? Davvero poco. 

Ricapitolando: il governo ha approvato delle misure per migliorare la qualità dell’aria per sanare un’infrazione Europea, poi ha aggiunto un paio di provvedimenti ambientali che non c’entravano molto – il green corner su tutti – e lo ha chiamato “Decreto Clima”. Una mossa che odora più di propaganda che di politica. Sia chiaro: se queste misure saranno efficaci nel migliorare l’aria che respiriamo, ben vengano. Ma non hanno nulla a che vedere con il contrasto al cambiamento climatico. Per fare delle politiche ambientali serie, bisognerebbe quantomeno iniziare a chiamare le cose col loro nome.

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