biodiversità

Perché dobbiamo preservare la biodiversità?

Perché dobbiamo preservare la biodiversità?

Anche un occhio non attento si accorgerebbe che tra i fattori che causano la perdita di biodiversità vi è un unico comun denominatore: noi umani e le nostre attività.

La biodiversità o diversità biologica, consiste, secondo la Convenzione sulla diversità biologica (CBD), nella varietà della vita sulla terra e delle sue diverse forme all’interno dei rispettivi ecosistemi (sia terrestri che acquatici); tale diversità può essere all’interno della stessa specie, tra le specie e tra gli ecosistemi.

La conservazione della biodiversità è fondamentale, poiché quest’ultima costituisce parte integrante del nostro capitale naturale (formato anche da aria, acqua e suolo). Capitale naturale e biodiversità stabilizzano e garantiscono il corretto funzionamento degli ecosistemi e dei servizi che quest’ultimi ci offrono, e da cui noi esseri umani dipendiamo: i servizi ecosistemici. Il capitale naturale e i servizi ecosistemici ci forniscono infatti cibo, materie prime come il legno, acqua e aria filtrate, sequestro di anidride carbonica attraverso i serbatoi di carbonio come foreste e oceani, mitigazione di disastri naturali, pollinazione e fertilizzazione di colture e via discorrendo. 

La biodiversità può essere dunque vista come la nostra “assicurazione” contro le crisi naturali: gli ulivi resistenti alla Xylella, per esempio, possono salvaguardare la produzione dell’olio d’oliva; alcune varietà di grano resistenti alla siccità possono aiutarci in caso di annate meno umide; gli impollinatori garantiscono la vita delle piante ad essi dipendenti, e da cui dipende anche la nostra agricoltura e nutrizione..

Ma che c’entra con il cambiamento climatico?

Tra i fattori principali che causano la perdita di diversità biologica vi sono i cambiamenti nell’utilizzo del suolo (tra cui anche la perdita o la frammentazione degli habitat naturali per cause legate alla produzione umane), il cambiamento climatico, l’estrazione delle risorse naturali, l’inquinamento e le specie aliene invasive. Cambiamento climatico e perdita di biodiversità sono quindi due fenomeni intrecciati e interdipendenti, che si alimentano in modo reciproco. 

Anche un occhio non attento si accorgerebbe che tra i fattori che causano la perdita di biodiversità vi è un unico comun denominatore: noi umani e le nostre attività. Siamo noi a deforestare al fine di utilizzare il suolo; e con la deforestazione distruggiamo, oltre che parte di un habitat naturale, anche delle riserve di carbonio (le piante), velocizzando quindi il processo di innalzamento delle temperature, che è anche una delle cause della perdita di biodiversità. Siamo noi a estrarre risorse naturali in maniera insostenibile per gli ecosistemi; sempre noi che, a causa dell’inquinamento, minacciamo la biodiversità mentre emettiamo gas serra e produciamo polveri deleterie come sottoprodotto del nostro lavoro. Potremmo continuare nel descrivere questo intreccio di concause, ma non vi pare che si stia parlando sempre della stessa cosa? Cioè di una crisi ambientale direttamente correlata alle nostre attività, che si riflette, tra le altre cose, su innalzamento delle temperature, perdita di diversità biologica e inquinamento dell’aria?

Cercare quindi di conservare e ripristinare gli ecosistemi è essenziale non solo per gli obiettivi legati al mondo della biodiversità, ma anche per quelli che leggiamo nelle righe dell’Accordo di Parigi: gli ecosistemi giocano un ruolo fondamentale nel ciclo del carbonio e nell’adattamento al cambiamento climatico. Infatti, gli habitat in salute sono ottime riserve di carbonio, ed alcune piante giocano un ruolo fondamentale nel ridurre il rischio di eventi climatici estremi (ad esempio, le mangrovie riducono il rischio di mareggiate e alluvioni). Secondo il Millennium Ecosystem Assesment, il cambiamento climatico diventerà entro il 2100 il più importante fattore di perdita di biodiversità. 

Ecco dunque quanto interconnessi sono questi due concetti, e quanto di conseguenza è importante approcciare la crisi ambientale tenendo conto di tutte le sue componenti: aria (e quindi anche clima), acqua, suolo e biodiversità. Il problema climatico non si risolve senza tener conto della perdita di biodiversità, e viceversa.  

Cosa sta facendo l’Europa?

La Commissione europea ha adottato a fine maggio la nuova strategia sulla biodiversità per il 2030. Vi si trova anche un piano d’azione con degli obiettivi specifici di corto e lungo termine, volti a proteggere la natura e invertire il degrado degli ecosistemi. Gli esempi spaziano da iniziative per l’inverdimento urbano fino alla protezione degli impollinatori, da una rinnovata strategia forestale UE fino a alla revisione di quella per la protezione del suolo.

Nel suo insieme, la strategia mira a dare il via al ripristino degli ecosistemi europei entro il 2030 per portare, come si legge nel suo testo, benefici alle persone, al clima ed al pianeta. La strategia contiene anche una dimensione internazionale, dal momento che vi è una chiara e proattiva proposta riguardo al contributo dell’UE durante i prossimi negoziati internazionali sul quadro globale della biodiversità post-2020 (la COP sulla biodiversità, per intenderci). 

È importante considerare la strategia per la biodiversità non solo nel contesto del Green Deal, ma anche in quello di crisi post pandemica, dal momento che è volta a rafforzare la resilienza delle nostre società a minacce future come gli impatti dei cambiamenti climatici, gli incendi boschivi, l’insicurezza alimentare o le epidemie di malattie; cercando dunque di portare in Europa una ripresa verde. Alcune sezioni del piano di ripresa NextGenerationEU sono infatti chiaramente legate ad investimenti mirati ad hoc per la biodiversità.

Anche un veloce sguardo alla generale legislazione europea sulla natura lascia intuire che il nostro continente, nel contesto globale, è all’avanguardia per quanto riguarda la biodiversità. Tuttavia, non è abbastanza: non siamo ancora al livello di politiche trasformative richieste dal Green Deal e dal contesto globale di crisi. Per raggiungere gli obiettivi prefissati nella strategia e delle cosiddette “Nature Directives” (le varie norme e direttive europee legate al capitale naturale in generale e alla biodiversità in particolare), si dovrà fare affidamento sull’ambizione degli stati membri e sulla loro convinzione nell’applicare queste ultime in modo sistemico. Un cambio di paradigma può avvenire soltanto col coinvolgendo delle autorità locali e dei vari attori coinvolti, primi fra tutti le aziende private; che con un cambio verde nel loro modo di produrre e concepire la creazione di ricchezza potrebbero diminuire di molto l’impatto sul capitale naturale. Per ottenere risultati tangibili e che comincino davvero a mitigare questa intrecciata e complessa crisi (climatica e ambientale, ma anche post pandemica), servono infatti norme e direttive climatiche e ambientali all’altezza, ma anche coerenza fra quest’ultime e ambizione e coinvolgimento tra i vari strati della nostra società, persone fisiche comprese.

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