Il dilemma dell’aperitivo
Illustrazioni di Dada Goffredo
Incontrarsi a un tavolo
Incontrarsi a tavola per stare assieme e condividere è una prassi: celebriamo le feste comandate con pasti di notevole durata, facciamo le rimpatriate in pizzeria, e ci aggiorniamo su “come va la vita?” davanti a qualcosa da bere. È una consuetudine piacevole e conviviale, la maggior partedel tempo.
Ma ogni persona ha il suo tallone d’Achille: chi non sopporta il pranzo di Natale, chi rifugge la cena di lavoro. Per chi scrive, ultimamente, sono gli incontri di aggiornamento – aperitivi, caffè – a rappresentare un vero dilemma che trova le sue origini in una serie di questioni sociali e ambientali. Per spiegarlo risulta utile un esercizio di immaginazione.

La situazione
Un’amica che non vedete da tempo torna a casa, oppure siete voi a visitare una città dove vive una vecchia conoscenza. Dando per assodato che vi vada di incontrarvi per aggiornarvi sulle vostre vite, allora, con molta probabilità, verrà proposto di beccarsi per un caffè/aperitivo.
Certo, si potrebbe andare a fare una passeggiata o visitare un museo. Ma se l’aperitivo è un’opzione così popolare chi scrive immagina sia perché ha una sua funzionalità. Se si dovesse individuare quale, andrebbe più o meno così.
L’aperitivo è comodo e senza troppo impegno. Se alcolico può anche facilitare una conversazione che, davanti a un bicchiere, può essere più o meno superficiale – d’altronde, c’è un tavolo che separa e fa da scudo. È un incontro che si adatta bene al concetto del post-lavoro nelle nostre società veloci, a volte frenetiche. Può avere durata variabile – una via di fuga si trova sempre così come una scusa per ordinare qualcos’altro.
E quindi vi date appuntamento in quel bar carino e inondato di piante – sembra quasi una serra. Scambio di baci, abbracci, “che bello vedersi, sediamoci in questo tavolino qui in fondo così poi facciamo un po’ di people watching, e tu come stai? Raccontami del tuo ultimo viaggio! E questo nuovo progetto?”.
“Siete pronte a ordinare?”.
“Ancora due minuti”.
“Magari scegliamo cosa prendere, così poi parliamo con calma”.
Eccoci, è in questi 120 secondi assegnati per analizzare la giungla di proposte a menù che si svolge il dilemma dell’aperitivo. Un “cosa ordino” che si porta dentro valori, dissidi, dubbi.
Se si vuole bere qualcosa di alcolico, allora la scelta può essere semplice: ordiniamo questi ultimi spritz prima che la crisi climatica lo renda sempre più difficile e costoso. Se si preferisce un analcolico, bisogna fare una scelta oculata del luogo di incontro.
Ci sono sempre più bevande prodotte da imprese, anche locali, che seguono principi di sostenibilità o che sono esplicitamente a favore di cause sociali, politiche, ambientali in cui crediamo. Se il bar le offre, queste bevande possono essere buone alleate per evitare l’alcol e allo stesso tempo il finanziamento di precisi marchi che abbiamo scelto di boicottare.
Gli analcolici, anche quelli più “consapevoli”, rientrano per la maggior parte nelle bevande zuccherate il cui consumo in aumento viene associato a un aumento del rischio di sovrappeso e obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, carie e osteoporosi. Ecco, forse non è il caso di fare di queste bevande la scelta prediletta: tuteliamo sì i nostri valori, ma anche la nostra salute. Evitarle però complica le cose: la maggior parte dei bar propone una sola opzione di bibita senza zuccheri, quella famosa prodotta proprio da un marchio da boicottare.
Cosa ordinare allora, un caffè? No, poi non si dorme, sia per la caffeina che per i pensieri rispetto all’impatto ambientale e climatico della coltivazione del caffè, che si lega al consumo di suolo e acqua, emissioni di carbonio e perdita di biodiversità. Difficile che il bar offra opzioni più sostenibili ed eque che cerchino di attutire le problematiche della filiera e del cambiamento climatico, e che spesso lo fanno a peso d’oro.
Un orzo forse, o un infuso, forse noioso ma una pur sempre un’opzione, almeno da ottobre ad aprile. Perché, quando poi fa caldo, ordinare un’infusione bollente di petali e frutti essiccati diventa facilmente martirio.
Dopo averci pensato e ripensato per (molto più di) 120 secondi, verrebbe voglia di ordinare un’acqua in bicchiere così da evitare la bottiglietta. Ma ordinare un bicchiere d’acqua sta male, fa un po’ strano: non finanzia il bar che ospiterà per due ore le gare di tuffi nei ricordi fra te e chi incontri. E allora viene l’impulso di pregare “Guarda, pago l’acqua quanto una bibita, mettici pure uno sciroppo vanificando la mia astensione dallo zucchero, ma ti prego, lasciami idratare!”.
Due minuti sono più che passati, e l’arrivo del cameriere interrompe il rimuginare. Sei lì, senza una risposta valida e con un vago sentore di nausea. Da qui può andare in tre modi: un orzo grande e imbarazzato, un’acqua e sambuco vintage che verrà comunque servita in bottiglia di plastica, “e vabbè dai, facciamoci uno spritz” perché di qualche male dobbiamo morire e piuttosto che ordinare quella famosa bibita in lattina si prende uno spritz.

Scegliere è politica
Avete visualizzato “la situazione”? Questo è il dilemma dell’aperitivo, che dilata il tempo fra il sedersi e l’ordinare lasciando emergere dubbi e questioni. Per chi scrive rimane un rompicapo: non ha la risposta pronta quando le chiedono cosa vuole bere e un mondo dove ordinare un’acqua frizzante senza dover adottare un tono contrito di giustificazione sembra lontano.
Allora perché non evitare del tutto l’aperitivo, almeno quelle volte che si fa per comodità e non per piacere? Possiamo imparare a trovarci anche senza ordinare qualcosa, senza dover legare l’incontro alla transazione economica. Possiamo riscoprire lo spazio pubblico, andare davvero a fare due passi, sdraiarsi al parco, trovarsi a dipingere, fare ceramica, cucire all’aperto, ma anche stare vicine – con un infuso – sul divano.
Anche se a volte non ci pensiamo o perdiamo la speranza e non ci possiamo più credere, avere consapevolezza delle nostre scelte e le nostre azioni è politica, perché scelte e azioni sono politica: (non) consumare, (non) finanziare, (non) essere presente nel luogo pubblico
Se anche chi legge spicca voli pindarici di questo tipo, sarebbe interessante mappare quali rotte prendono i nostri pensieri quando proviamo a unire i puntini fra i grandi temi e le piccole cose di tutti i giorni.



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