Chi tace acconsente
In questo ottavo numero della rubrica Le parole sono importanti parleremo di cronaca del maltempo, di ostinate alluvioni, di politici vicini alla popolazione, di silenzio; e di come non si debba rinunciare a trovare degli spazi alternativi per continuare a parlare della crisi che stiamo vivendo, e per riempirlo, questo silenzio.
Questa rubrica si chiama Le parole sono importanti, perché racconta di chi ha interesse a inquinare i discorsi, i significati e le parole di cui ci serviamo, come democrazia, per intessere un dibattito pubblico sulla crisi climatica. Quando ho iniziato a scrivere questa rubrica ho immaginato che ogni mese ci sarebbero state diverse dichiarazioni, svariati articoli o discorsi elettorali da commentare. E in effetti il materiale non manca mai. Tuttavia, non avevo messo in conto che mi sarei trovato a dover segnalare che, in questo preciso momento storico, a fare piú rumore di qualunque parola sia il silenzio.
A pensarci bene anche il silenzio però è una forma non verbale di mistificazione, di prevaricazione e di violenza verso un’evidenza, verso la realtà delle cose. Parlando di altro si nega lo spazio legittimo che un tema meriterebbe, in particolare quando a non pronunciarsi sono le persone che avrebbero la responsabilità di discutere un problema, esporlo, problematizzarlo. Ci troviamo in un momento unico, e distopico, in cui constatiamo che la fisica dell’atmosfera e la meccanica idrogeologica della superficie terrestre segnalano una forte accelerazione della crisi climatica e al contempo realizziamo sommessamente che forse, a livello internazionale, non si è mai discusso così poco di clima come negli ultimi mesi. Ci troviamo insomma in quel trattino temporale della storia in cui una mattina ci svegliamo con le immagini indescrivibili di Valencia colpita dall’ennesimo, brutale, evento meteorologico estremo di questo 2024, e qualche giorno dopo Donald Trump si appresta a riaccomodarsi alla Casa Bianca.
In un quadro globale sempre meno rassicurante, l’Italia incarna perfettamente questa distopia: un territorio fragile dal punto di vista del rischio idrogeologico, un paese affacciato su un mare, il Mediterraneo, che si sta tropicalizzando, e un governo che in tutto questo si gira dall’altra parte. Già sapevamo che l’attuale governo non ha alcun interesse a mettere il tema al centro della propria agenda. Sapevamo anche che nonostante il cambiamento climatico fosse stato tematizzato nella maggior parte dei programmi elettorali alle scorse elezioni europee, poi di fatto fosse sparito nella campagna elettorale. Del resto già nel marzo del 2023, quando l’ONU aveva pubblicato un importante rapporto sul clima, la politica italiana lo aveva ignorato compattamente. Tuttavia, alla quarta alluvione in Emilia Romagna nel giro di 17 mesi ci si aspettava un sussulto. Forse ingenuamente, a seguito di questo evento, a tanti è venuto da pensare che a un certo punto arriva il momento in cui la nuda realtà deborda e ci mette di fronte all’evidenza.

Nella grafica: la visualizzazione degli accumuli di pioggia nei quattro episodi alluvionali che hanno colpito l’Emilia Romagna dal maggio 2023 all’ottobre 2024.
E invece no. È regnato il silenzio, di nuovo. I giornali hanno riportato gli eventi per lo più all’interno di una cornice narrativa di ‘cronaca del maltempo’, spesso senza alcun riferimento al cambiamento climatico. Vero, non esiste alcun modello che possa confermare immediatamente il legame tra un evento estremo e il cambiamento climatico. Eppure persino questo limite epistemologico comincia a non reggere più, come spiegato efficacemente dal filosofo della scienza Telmo Pievani, e quindi forse sarebbe ora di parlare senza indugio di crisi climatica di fronte all’ennesimo ‘evento impensabile’.
E se la stampa continua a temporeggiare, la politica rimane addirittura in silenzio, come se fosse tutto nell’ordine delle cose. Ho consultato, senza grandi pretese metodologiche, le pagine Instagram, Facebook e X dei leader politici italiani dei maggiori partiti italiani, a ridosso dell’alluvione di Bologna dello scorso 20 ottobre. Al netto di Bonelli e Fratoianni, che per ovvi motivi tendono a esporsi con decisione sul tema, si va dalla totale rimozione a timidi accenni, passando per forzate dichiarazioni di servizio. Su instagram l’unica politica a commentare l’alluvione è stata Schlein, che esprime vicinanza alle popolazioni colpite ma comunque non menziona il cambiamento climatico. Giuseppe Conte non pervenuto. Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani, prevedibilmente, nemmeno. Su X Meloni, molto impegnata sul fronte Albania negli stessi giorni, dedica un tweet in cui parla di maltempo ed esprime vicinanza ai famigliari della vittima dell’alluvione. Salvini, Schlein, Tajani, nemmeno un accenno. Stessa situazione su Facebook: messaggio copiaincollato da Instagram di Schlein, per il resto nulla. Silenzio.
Da un lato eravamo pronti in un certo senso a questo scenario, lo aveva prefigurato in maniera impeccabile Don’t look up, il film di Adam McKay che utilizza efficacemente l’allegoria del meteorite in procinto di schiantarsi sulla terra per parlare della crisi climatica. Gli scienziati ti dicono che sta accadendo qualcosa di tragico, eppure classe politica e media si girano dall’altra parte. Dall’altro lato non si è mai veramente pronti, quando lo scenario messo in scena in un film si trasforma nella nostra quotidianità. Non ci resta che parlarne, riempire il silenzio. Creare spazi in cui ci si guardi dritti negli occhi e si continui a discutere, informarsi, concordare e dissentire. Perché sì, va ribadito, le parole sono importanti.



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