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L’impatto ambientale della neve artificiale

L’impatto ambientale della neve artificiale

Grafiche di Giulia Boiani

Il paradosso dell’assenza di neve e la crescita dello sci

Tra un po’ ci faranno pagare persino l’aria che respiriamo. È una delle classiche frasi che si dicono ridendo a tavola durante le feste, senza realizzare che si tratta della cruda realtà. Una fuga in montagna, dove l’aria è più pura, l’acqua più pulita e si ha la possibilità di distendere i nervi dalle scadenze lavorative, costa un capitale e alimenta un business miliardario in costante crescita. “La montagna d’inverno – si legge sul Sole 24 Ore – nella stagione 2023/2024 ha generato un giro d’affari complessivo di oltre 23,7 miliardi di euro, con una crescita dell’8% rispetto alla stagione passata”.

Molti degli introiti derivano dallo sci e, quindi, dalla neve. La stagione sciistica quest’anno frutterà quasi 11,7 miliardi di euro, tra strutture alberghiere ed extra alberghiere, noleggio attrezzature, lezioni di sci e skipass, commercio, ristorazione e divertimenti. Complice anche l’inflazione, per un adulto una sola settimana sugli sci costa in media 1.453 euro. Una somma che è disposto a spendere un numero ristretto, ma comunque consistente di persone, che sia per pura passione per lo sci o per sfoggiare la propria presenza su biancheggianti lingue di neve srotolate sull’erba nuda.

La crescita del mercato dello sci è un paradosso se si pensa che la neve sulle montagne è sempre meno. Secondo uno studio coordinato da Eurac Research, tra il 1920 e il 2020, le nevicate su tutto l’arco alpino sono diminuite del 34%, con un ingente tracollo dal 1980 in poi. La causa è, neanche a dirsi, il surriscaldamento globale dovuto alle emissioni antropiche.

Le località sciistiche più in voga

La riduzione di precipitazioni nevose interessa, com’è ovvio, soprattutto le località con un’altitudine al di sotto dei 2.000 metri, mentre sopra i 3.000, per ora, la neve naturale è ancora abbondantemente presente. Peccato che le località sciistiche più rinomate e frequentate si trovino proprio al di sotto della fatidica soglia. L’altitudine di Cortina d’Ampezzo, il complesso più in voga, è di 1.224 m. E, nonostante l’assenza di neve, già da fine novembre, ovvero una settimana prima del previsto, si sono aperte alcune piste. Il tutto grazie alla neve artificiale.

La seconda in classifica è Madonna di Campiglio, che si trova a 1.550 metri sopra il livello del mare, seguita da Livigno, 1.816 metri, Cervinia, 2.050 metri, Ortisei, 1.230 metri e infine Courmayeur, che si trova a “soli” 1.224 metri sopra il livello del mare. E, nonostante le rare precipitazioni, le piste in questi luoghi funzionano a pieno regime per tutto il periodo invernale. In totale, in Italia ci sono 5.700 km di piste (di cui 1.200 solo a Cortina). E, secondo il rapporto Nevediversa di Legambiente, ad oggi il 90% delle piste del bel paese sono innevate artificialmente.

L’impatto idrico della neve artificiale

L’impatto ambientale della perdita di neve è già di per sé potenzialmente catastrofico. La neve è infatti una risorsa fondamentale, sia come riserva idrica, ma anche perché alimenta i ghiacciai, i corsi d’acqua montani e permette di riflettere il calore dei raggi solari raffreddando la superficie terrestre. Senza le superfici bianche, il riscaldamento già in atto aumenta ulteriormente, con il cosiddetto feedback positivo.

Se a questo aggiungiamo l’accanimento terapeutico sulle piste da sci, i danni ambientali aumentano a dismisura. In Italia, gli ingredienti per l’innevamento artificiale sono solo due, ma energicamente ed idricamente dispendiosi: i macchinari spara neve e una grande, grandissima quantità di acqua. Secondo un rapporto della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi (CIPRA), per produrre circa 2,5 metri cubi di neve artificiale servono quasi 1.000 litri d’acqua, ovvero un milione di litri per ogni ettaro di pista. Nelle Alpi francesi, la produzione di neve artificiale consuma dai 20 ai 25 milioni di metri cubi d’acqua all’anno, pari al consumo di acqua di una città delle dimensioni di Grenoble nello stesso frangente di tempo. In Italia, il consumo annuo di acqua destinato alla neve artificiale già ora potrebbe raggiungere 96.840.000 di m³ che corrispondono al consumo idrico annuo di una città da un milione di abitanti, come Milano.

L’acqua viene prelevata da laghi, ruscelli o bacini artificiali. Secondo Legambiente, i bacini idrici artificiali destinati all’innevamento coprono circa 1.037.377 m². Il tutto è davvero ironico, considerando la crisi idrica che sta colpendo la Sicilia e altre regioni del Paese e che non stenta a rientrare, nemmeno d’inverno. Alla fine del 2018, durante un periodo di grande siccità, ai residenti di diverse zone delle Alpi francesi era stato raccomandato di limitare l’uso domestico dell’acqua proprio perché ne rimanesse a sufficienza per alimentare i cannoni sparaneve.

L’impatto energetico della neve artificiale

Passiamo ora al consumo energetico. L’acqua viene condotta alle macchine talvolta sfruttando i declivi montuosi, altre volte tramite pompe e condotte e, quindi, consumando energia. In qualche raro caso si utilizza l’energia idroelettrica, quindi rinnovabile. I dispositivi poi vaporizzano l’acqua e la miscelano con aria a bassissima temperatura, raffreddata grazie a macchine frigorifere (ancora energia). Viene poi immessa della pressione, che causa un ulteriore raffreddamento, da cui deriva il congelamento delle goccioline. Il composto ottenuto viene poi immesso nell’ambiente con l’azione dei famosi cannoni sparaneve, oppure con le lance, che hanno una gittata inferiore.

Secondo il CIPRA, nelle Alpi francesi il consumo di questo processo è di circa 3.5 kWh per metro cubo di neve, pari all’energia che serve a 130 mila famiglie di 4 persone. Secondo il report di Legambiente sull’Italia, “il consumo complessivo di energia delle stazioni sciistiche nella stagione 2019-2020 è di circa 24 GWh. La produzione della neve assorbe il 41,8% del totale. Il resto è legato al funzionamento degli impianti di risalita”. Bisogna anche dire che i macchinari per la neve stanno diventando sempre più efficienti, producendo più neve in meno tempo e sfruttando il più possibile le temperature esterne qualora il clima sia abbastanza freddo e secco. Siamo però ancora lontano da impianti innevanti che utilizzano energia completamente rinnovabile e che sono a impatto zero.

Emissioni, consumo di suolo e stress degli ecosistemi. L’impatto invisibile

Vi sono anche altri elementi che rendono l’innevamento artificiale poco sostenibile. Per stendere e posizionare il manto nevoso si utilizzano i battipista – chiamati anche gatti delle nevi – mezzi paragonabili a dei camion che per la maggior parte sono ancora alimentati a gasolio, tranne qualche recente esperimento con idrogeno ed elettrico. Bisogna poi contare l’impatto delle automobili, spesso molto grosse, dei turisti. I quali, per poter sciare su queste piste artificiali, giungono tra le montagne insieme ai loro tubi di scappamento.

Un altro fattore di impatto ambientale è lo stress sul suolo montano. Infatti, la neve artificiale si scioglie con meno facilità di quella naturale, mantenendo bianchi tratti di montagna anche a primavera inoltrata. Questo danneggia il suolo, che rimane troppo freddo troppo a lungo, compromettendo il ciclo ecosistemico. Gli scavi e i lavori per i bacini, per il trasporto e l’installazione di tubature e macchinari, oltre che per la costruzione delle strutture ricettive a fronte di un aumento dei turisti, sono causa di consumo di suolo e inquinamento acustico.

Tutti questi sono danni difficilmente misurabili, ma che nell’insieme e con il passare degli anni aumentano molto l’impatto negativo sull’ambiente.

Infine, vi è anche un grande dispendio di denaro, che Legambiente lamenta potrebbe essere utilizzato in modo più appropriato in un momento di crisi climatica galoppante. Innevare completamente una pista può costare anche 250 mila euro. A causa dell’inflazione, infatti, il costo sta lievitando, passando dai 2 euro circa a metro³ del 2021-2022, ai 3-7 euro nella stagione 2022-2023.

Quali soluzioni per il futuro del turismo montano?

Robert Steiger del dipartimento di economia dell’Università di Inssbruck ha ribadito la necessità di investire “in tecnologie di innevamento efficienti dal punto di vista energetico, nella promozione di misure di risparmio idrico e nell’accelerazione della trasformazione verso fonti energetiche rinnovabili”. Preferiamo però dare più importanza alle parole di Vanda Bonardo, responsabile della sezione Alpi di Legambiente: “È la fine di un’epoca, che però deve essere accompagnata da un nuovo modo ecosostenibile di ripensare il turismo insieme ad un nuovo approccio culturale”.

Infatti, pensare di continuare ad alimentare il turismo sciistico è irrealistico. Per poterlo fare, l’energia richiesta e gli investimenti economici saranno sempre più alti. Secondo uno studio sul rapporto neve-acqua nel settore dello sci pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, la domanda di acqua in Europa per una copertura nevosa artificiale del 50% aumenterà tra l’8 e il 25% rispetto ai livelli preindustriali in uno scenario di riscaldamento di 2°C. Anche l’elettricità necessaria per la produzione di neve artificiale aumenterà del 18%, il che si tradurrà in costi ed emissioni più elevati. Questo renderà lo sci nuovamente un lusso per pochi. Una élite che danneggia tutte le altre persone e l’ambiente in cui viviamo, solo per godersi la settimana bianca.

La responsabilità, ancora una volta, è anche individuale, per cui dovrebbe esserci più consapevolezza dei propri consumi per fruire di beni che un tempo si davano per scontati. Com’è ovvio, però, le amministrazioni dovranno pensare a un modo rapido e indolore per cambiare l’offerta, vedendo un’opportunità e non una perdita negli enormi spazi liberi di cui è dotata la montagna italiana. Il prezzo? Non avere a cuore sempre e soltanto la crescita economica e il profitto. Infatti, il sostegno pubblico ai comprensori sciistici spesso viene giustificato per la loro capacità di creare indotto. Nulla però si sa e si dice dell’indotto non solo monetario, ma anche di ricostruzione della “comunità”, che si trarrebbe dalla ristrutturazione dei sentieri o altri progetti ecosostenibili.

Il report di Legambiente suggerisce alcune alternative, come camminate con le ciaspole o con le racchette da neve, tour in ebike, tour storico-culturali oppure enogastronomici nei borghi montani. Sempre, però, nell’ottica di un turismo lento, volto a valorizzare i territori, a renderli abitabili e non a trasformarli in vetrine per fotografie patinate. Sempre nel report, si fa notare come alcuni progetti siano già attivi e funzionanti, ma altri siano stati “tenuti sotto scacco da un blocco sociale e politico che si auspica possa rivedere al più presto le proprie scelte. Un raggruppamento di persone caparbiamente aggrappate al passato e incapaci di immaginare che una montagna diversa è possibile”.

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  • Giornalista freelance, insegnava lettere in una scuola superiore e si è occupata di turismo sostenibile in Islanda. Ora scrive articoli su ambiente, giustizia sociale e diritti umani.

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