Infobesità e slow information
Illustrazioni di Martina Spinelli
L’illusione della conoscenza: il paradosso dell’infobesità
Apro Instagram, LinkedIn, X, Bluesky, Mastodon—un’ennesima fonte “informativa” online. Scorro una notizia sull’ultimo disastro, una crisi, un’ingiustizia, un’altra tragedia mascherata da progresso. Eppure, non provo più né rabbia né frustrazione, solo un crescente senso di impotenza. Un overwhelming feeling, la sensazione di non riuscire a gestire questo carico informativo opprimente, di essere sommerso da dati, eventi, emergenze. E così, inevitabilmente, mi rassegno a focalizzarmi sul mio piccolo orticello, appena più gestibile. Benvenuti nel magico mondo dell’infobesità e delle sue conseguenze.
L’infobesità, o sovraccarico informativo, rappresenta una delle sfide cognitive ed epistemologiche più rilevanti dell’era digitale. La sua manifestazione più pervasiva si osserva nella capacità ridotta degli individui di elaborare, valutare e discernere informazioni rilevanti in un contesto caratterizzato da un flusso costante e incontrollato di contenuti. Il concetto, sviluppato inizialmente in ambito biblioteconomico e delle scienze dell’informazione, ha trovato conferma in studi recenti che ne evidenziano gli impatti su decision-making, capacità cognitive, benessere psicologico e dinamiche socio-politiche (Arnold et al., 2023). L’era dell’informazione ha reso accessibile un volume di dati senza precedenti, ma questa espansione ha prodotto un effetto paradossale: invece di migliorare la comprensione collettiva, ha ridotto la capacità di approfondimento e discernimento.
L’infodemia, nata per descrivere la diffusione incontrollata di informazioni durante la pandemia di COVID-19, ha esemplificato come l’eccesso di dati non strutturati porti a risposte cognitive maladattive, tra cui l’incremento della condivisione di fake news, il panico informativo e il deterioramento del pensiero critico (Bermes, 2021). Il sovraccarico cognitivo indotto da questa iper-esposizione informativa riduce la capacità di processare le informazioni in maniera razionale, generando quella che la letteratura definisce una riduzione della resilienza informativa, ovvero la capacità di filtrare e contestualizzare i contenuti ricevuti (Shahrzadi et al., 2024).

Quando più informazione significa meno comprensione
Parallelamente, il fenomeno dell’infobesità si interseca con le dinamiche di consumo informativo. Ricerche empiriche condotte su studenti universitari dimostrano che la sovrabbondanza di fonti digitali non porta a un miglioramento nella qualità dell’apprendimento o del problem-solving, ma a un incremento della fatica cognitiva e a un calo nella capacità di distinguere fonti affidabili da quelle non verificate (Awuor et al., 2019). Questa saturazione del flusso informativo modifica anche le abitudini di lettura, riducendo il tempo medio di attenzione e privilegiando contenuti ipersemplificati e decontestualizzati, spesso ottimizzati per la fruizione rapida sui social media (Matthes et al., 2020).
Il fenomeno della perma-connessione, ossia la continua esposizione ai flussi di contenuti digitali, amplifica questi effetti, generando una sorta di “bulimia informativa” in cui l’accumulo di contenuti non si traduce in una maggiore conoscenza, ma in una frammentazione cognitiva. Siamo di fronte ad un paradosso che ha un preciso nome: il paradosso dell’accesso all’informazione. Studi recenti hanno evidenziato che la correlazione tra esposizione informativa e capacità di discernimento segue una curva a U inversa: oltre una certa soglia, l’aumento dell’informazione riduce la qualità del decision-making, portando a un incremento dell’incertezza e della vulnerabilità rispetto alla disinformazione (Shahrzadi et al., 2024). Questo fenomeno si spiega attraverso la teoria del sovraccarico cognitivo, secondo cui il cervello umano ha una capacità finita di elaborazione delle informazioni. Quando sottoposto a un eccesso di stimoli, tende a sviluppare strategie euristiche (scorciatoie mentali per prendere decisioni più rapide) che semplificano il processo decisionale ma aumentano il rischio di errori interpretativi (Eppler & Mengis, 2004).
L’illusione della consapevolezza digitale: quando l’informazione diventa rumore
Passando dal piano accademico a quello più personale, di recente ho partecipato a un corso su green influencing per capire come “comunicare correttamente il cambiamento climatico sui social”. Al di là del diffuso sentore di greenwashing, mi ha colpito un’affermazione di una delle insegnanti: “We have to hammer the importance of climate change to our audience with more content.” Non credo neanche di dover spiegare perché un approccio del genere sia discutibile sotto infiniti punti di vista; ma, nel caso non fosse chiaro, userò una metafora: immagina una persona che già sta affogando; invece di aiutarla a riemergere, le versi addosso altra acqua. In altre parole, se il pubblico è già sommerso da notizie e contenuti—come in un mare di informazioni—continuare a “martellare” con ulteriore materiale non fa che peggiorare il senso di soffocamento, anziché offrire una via di comprensione e coinvolgimento reali.
Questo contribuisce a creare il contesto attuale: una serie di wannabe green influencer, canali social pseudo-sostenibili e fuffa guru che, avendo appena scoperto che prendere un volo da Roma a Milano “fa male al pianeta”, credono di reinventare la ruota ogni singola volta. E così, ruota dopo ruota, si accumulano su una catasta alta quanto l’Olympus Mons—il più grande rilievo di Marte e dell’intero sistema solare, con i suoi oltre 25 chilometri d’altezza—seppellendo qualsiasi contenuto appena più valido, basato sui fatti e non solo sull’intrattenimento o sulla polarizzazione. A ogni nuova “ruota” la catasta vacilla, rischiando di travolgerci e lasciarci boccheggianti di fronte a un vuoto informativo senza limiti, morale o senso critico.
Slow Information: ripensare il consumo di contenuti nell’era dell’iperconnessione
In risposta a queste problematiche, il paradigma della slow information emerge come una proposta di decelerazione cognitiva, ispirata ai principi del movimento slow in economia e alimentazione[1]. Questo approccio mira a ridefinire il rapporto tra produttore e consumatore di contenuti, enfatizzando la qualità rispetto alla quantità e promuovendo modalità di fruizione che stimolino un’elaborazione cognitiva più profonda e consapevole.
Il paradigma della slow information si inserisce anche nella filosofia del digital minimalism (Newport, 2019), che propone una riduzione intenzionale del tempo trascorso sulle piattaforme digitali per migliorare la qualità dell’attenzione e della riflessione. Il concetto è strettamente correlato alla necessità di contrastare fenomeni come il Fear of Missing Out (FOMO) e il Fear of Being Offline (FOBO), che alimentano la dipendenza digitale e riducono la capacità di distacco critico dal flusso informativo.
Dal punto di vista delle strategie applicative, l’adozione della slow information può avvenire attraverso pratiche di digital decluttering e digital detox, ovvero la riduzione consapevole della dipendenza dai media digitali. Queste pratiche non mirano a un completo distacco dalla tecnologia, ma a un uso più equilibrato e intenzionale. Newport (2019) sostiene che il decluttering digitale non consiste solo nel ridurre il tempo di esposizione, ma nell’identificare quali strumenti tecnologici aggiungano valore reale alla vita dell’utente, promuovendo una fruizione più selettiva e mirata.
Un’altra dimensione chiave della slow information è la riformulazione dell’ambiente digitale per incentivare una fruizione più consapevole. Attualmente, le piattaforme sociali sono progettate per favorire il consumo compulsivo e frammentato dell’informazione, con meccanismi di persuasive design che sfruttano la gratificazione istantanea per mantenere gli utenti connessi. La slow information, invece, suggerisce la creazione di ecosistemi informativi che privilegino contenuti di lungo termine, incentivino la lettura approfondita e riducano la pressione alla costante interazione. Se a livello globale il movimento della slow media ha trovato spazio con progetti come il Slow Media Manifesto, in Italia un esempio concreto è Slow News, il primo progetto italiano di slow journalism. Nato con l’obiettivo di contrastare il sovraccarico informativo e il ritmo incessante del ciclo delle notizie, Slow News promuove un giornalismo che rifiuta la logica della viralità e del clickbait, puntando invece su analisi ponderate, contestualizzazione e contenuti di reale utilità per il lettore. Non si tratta solo di ridurre il flusso di informazioni, ma di ripensare il modo in cui il giornalismo viene prodotto e consumato, in un’ottica di maggiore responsabilità e indipendenza editoriale. Questo approccio è emblematico della necessità di passare da una produzione caotica di contenuti a un modello più sostenibile, che restituisca valore alla profondità analitica e alla comprensione critica della realtà.
Le sfide della slow information: quando gli algoritmi ostacolano la consapevolezza
Tuttavia, l’implementazione di strategie di slow information si scontra con l’infrastruttura algoritmica delle piattaforme digitali, che incentivano modelli di consumo high-frequency, low-retention basati su metriche di engagement anziché sulla validità informativa (Arnold et al., 2023). Il paradigma del surveillance capitalism, teorizzato da Shoshana Zuboff, evidenzia come le piattaforme sociali non operino come strumenti di informazione neutrale, ma come ecosistemi progettati per massimizzare il tempo di permanenza dell’utente, spesso attraverso la sovrabbondanza di contenuti e la gamification del consumo informativo (Bermes, 2021).
L’overload informativo è quindi una caratteristica intrinseca dell’attuale ecosistema digitale, non un effetto collaterale, e come tale richiede un ripensamento strutturale dei modelli di produzione e distribuzione dell’informazione. Se l’infobesità è un problema sistemico, le soluzioni non possono limitarsi a interventi individuali, come la gestione del tempo trascorso online o l’adozione di strategie di digital detox. Sono necessarie riforme strutturali che ripensino la governance dell’informazione, introducendo standard di responsabilità per le piattaforme e promuovendo modelli di public-interest journalism capaci di contrastare la deriva quantitativa della produzione informativa. Studi recenti suggeriscono che una delle strategie più efficaci è la creazione di ecosistemi informativi più resilienti, in cui il media literacy non sia limitato alla semplice alfabetizzazione digitale, ma incorpori competenze critiche di valutazione e contestualizzazione delle informazioni (Conner-Gaten et al., 2020).
Dissetarsi con la sabbia: dalla rassegnazione alla consapevolezza informativa
In conclusione, il presente sistema informativo e le nostre azioni sono la cosa più vicina a cercare di dissetarsi da una fonte di sabbia: pensiamo di trovare nutrimento e risposte, ma ci riempie solo di un nulla che non placa la sete, alimentando disinformazione e rassegnazione. L’ulteriore deregolamentazione, sostenuta da miliardari senza scrupoli, non fa che accelerare questo processo, spingendo il sistema—già votato all’intrattenimento più che all’informazione—verso una deriva in cui, dal cambiamento climatico all’identità stessa dell’uomo, ogni cosa viene appiattita in un mare di “contenuti” vuoti, incapaci di illuminarci o sostenerci davvero.
Quindi dovremmo forse arrenderci e attendere che un vermone delle sabbie di Dune ci divori? No. La soluzione è interrompere il “circo mediatico”, smettendo di seguire e sostenere personaggi che, a ben vedere, non avrebbero nemmeno motivo di esistere sulle nostre timeline—inclusi politici discutibili, i cui tratti narcisistici sfiorano il Guinness dei primati. Anche guardare o condividere i loro contenuti per scherno li rafforza. Al contrario, possiamo iniziare a concepire una slow information: un approccio più selettivo e consapevole al consumo di notizie, che valorizzi i fatti reali anziché puntare soltanto sull’intrattenimento superficiale. Non è una resa, ma un atto di emancipazione collettiva: sottrarsi alla logica dei clic e dei like per riscoprire la sostanza, riavvicinandoci a un’informazione autentica, libera dal deserto di dati in cui ci stiamo inabissando
Secondo Pieš (2022), il Slow Media Manifesto identifica la necessità di ripensare il modo in cui i media vengono consumati, riducendo la dipendenza dagli algoritmi dell’engagement e promuovendo contenuti meno effimeri e più profondi ↑



Add a Comment