Impronta di carbonio

Le nostre impronte sul pianeta

Le nostre impronte sul pianeta

Come misurare l’impatto ambientale e climatico di quello che utilizziamo ogni giorno

immagine di Daniela Goffredo

Sempre più spesso, ormai, ci poniamo il dubbio di cosa sia meglio comprare per avere il minore impatto ambientale possibile sul pianeta. Anche questo Dicembre, magari, abbiamo dovuto scegliere tra un abete vero e uno di plastica, per l’albero di Natale; o ci siamo chiesti,  lo scorso fine settimana, se una banana fosse meglio di un mango dal punto di vista delle emissioni prodotte. 

 

Calcolare con esattezza quante risorse consuma l’esistenza di un materiale, un oggetto, un cibo non è cosa facile: bisogna prendere in considerazione come e dove viene prodotto, come e fin dove viene trasportato, perfino come sarà smaltito una volta utilizzato.  Per fortuna, esistono diversi metodi di misurazione, alcuni più completi di altri, che possono restituirci un’idea dell’impatto delle nostre singole scelte sul pianeta che abitiamo. Grazie ad essi vengono raccolte, catalogate e elaborate le informazioni su un prodotto per capire quali sono le conseguenze legate alla sua creazione, al suo utilizzo, al suo smaltimento.

 

Ad esempio, quanta acqua viene usata nella produzione? Quanta CO2 emessa nel ciclo di vita di un prodotto? Si utilizzano materie chimiche che vengono poi disperse nell’ambiente? E così via.

 

Calcolare il nostro impatto sul pianeta

L’impronta climatica, l’impronta ecologica e la valutazione del ciclo di vita (o LCA, dall’inglese Life-cycle assessment) sono i tre metodi più conosciuti per misurare l’impatto ambientale delle nostre scelte. Se l’impronta climatica si occupa di misurare l’emissione complessiva di gas serra proveniente da tutte le fasi di produzione di un oggetto, quella ecologica prende in considerazione anche l’uso del suolo, dell’energia e delle risorse naturali.

 

E l’analisi del ciclo di vita (LCA)? Implica l’uso di ancora più indicatori: oltre alle dimensioni precedenti, include infatti l’acidificazione dei terreni, il consumo dell’ozono, la tossicità per l’ambiente e l’uomo, l’eutrofizzazione (termine complesso per definire cambiamenti chimici che portano al “soffocamento” dei pesci), la creazione di polveri sottili. Tramite un’analisi del ciclo di vita si può risalire a quasi tutti gli impatti ambientali diretti legati all’esistenza di un oggetto, così da rendersi precisamente conto delle conseguenze della sua produzione per l’uomo e per il pianeta. 

 

Come avrete capito, le varie misure riflettono un grado di complessità crescente, e quindi anche un impegno differente in termini di calcoli. Immaginare l’impronta di carbonio di una penna di plastica può essere relativamente semplice: basta calcolare quante emissioni causa l’estrazione del petrolio originale, la sua lavorazione, il suo trasporto, e infine il consumo e lo smaltimento (o riciclo). Non si può dire lo stesso per l’impronta ecologica, e ancora di più per l’analisi del ciclo di vita (LCA). In effetti, essendo una misura così precisa, l’LCA è costosa da effettuare e molto spesso “unica”, nel senso che produrre lo stesso oggetto in un altro luogo della terra cambierebbe così tante dimensioni da rendere l’analisi originale inutile. Ma se questi indicatori richiedono tanto sforzo, vale la pena utilizzarli? A cosa servono?

 

L’importanza delle impronte e delle analisi sta nel fatto che, senza di esse, non riusciremmo a renderci davvero conto del costo ambientale di un oggetto , almeno non prima di vederne le conseguenze (e non potere più evitarle). Solo misurando quanto “pesiamo” sulla nostra Terra saremo in grado di comprendere meglio che effetto abbia ogni nostra azione sull’ecosistema nel suo complesso. Una volta calcolato l’impatto ambientale di ciò che produciamo, potremo sia prevedere meglio come le scelte future di consumo influenzeranno il clima, sia cosa fare per minimizzare gli effetti indesiderati delle nostre azioni correnti: se spruzzare pesticidi chimici salva qualche prodotto agricolo ma porta allo sterminio degli insetti impollinatori, e quindi a una perdita di prodotti molto più grande nel lungo termine, forse è giusto riconsiderare il loro utilizzo. 

 

Una nuova rubrica: l’impronta di carbonio delle cose quotidiane

Con Duegradi, occupandoci di cambiamento climatico, vogliamo cercare di contribuire a fare chiarezza sulla nostra impronta ambientale; per questo, abbiamo deciso di inaugurare, a partire da questo articolo, una rubrica che analizza l’impronta di carbonio (o carbon footprint) degli oggetti quotidiani. Anche se, come abbiamo visto, l’impronta di carbonio è una misura parziale, è utile per dare una prima indicazione di cosa potrebbe “valere la candela” e cosa no quando ci chiediamo se fare un acquisto. 

 

Impronte – Qual è l’impronta di carbonio degli oggetti? 

 

Ovviamente può capitare che, per esempio, una camicia di cotone abbia un impatto ambientale complessivo maggiore di una sintetica, pur avendo una impronta di carbonio più bassa. Questo perché l’uso dell’acqua e dei pesticidi utili a far crescere il cotone non viene preso in considerazione dall’impronta di carbonio, che si ferma al calcolo delle emissioni dirette di CO2 equivalente. Per questo, quando nei prossimi mesi parleremo dell’impronta di carbonio delle cose di tutti i giorni, cercheremo sempre di introdurre anche una considerazione ambientale più ampia, che possa quindi spiegare se davvero quello che compriamo fa male all’ambiente o si tratta di una nostra percezione sbagliata.

 

 

Ma cominciamo subito con un esempio pratico: qual è l’impronta di carbonio di un chilo di lenticchie? 900 grammi di CO2 equivalente, che sono più o meno due chilometri di strada percorsi in macchina. Una buona parte dell’impronta viene dai processi di produzione: fertilizzanti e/o pesticidi, recupero, trasporto verso i centri di lavorazione. La cosa più interessante è che però, in questo caso, la gran parte delle emissioni viene accumulata dopo la produzione, ossia durante la fase di consumo. Questo perché le lenticchie richiedono lunghi tempi di cottura e, che siano elettriche o a gas, le cucine mondiali tendono a essere alimentate ancora largamente dai combustibili fossili.

 

Nonostante questo, le lenticchie hanno, a parità di peso, un impatto ambientale quasi 50 volte inferiore a quello di una bistecca! Anche se consideriamo l’apporto in termini di proteine (9 grammi su 100 per le lenticchie, 25 grammi su 100 per la carne), il rapporto rimane sproporzionato: per 25 grammi di proteine, 300 grammi di lenticchie emetteranno 2.7 Kg di CO2 equivalente, contro i circa 42 Kg di una bistecca. 

 

Se il nostro obiettivo allora è assumere un giusto quantitativo di proteine con la minore emissione di anidride carbonica, abbiamo il nostro vincitore. Questo è soltanto un piccolo assaggio della rubrica, ma nella sezione “Impronte” del nostro sito potrete trovare altri esempi e comparazioni utili a scoprire quelle che sono le nostre impronte sul pianeta. 

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