“Lavori Verdi”: il lavoro che cambia con la transizione energetica
Grafiche di Martina Cusin
Continuiamo a sentire parlare di “transizione energetica”, ma quando arriva davvero questa transizione? E soprattutto: cosa significa, nella pratica, per il nostro sistema produttivo, per chi vive e lavora nei territori e per le nuove generazioni?
L’Unione Europea ha messo la transizione energetica al centro del suo Green Deal, la strategia che punta a raggiungere la neutralità climatica (cioè zero emissioni nette di gas serra) entro il 2050. Il motivo? Il settore energetico è, ad oggi, la principale fonte di emissioni di gas serra in Europa. Abbandonare i combustibili fossili e investire su fonti rinnovabili è quindi una delle condizioni fondamentali per affrontare la crisi climatica
Con energia rinnovabile ci riferiamo a tutte le forme di energia (solare, eolica, idroelettrica, biomassa e geotermica) disponibili in natura che si rigenerano continuamente nel tempo, a differenza dei combustibili fossili che sono risorse finite.
Queste fonti hanno un impatto ambientale significativamente inferiore rispetto ai combustibili fossili e sono, teoricamente, inesauribili. Ciò significa che non si esauriscono con l’uso umano perché derivano da cicli naturali che si rigenerano continuamente come la luce del sole, il soffio del vento o il flusso dell’acqua.
È in arrivo un cambiamento sociale (e lavorativo) profondo
A che punto siamo con le rinnovabili in Italia? Negli ultimi anni, le fonti rinnovabili hanno continuato a crescere in Italia, ma non abbastanza velocemente per centrare gli obiettivi climatici europei. Secondo il Rapporto di Terna nel 2022 la produzione elettrica da rinnovabili ha coperto circa il 26,9% del fabbisogno nazionale. Un dato in crescita, ma ancora lontano dai target previsti dal Green Deal. In parallelo, l’Italia dipende ancora in gran parte dal gas naturale, che rappresenta circa il 40% della produzione elettrica, e da petrolio e carbone, anche se in calo.
È chiaro quindi che la transizione energetica sarà un percorso lungo, graduale e trasformativo, che attraverserà i prossimi decenni. E come ogni trasformazione sistemica, avrà un impatto profondo sul modo in cui viviamo, ci spostiamo, produciamo e…lavoriamo.
Secondo un rapporto CEDEFOP (il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale), la transizione ecologica creerà milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi anni, ma richiederà anche una forte riconversione delle competenze esistenti.
Secondo la Commissione Europea, solo per attuare gli obiettivi del Green Deal saranno necessari fino a 1 milione di nuovi posti di lavoro verdi entro il 2030. E ancora, la transizione verso un’economia sostenibile potrebbe portare alla creazione di più di 24 milioni di nuovi posti di lavoro a livello globale entro il 2030, a fronte di alcuni settori, come quello dei combustibili fossili, che vedranno invece una riduzione significativa dell’occupazione.

Ma allora quali competenze e professioni emergeranno?
- Tecnologie rinnovabili: installazione, manutenzione e progettazione di impianti fotovoltaici, eolici e geotermici. La domanda di tecnologie pulite è destinata ad aumentare secondo il rapporto IRENA 2023.
- Efficienza energetica: energy manager, persone esperte in diagnosi energetica, progettazione sostenibile e riqualificazione edilizia.
- Mobilità elettrica: tecniche e tecnici di infrastrutture di ricarica e progettazione di veicoli elettrici.
- Digitalizzazione dell’energia: ingegneria delle reti intelligenti (smart grid), analisi dei dati energetici, gestione digitale dei consumi. La CEDEFOP ha identificato le competenze digitali come cruciali nella transizione.
- Professioni trasversali: esperte ed esperti in finanza sostenibile, diritto ambientale, educazione e comunicazione climatica. Secondo l’ILO, le competenze trasversali saranno fondamentali per guidare e accompagnare il cambiamento.
Molti di questi ruoli non sono ancora riconosciuti formalmente nei sistemi educativi tradizionali. Per affrontare la transizione in modo giusto ed equo, saranno necessari investimenti in formazione, aggiornamento continuo e accesso inclusivo all’istruzione.
Le criticità della transizione energetica
La transizione energetica offre molte opportunità, ma comporta anche sfide significative che è importante riconoscere. La riduzione dell’uso di combustibili fossili, ad esempio, può comportare la perdita di posti di lavoro in settori tradizionali come carbone, petrolio e gas. La riconversione professionale non è sempre semplice né immediata e risulta particolarmente complessa in aree dove l’economia dipende fortemente da queste industrie.
Allo stesso tempo, la transizione rischia di accentuare le disuguaglianze territoriali e sociali. Le regioni più periferiche o rurali, spesso meno dotate di infrastrutture e opportunità formative, possono incontrare maggiori difficoltà nell’adeguarsi al cambiamento. L’accesso alle nuove tecnologie può essere inoltre limitato da condizioni economiche o sociali svantaggiate, creando il rischio che alcuni territori restino indietro.
Infine, non tutte le soluzioni verdi sono prive di criticità ambientali. La produzione di batterie per veicoli elettrici, ad esempio, richiede materie prime come litio e cobalto, la cui estrazione può provocare danni ambientali e sociali, dal consumo intensivo di acqua nelle saline alle questioni legate alla deforestazione e alla gestione delle condizioni di lavoro nelle aree minerarie. Affrontare la transizione energetica significa quindi non solo innovare tecnologie e infrastrutture, ma anche gestire con attenzione gli impatti sociali e ambientali lungo tutto il percorso.
Conclusioni
Insomma, la transizione energetica rappresenta una sfida complessa e multidimensionale, che richiede non solo innovazione tecnologica ma anche un forte impegno sociale e culturale. Non basta innovare le tecnologie o costruire impianti più sostenibili. Serve ripensare il lavoro, l’accesso alla formazione e la giustizia sociale.
Affrontarla con consapevolezza significa riconoscere le sfide, dalle disuguaglianze alle criticità ambientali dei settori industriali, ma anche attrezzarsi per cogliere le opportunità. Investire in competenze, in politiche inclusive e in strumenti di riconversione non è un’opzione: è la condizione per una transizione che sia davvero giusta, sostenibile e accessibile a tutte le persone.



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