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Land Reclamation

Land Reclamation

Quando l’adattamento degli ambienti a rischio si gioca sottraendo terra al mare

Articolo di Beatrice Ruggieri

Grafiche di Viola Madau

 

Impatti della crisi climatica sulle aree costiere

Secondo l’IPCC, più di 3 miliardi di persone vivono in contesti vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico. Gran parte di queste abitano in aree costiere iperurbanizzate, fortemente esposte all’innalzamento del livello dei mari, considerato tra le principali minacce dei prossimi decenni. Nonostante diversi sforzi mitigativi, è altamente probabile che nel prossimo futuro l’acqua ridisegnerà i profili delle aree costiere di tutto il mondo. In questo contesto, identificare strategie di adattamento efficaci deve essere prioritario nell’ambito delle politiche climatiche.

 

Finora sono state tre le opzioni percorse: costruire strutture idrauliche di difesa tramite tecniche di ingegneria dura finalizzate a proteggere le attività e gli insediamenti costieri; modificare le strutture esistenti allo scopo di renderle più resilienti ad un possibile avanzare delle acque (elevare strade, costruire abitazioni su sistemi di palizzate…); pianificare l’arretramento e il reinsediamento di comunità, attività produttive e beni di diverso tipo lontano dalle aree a rischio. 

 

In opposizione ai processi di arretramento, però, vi è un’ulteriore misura a cui si è fatto ricorso nel corso della storia e in determinate località geografiche alle prese con svariate problematiche dovute alla scarsità di terra. Questa misura prende il nome di  land reclamation – letteralmente sottrazione di terra al mare -, un processo che mira a creare nuova terra dall’acqua. Singapore, Paesi Bassi, Emirati Arabi sono solo alcuni dei paesi che vi hanno fatto ricorso per ragioni demografiche ed economiche, divenendo punti di riferimento nel campo tecnico e tecnologico per questo tipo di interventi. Tramite l’analisi di immagini satellitari, la ricerca di Sengupta et al. (2023) ha evidenziato che circa l’80% delle città costiere con più di un milione di abitanti considerate dallo studio ha sottratto terra al mare negli ultimi venti anni, andando ad aggiungere alla superficie terrestre un’area equivalente alle dimensioni del Lussemburgo. 

 

Land reclamation: opzioni di adattamento alle minacce costiere

Ultimamente, diversi governi  stanno implementando progetti di land reclamation al fine creare nuovo spazio da mettere a valore. In molti casi, questa misura è identificata anche come una forma di adattamento al cambiamento climatico poiché consente di procedere con la realizzazione di nuovo spazio abitabile sicuro per le popolazioni più esposte a eventi estremi a rapida e lenta insorgenza. Parte delle nuove terre, ad esempio, viene adibita alla coltivazione di prodotti che possono favorire la sicurezza alimentare o alla costruzione di nuove aree residenziali per alleviare la pressione abitativa che insiste su alcune città fortemente sovrappopolate.

 

Creare artificialmente nuova terra, però, ha un costo ambientale elevato e molti degli impatti sul lungo termine sono ancora sconosciuti. Ciò rende la sottrazione di terra al mare una misura controversa che in diversi casi ha sollevato critiche e resistenze da parte di comunità locali a difesa degli ecosistemi marini e costieri. In sostanza, la land reclamation rischia di essere una minaccia a quegli stessi ecosistemi che dovrebbe proteggere. Fino a che punto, dunque, è possibile considerare come adattamento una pratica con un così alto alto impatto sociale e ambientale? E in che modo è possibile limitarne i danni, considerando che al momento non esistono linee guide e framework normativi che ne regolano le procedure di implementazione né tantomeno le finalità? 

 

Questi interrogativi sembrano però non essere al centro del dibattito politico. Infatti, progetti di land reclamation continuano a sorgere un po’ ovunque giustificati dall’urgenza di agire contro il cambiamento climatico e assicurare un futuro soprattutto per le popolazioni di quei paesi la cui abitabilità è messa a dura prova proprio dall’innalzamento del livello dei mari. Tra questi, i piccoli stati insulari figurano tra le prime posizioni su scala globale per il ricorso a tali progetti, considerati tra le poche soluzioni percorribili per  garantire maggiore sicurezza, ulteriori opportunità di sviluppo e scongiurare il pericolo dell’emigrazione. 

 

Kiribati, Tuvalu e Maldive sono solo alcuni degli stati insulari costituiti da centinaia di isole a bassa elevazione che da tempo ricorrono alla land reclamation come strategia di sviluppo economico e adattamento, considerandola anche come un mezzo per guadagnare fondi, consensi e visibilità su scala internazionale. Nel caso di Tuvalu, inoltre, Saddington (2023) ha sottolineato come nuovo spazio equivalga ad assicurare più tempo affinché il governo delinei piani d’intervento – mitigativi e adattativi – per il futuro.

 

Per Tuvalu, la sottrazione di terra all’oceano tramite il dragaggio di sedimenti della laguna non è una pratica recente ma negli ultimi anni è stata presentata come uno dei pilastri del programma di adattamento costiero nazionale (Tuvalu Coastal Adaptation Project), ricevendo finanziamenti dal Green Climate Fund e passando sotto la gestione dell’UNDP. Il progetto prevede la creazione di superficie terrestre aggiuntiva in tre isole dell’arcipelago in modo tale che il punto a maggiore elevazione raggiunga i 5,75 metri, ossia 2,4 metri in più rispetto al livello raggiunto dalla marea astronomica più alta. Oltre a questo, l’intervento include tecniche idrauliche sofisticate che permettano di facilitare il drenaggio durante periodi di piogge intense e, quindi, ridurre il rischio di alluvioni. 

 

Fonte Immagine: European Space Agency

 

Per le Maldive, il piano nazionale di espansione delle isole è ancora più imponente e capillare e risponde alle prospettive del governo di raddoppiare l’economia del paese entro cinque anni. Data l’estrema dipendenza economica delle Maldive dal turismo, i progetti di land reclamation sono per lo più finalizzati a potenziare il ruolo di hub turistico internazionale dell’arcipelago, come dimostra la recente cerimonia di inaugurazione del mega progetto di espansione della città di Addu, nell’atollo più meridionale del paese, dove quasi 200 ettari di nuova terra sono stati creati prelevando tonnellate di sabbia dalla laguna. Malgrado la constatazione dell’irreversibilità dei diversi danni ambientali prodotti, la gigantesca opera di espansione è andata avanti ed è stata celebrata come un gran successo politico.

 

Su altre isole, progetti di land reclamation sono stati avanzati con la promessa di favorire migliori condizioni abitative e di mobilità (ora strettamente dipendente dal trasporto via mare), più opportunità economiche e un maggiore benessere per la popolazione. Il discorso della land reclamation come misura di adattamento territoriale ad eventi climatici gravi è meno presente anche se, potenzialmente, i ricavi derivanti dal leasing o dalla vendita di terra “reclamata” potrebbero essere investiti in opere volte a incrementarlo con la partecipazione delle comunità locali.

 

Una misura controversa di adattamento

Tuttavia, rimangono diversi interrogativi sulle modalità di distribuzione di costi e benefici riguardo operazioni così ampie dato che parte del nuovo spazio prodotto ospiterà resort di lusso appartenenti a grandi compagnie private. Inoltre, alcuni studi hanno sottolineato che questo modo di operare, trasformando in modo irreversibile l’ambiente marino e terrestre non solo non riduce il rischio di inondazione, bensì lo trasferisce alle aree adiacenti che possono sperimentare disturbi relativi alle dinamiche di sedimentazione e subire un’accelerazione dei naturali processi erosivi. 

 

Sottrarre terra all’acqua è una pratica secolare, motivata negli ultimi anni dall’esigenza di alcuni paesi di lottare contro la crisi climatica come minaccia esistenziale. Per facilitarne l’accettabilità sociale, interventi di questo tipo vengono continuamente ritratti come fonti occupazionali capaci di favorire nuove opportunità per una migliore qualità di vita della popolazione.

 

Tuttavia, l’emergere di posizioni più caute, laddove non apertamente critiche, ha sottolineato come queste opportunità non siano equamente distribuite e si rivelino tali solo per poche élites. Il rischio di carenze strutturali, inoltre, rende questi progetti poco efficaci in termini di adattamento e protezione delle fasce costiere, soprattutto considerando l’enorme incertezza che ancora accompagna i modelli climatici. Ad ogni modo, data la centralità che la land reclamation rivestirà nei futuri programmi di adattamento e sviluppo – si pensi ai progetti che mirano a sviluppare isole artificiali e città galleggianti –, sono diversi gli interrogativi a cui occorrerà dare risposta nei prossimi anni attraverso ricerche più approfondite e processi decisionali più informati e trasparenti. 

 

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  • Beatrice Ruggieri

    Beatrice, geografa, è una ricercatrice postdoc presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si occupa di crisi climatica, mobilità, politiche di adattamento e della transizione energetica.

    Ruggieri Beatrice

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