L’autocensura climatica: il prezzo nascosto della cancel culture
Illustrazione di Isabel Rasotto
Ma andiamo con ordine. Secondo un recente sondaggio di Virgin Media O2 e Global Action Plan, condotto in tutto il Regno Unito su un campione di 2.005 giovani di età compresa tra i 16 e 24 anni, il 25% dei giovani si trattiene dal parlare di cambiamento climatico per timore di essere giudicato dai propri pari. Solo il 10% ha il coraggio di postare sull’argomento online. E pensare che l’89% si dichiara preoccupato per il clima. Un paradosso degno di Ionesco: più il termometro sale, più il dibattito si raffredda.
La “cancel culture”, nata nelle comunità afroamericane come strumento di giustizia sociale, è diventata l’elefante nella stanza virtuale. O forse dovremmo dire l’orso polare sul lastrico di ghiaccio che si scioglie? Da meccanismo per emarginare comportamenti inaccettabili, si è trasformata in una sorta di ghigliottina digitale, pronta a decapitare reputazioni al minimo passo falso lessicale.
Il professor Nevzat Tarhan, psichiatra con una passione per le metafore forti, la descrive come un “assassinio di reputazione e carattere”. Esagerato? Forse. Ma in un mondo dove un tweet maldestro può scatenare una tempesta (e non solo mediatica), la cautela diventa comprensibile. Peccato che di cautela, quando si parla di clima, ne abbiamo avuta fin troppa.
E qui arriva il bello, o meglio, il paradossale. Mentre i giovani si autocensurano per paura di offendere, il pianeta continua a offrire segni sempre più evidenti di malessere. I politologi Bolsen e Druckman nel 2018 ci hanno ricordato come la politicizzazione del cambiamento climatico porti a visioni polarizzate. Ma a forza di polarizzarci, rischiamo di ritrovarci tutti a nuotare nello stesso mare che si alza, indipendentemente dalle nostre opinioni. La disparità di genere aggiunge pepe a questa zuppa già indigesta. Come riporta l’articolo di Forbes, il 70% dei giovani uomini e l’81% delle giovani donne si sentono sicuri nel condividere preoccupazioni su razzismo e diritti LGBTQ+. Ma quando si tratta di clima, la sicurezza crolla al 63% per gli uomini e al 67% per le donne. Forse perché il patriarcato è più facile da identificare di un gas invisibile?
L’economista Cole Williams e colleghi nel 2015 ci hanno messo in guardia sulle camere d’eco dei social media. Ma a forza di echeggiare sempre le stesse opinioni, non rischiamo di rimanere sordi al grido d’allarme del pianeta? C’è chi, come Professor Howe e il suo team (Psychology Melbourne School of Psychological Sciences), sostiene che l’autocensura possa ridurre la diffusione di fake news. Certo, in un’epoca in cui c’è chi crede che il riscaldamento globale sia sempre esistito, un po’ di filtro non guasterebbe. Ma attenzione a non filtrare via anche la verità, per quanto scomoda possa essere.
E poi ci sono le aziende, sempre pronte a saltare sul carro del vincitore, anche se il carro in questione è alimentato a energia pulita. La responsabile generale delle soluzioni al carbonio presso EcoVadis, Julia Salant, suggerisce ai giovani attivisti di collaborare con le imprese anziché combatterle. Un’idea affascinante, a patto che non si trasformi nell’ennesimo esercizio di greenwashing. Perché di verde, al momento, vediamo soprattutto il colore dei soldi investiti in pubblicità “ecofriendly”. Ma forse, in questo bailamme di silenzi assordanti e cancellazioni rumorose, c’è una lezione da imparare. Se un post su Facebook può scatenare un putiferio, immaginiamoci cosa potrebbe fare un’ondata di verità scomode ma necessarie. Chissà che non sia proprio questa paura della “cancellazione” a spingerci, finalmente, verso quella rivoluzione verde che predichiamo ma non pratichiamo. Dopotutto, se c’è una cosa che questa generazione teme più del cambiamento climatico, è il giudizio dei propri pari su TikTok.
Allora, cari custodi della correttezza climatica, invece di cancellare, che ne dite di amplificare? Amplificate le voci della scienza, le grida d’allarme degli ecosistemi, il sussurro sempre più flebile delle specie in via d’estinzione. Perché alla fine, l’unica cosa che rischiamo davvero di cancellare, a forza di tacere, è il nostro futuro su questo pianeta. E quella, credetemi, sarebbe una cancellazione che nessun hashtag potrà mai ripristinare. A meno che non inventino presto l’hashtag #RiportamiIndietroNelTempoQuandoAncoraPotevoFareQualcosa.
Ma temo che per allora sarà troppo tardi, anche per i social media.



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