La Nuova Via della Seta fra cambiamento climatico ed impatti ambientali
Grafiche di Giulia Boiani e Viola Madau
Lo snodarsi di una Nuova Via della Seta
Potremmo raggiungere un innalzamento di 3,1°C nelle temperature medie globali entro fine secolo, avverte l’ultimo Emissions Gap Report del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), pubblicato a fine ottobre di quest’anno. Il rapporto evidenzia il divario tra le emissioni di gas serra previste e quelle necessarie per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi, il noto limite di 1,5°C.
In un contesto dove è necessario tagliare il 42% delle emissioni entro il 2030 servono ambizione e un’azione immediata. Risulta quindi cruciale il ruolo giocato dai grandi paesi emettitori di CO2 – sia esso a livello storico o attuale. Tra questi, la Cina ha un peso significativo.
Il paese, nel 2023, ha emesso 16.000 MtCO₂e (megatonnellate di CO2 equivalente), il 30% del totale globale, collocandosi al primo posto nella classifica dei paesi emettitori. Se sul fronte domestico si parla di civilizzazione ecologica – qui riletta in chiave strategico-militare da Ferdinando Cotugno, con una forte spinta verso le energie rinnovabili, qual è invece l’approccio della Cina all’estero?

La Nuova Via della Seta (BRI, dall’inglese Belt and Road Initiative), è il vasto progetto infrastrutturale lanciato dalla Cina nel 2013, che mira a collegare il paese con l’Asia Centrale, il Sud-Est asiatico, il Medio Oriente, l’Africa e l’Europa attraverso una serie di corridoi terrestri e marittimi, e anche digitali. Nei primi 10 anni, oltre 150 paesi hanno firmato accordi di cooperazione, con investimenti totali di almeno un trilione di dollari.
Numerose critiche riguardanti gli impatti sociali e ambientali hanno accompagnato la BRI: fra queste, l’eccessivo finanziamento a progetti basati sui combustibili fossili, la costruzione di vere e proprie cattedrali nel deserto, lo sfruttamento della manodopera, la creazione di debito. Per questo, negli ultimi anni l’iniziativa è evoluta verso una transizione verde, fissando obiettivi di sostenibilità legati al trasporto sostenibile, l’innovazione ecologica e l’urbanizzazione rispettosa dell’ambiente.

Formalizzata nel 2017 dal Ministero dell’Ambiente cinese, questa transizione è stata ulteriormente consolidata nel 2021 con la promessa del presidente Xi Jinping di non costruire più centrali a carbone e di supportare una transizione verde nell’energia anche all’estero. Ma sta andando davvero così?
Vincoli al carbone
Gli ultimi dati parlano del 2023 come l’anno più verde in assoluto per quanto riguarda gli investimenti energetici della BRI: le rinnovabili hanno rappresentato il 55% delle spese nel settore energetico, pari a 7,9 miliardi di dollari per solare ed eolico e 1,6 miliardi per l’idroelettrico. Tuttavia, sebbene in calo, gli investimenti in energia fossile sono ancora rilevanti e lo sono stati soprattutto nei primi 10 anni dell’iniziativa.

Secondo il China Overseas Finance Inventory Database (non esaustivo, perché non include dati da ogni paese aderente all’iniziativa), dall’annuncio del 2021 non risultano “nuovi” investimenti in centrali a carbone. Tuttavia, molti progetti “vecchi”, cioè proposti prima del 2021, sono comunque proseguiti, come è accaduto in Pakistan. Un’altra scappatoia riguarda gli impianti interni, integrati in progetti più ampi. Nonostante l’impegno dichiarato, la Cina ha continuato quindi a finanziare impianti a carbone.
Inoltre, dal 2013 al 2022, due terzi degli investimenti nel settore energetico sono stati destinati a infrastrutture legate ai combustibili fossili. I miliardi di dollari investiti solo nel carbone sono stati 52, anche in paesi in via di adesione all’UE come la Bosnia ed Erzegovina e Serbia – senza però soddisfare gli standard ambientali dell’UE. In particolare, tra il 2014 e il 2017, il 91% dei prestiti per il settore energetico delle principali banche cinesi ha finanziato progetti fossili.
Scaricare il barile (o meglio i barili?) di carbone e cemento ai paesi emergenti – sì, perché l’industria edile contribuisce pesantemente alle emissioni di gas serra – non si allinea agli obiettivi di riduzione delle emissioni degli Accordi di Parigi. Uno studio del 2022 mostra che le centrali a carbone finanziate all’estero produrranno circa 12 gigatonnellate di CO2 nella loro vita, ovvero otto volte le emissioni annuali della Cina nel 2023. Inoltre, gli investimenti nel carbone vincolano i paesi aderenti alla BRI, per lo più economie emergenti, alla produzione di energia fossile, ritardando la transizione verso un modello energetico sostenibile.
Gli impatti ecosistemici della Nuova Via della Seta
Le controversie legate alla Nuova Via della Seta non riguardano soltanto i combustibili fossili. Le nuove rotte di terra e mare si snodano in ecosistemi sensibili e fragili con scarse capacità di ripristino, spesso all’interno di aree protette e hotspot di biodiversità. Secondo stime del 2019, in questi hotspot si troverebbero 4138 specie di animali e 7371 di piante, alcune a rischio di estinzione.
Molte delle regioni interessate dalla BRI sono vulnerabili alla scarsità idrica, con siccità e temperature in aumento superiori alla media globale, e una diminuzione della copertura vegetale. La maggior parte dei paesi aderenti è a rischio di fronte ai cambiamenti climatici e ha già subito eventi climatici estremi. Questi fenomeni – siccità, innalzamento delle temperature, perdita di biodiversità e cambiamenti climatici – danno vita a veri e propri cicli viziosi, amplificandosi a vicenda. Va ricordato che la Cina ha finanziato anche esplorazioni per petrolio e gas nelle zone artiche, estremamente vulnerabili ai cambiamenti climatici.
L’espansione di infrastrutture, trasporti e attività commerciali, estrattive e turistiche legate alla BRI potrebbero aumentare ulteriormente la vulnerabilità di questi territori, causare la perdita di biodiversità, la deforestazione e il cambio di uso del suolo, e favorire le invasioni biologiche e l’esaurimento di risorse naturali, con impatti indiretti sulla sicurezza alimentare.
Criticità vecchie e nuove
Esistono numerosi esempi degli impatti negativi dei progetti finanziati dalla BRI. In Asia sud-orientale, nuovi percorsi ferroviari frammentano gli habitat della fauna selvatica e attraversano 32 aree protette e 42 di aree chiave per la biodiversità, minacciando centinaia di specie già a rischio. Anche le infrastrutture portuali potrebbero inoltre avere un impatto su circa 400 specie marine.

Spesso, i progetti danneggiano interi sistemi socio-ecologici. La diga nella foresta pluviale di Batang Toru, in Indonesia, minaccia direttamente i meno di 800 esemplari di orangotango di Tapanuli rimasti, la specie di grande scimmia più rara al mondo. La costruzione ha già avuto un impatto significativo sui pendii collinari della zona, dove le prime frane hanno messo a rischio la popolazione locale. Inoltre, queste comunità hanno visto i loro terreni acquistati a prezzi irrisori per far spazio alla diga.
Sempre parlando di dighe, quelle sul fiume Mekong sono state definite come costruite “nel peggior posto possibile”. Non è stata effettuata alcuna valutazione ambientale prima della loro costruzione, causando disturbi nella migrazione dei pesci e danneggiando le attività di pesca locali. Inoltre, la gestione delle acque da parte della Cina ha portato a vere e proprie crisi idriche in Cambogia, Laos e Thailandia nel 2020, assumendo un peso anche politico.

Le controversie legate all’estrazione di risorse naturali tramite la BRI possono anche esacerbare conflitti in regioni già instabili, come dimostra l’attacco del 6 ottobre 2024 in Pakistan. In questo attacco, due cittadini cinesi sono stati uccisi e uno ferito mentre un convoglio trasportava dipendenti della Port Qasim Electric Power Company. L’attacco è stato attribuito all’Esercito di Liberazione del Balochistan. Nel 2015 sono iniziati gli investimenti cinesi per connettere la provincia dello Xinjiang al mare, ma molte persone in Balochistan si oppongono, accusando il governo di sfruttare le risorse naturali locali senza apportare benefici. Negli anni, i gruppi separatisti hanno percepito questi investimenti come una minaccia, in particolare nel porto di Gwadar, cruciale per la BRI.
La Nuova Via della Seta è compatibile con la sostenibilità?
La Nuova Via della Seta si intreccia con economie, territori, popolazioni ed ecosistemi vulnerabili, generando rischi ambientali, sociali, politici e di sicurezza. Eppure, l’iniziativa, se ben gestita, potrebbe offrire opportunità di sviluppo a basse emissioni di gas serra e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Tuttavia, finché i progetti dell’iniziativa procederanno senza una regolamentazione rigorosa e senza valutazioni di impatto ambientale adeguate, sarà difficile evitare negativi effetti a cascata su ecosistemi e comunità. Questa situazione appare particolarmente preoccupante alla luce della mancanza di governance ambientale in molte delle nazioni coinvolte, un fattore che amplifica le conseguenze negative legate a grandi progetti infrastrutturali come quello cinese.
La Nuova Via della Seta è quindi compatibile con la sostenibilità? La domanda rimane aperta.



Add a Comment