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L’EU ETS, spiegato bene

Il sistema di scambio delle emissioni europee è un meccanismo stringente, economicamente efficiente e giuridicamente vincolante per le emissioni di gas serra, che tutela i cittadini dalle aziende che perseguono il profitto a discapito del clima.

Il sistema di scambio delle emissioni europee viene denominato, in gergo tecnico, “EU ETS”. Già dal suo nome si ricavano informazioni importanti. Prima di tutto, EU si riferisce all’area geografica che ricopre: un sistema di scambio ha infatti bisogno di identificare una data area, che, in questo caso, è l’Unione Europea. ETS sta invece per “Emission Trading System”, che è il termine inglese per riferirsi, appunto, al sistema di scambio delle emissioni.

Come funziona

L’EU ETS è una sorta di mercato a cui partecipano un certo numero di aziende europee che “si scambiano” le emissioni. Questo mercato funziona secondo un principio noto come “cap and trade”: in sostanza, all’interno della regione interessata viene stabilita una quantità massima di emissioni di gas serra che può essere emessa nell’atmosfera. In termini tecnici, questa quantità viene chiamata “cap”.

Una volta stabilito il “cap”, le aziende devono comprare all’asta dei crediti di emissione: un credito vale una tonnellata di gas serra, ed acquistandolo, l’azienda compra “il permesso” di emettere tale quantità nell’atmosfera. Per fare un esempio pratico: se un’azienda genera, attraverso le sue attività, 7 tonnellate di gas serra, dovrà comprare 7 crediti di emissione. Se ne compra 10 e finisce per consumarne 7, può venderne 3 ad altre aziende che partecipano allo stesso mercato. È possibile infatti scambiare (“trade”) i crediti di emissione attraverso una compravendita, al fine di non incorrere in una multa.

L’obiettivo ultimo del sistema è, da un lato, limitare il rilascio di gas serra nell’atmosfera, e dall’altro punire chi, senza crediti autorizzati, continua ad emetterne a discapito di tutti. Nel sistema di “cap and trade” europeo vi sono alcuni settori che ricevono un trattamento speciale, ottenendo i crediti di emissione gratis, in quantità che dipendono dal profilo medio delle emissioni delle aziende di quel dato settore. Si tratta, secondo la Commissione Europea, di settori particolarmente “delicati”, soggetti al cosiddetto “carbon leakage”. Può accadere infatti che alcune aziende, per non dover sottostare a norme climatiche troppo stringenti, decidano di stabilirsi al di fuori dell’Unione Europea e dell’EU ETS. Queste aziende più propense allo spostarsi appartengono a settori economici specifici, che vengono tutelati dal legislatore affinché non muovano il loro centro di produzione al di fuori dell’Unione Europea. Esempi di settori di questo tipo sono l’estrazione di petrolio e gas, la fabbricazione di tessuti e altri materiali, ed l’aviazione. I settori citati sono più propensi al dislocamento perché, a causa del sistema di scambio delle emissioni, incorrerebbero in costi di produzione estremamente alti.

Perché è importante

Le direttive sul sistema di scambio delle emissioni sono state adottate dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione Europea nel 2003. Entrato in vigore nel 2005, l’EU ETS opera ad oggi in 31 paesi: i 28 dell’Unione più Islanda, Liechtenstein e Norvegia, e copre circa il 45% delle emissioni totali dell’Unione. Come, direte voi, non tutte le emissioni sono coperte da questo sistema? No, solo alcuni settori partecipano al sistema di scambio, mentre altri ne restano fuori. E anche all’interno di uno stesso settore, alcuni impianti possono non partecipare perché inquinano meno di una determinata soglia. Attualmente partecipano al mercato dell’EU ETS 11.000 installazioni che generano un importante quantitativo di energia, come centrali elettriche e impianti industriali.

Nonostante la copertura “limitata”, l’EU ETS rimane un meccanismo fondamentale per ridurre le emissioni in una regione sviluppata come l’Unione Europea, incentivando allo stesso tempo la transizione verso un’economia sostenibile e rendendo più costoso ogni investimento inquinante. Ogni anno, infatti, il “cap” totale delle emissioni viene diminuito di una determinata soglia. Il cap dell’EU ETS, che nel 2013 ammontava a circa due miliardi di crediti di emissione, oggi ammonta a 1,8 miliardi, perché è diminuito ogni anno dell’1.74%, cioè di circa 38 milioni. Secondo le stime europee, la riduzione percentuale tra il 2021 e il 2030 sarà del 2.2%, quindi di circa 48 milioni ogni anno: in altre parole, il “cap” dovrebbe abbassarsi più velocemente nei prossimi anni. Certo, questi numeri imponenti rendono difficile percepire l’importanza di questo sistema; basti pensare però, che rispetto al 1990, nel 2020 le emissioni totali saranno diminuite del 20%, mentre l’obiettivo per il 2030 è una riduzione del 40%. Alla lunga, questo sistema dal nome e dal funzionamento complesso sarà decisivo per tare un taglio netto alle emissioni.

Per essere ancora più efficaci, sarebbe necessario che questi mercati regionali unissero gli intenti, formando un sistema di scambio delle emissioni globale. L’idea sarebbe dunque quella, in un futuro prossimo, di unire i diversi ETS presenti a livello mondiale (in Canada, Nuova Zelanda, , , China, Koreaetc.). Si arriverebbe in questo modo a stabilire un “cap” mondiale, gestendo e limitando in modo efficiente la quantità di emissioni di gas serra nel mondo intero, e avvicinandosi sempre più agli obbiettivi dell’Accordo di Parigi.

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