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L’ambiguità di Lula sulle politiche per l’Amazzonia

L’ambiguità di Lula sulle politiche per l’Amazzonia

I dubbi delle associazioni ambientaliste sulle scelte politiche del presidente brasiliano

Grafiche di Viola Madau

Lula lo sa bene. Sa che il Brasile è una delle nazioni che più risentirà della crisi climatica e che il suo ruolo è importante per risolverla. Aveva puntato anche su questo tema durante la campagna elettorale. Nel 2022, a pochi mesi dalle elezioni, Lula esclamava alla folla: “Tutti i produttori agricoli sanno che la foresta deve stare in piedi. I responsabili della deforestazione sono solo dei banditi”.

Alla Cop28 di Dubai aveva detto al mondo di essere scioccato dal fatto che i fiumi dell’Amazzonia, che sono la più grande fonte di acqua dolce al mondo, siano al loro livello più basso da oltre 120 anni. Ha sottolineato come questo fosse un problema globale e ha invitato gli altri paesi a fare uno sforzo maggiore.

I suoi sostenitori erano un fiume di entusiasmo il giorno del voto, come se Lula rappresentasse finalmente una ventata di aria fresca. Ricordo i centinaia di brasiliani e brasiliane in piazza Navona per il voto a distanza, nel gennaio del 2022. Ricordo una grande voglia di cambiamento nelle loro parole e nei loro occhi. Ricordo l’orgoglio nazionale che si percepiva dai balli latini improvvisati in mezzo a una piazza ironicamente austera, sotto gli occhi divertiti o perplessi di romani e romane che passeggiavano per il centro. Ricordo le immagini di festeggiamenti ancora più sfrenati per le strade di San Paolo e Rio de Janeiro il giorno dell’annuncio della vittoria di Lula sul presidente uscente Bolsonaro. Un vero e proprio carnevale in anticipo.

Un’ennesima delusione

Oggi, superata la metà del suo mandato, molte persone si sono trovate deluse dall’operato del presidente Lula. Il giornalista Jonathan Watts non ha mezzi termini nel suo articolo sul Guardian: “Non c’è dubbio che si stia allontanando – o venendo spinto – sempre più lontano dalla scienza e dai diritti degli indigeni, e sempre più vicino al mondo degli affari e all’estrattivismo capitalista”. I sostenitori più ferventi di Lula, però, non hanno perso la speranza, facendo notare il miglioramento rispetto al predecessore Bolsonaro, secondo la rassegnata mentalità del meno peggio. Le parti più vicine al governo credono che le politiche di Lula siano il più liberali possibili, senza essere idealistiche e irrealizzabili. D’altronde, il Brasile è un Paese federale e con un’economia molto fragile.

Senza scadere nell’“hanno tutti ragione”, ma anzi proprio per scegliere con più accuratezza quale visione fare propria, è bene comprendere le fondamenta di queste opinioni affidandoci ai fatti e alle parole di persone esperte.

La riduzione della deforestazione

Una delle prime azioni positive di Lula è stata la scelta di Marina Silva come ministra dell’ambiente. Nata e cresciuta in un remoto villaggio dell’entroterra amazzonico e figlia di raccoglitori di gomma, Silva è stata analfabeta fino ai 17 anni, quando si trasferì in città e iniziò a combattere per i diritti dei raccoglitori di gomma. Dopo due lauree, è entrata in politica, diventando la più giovane senatrice del paese, due volte ministra dell’ambiente e due volte candidata alla presidenza. Oggi è uno dei pilastri dell’ambientalismo amazzonico e della lotta per i diritti dei popoli indigeni.

Bisogna ammettere che Lula ha accettato il rischio di una frattura interna, quale ora sta accadendo in merito alla costruzione di una nuova autostrada, come vedremo dopo, pur di avere Silva come ministra dell’ambiente e, quindi, per provare a cambiare realmente le cose. Infatti, anche grazie alla ferma presenza di Silva nei palazzi governativi, Secondo l’INPE (Brazilian Space Research Institute) la deforestazione in Amazzonia si è ridotta del 33,6% nel 2023 rispetto al 2022 e nel 2024 è diminuita del 30,6% rispetto al 2023, segnando il tasso più basso degli ultimi nove anni.

Il piano di Lula per l’ambiente

Questo obiettivo era parte del piano Amazon Security and Sovereignty Plan, annunciato da Lula nel giugno del 2023, che comprende lo stop alla deforestazione illegale entro il 2030, anche grazie all’introduzione di certificazioni dei prodotti forestali, molto richieste dai paesi esteri. Sono emerse, però, numerose controversie in merito alle certificazioni ambientali. In generale, secondo la valutazione di trasparency.org, il Brasile si trova alla posizione 107 su 180 paesi nel mondo per livello di corruzione, con un punteggio di 34/100. Se poi le etichette sulla carne brasiliana assicurano una minore deforestazione, probabilmente si tratta di carne di allevamenti intensivi, che consumano meno suolo, ma sono altamente impattanti e affatto etici.

Nel piano è anche presente la promozione dell’eco-turismo, la lotta al land grabbing, all’estrazione illegale di risorse come l’oro, alla caccia e alla pesca illegali, specialmente nei territori indigeni. È stata poi presentata la volontà di recuperare le foreste degradate con l’incremento della vegetazione autoctona. Infine, è prevista l’istituzione di aree protette. Un esempio è il parco nazionale Serra do Teixeira, che ha una superficie di 61 mila ettari. Sicuramente un passo avanti rispetto alle parole negazioniste di Bolsonaro.

Almeno fino ad oggi, quando le associazioni ambientaliste e la stampa hanno iniziato a tirare le somme. Infatti, in media circa un milione di alberi vengono ancora tagliati o bruciati ogni giorno in Amazzonia. La causa principale è la volontà di crescere economicamente, che ne racchiude molte altre: la necessità di spazio per l’allevamento di bovini e le piantagioni di soia, che serve a nutrirli, ma anche per le miniere d’oro e di metalli in genere. Non dimentichiamo il ricco mercato del legname, il bracconaggio per la compravendita di animali e le esplorazioni per le riserve di petrolio e gas.

Il Brasile entra nell’OPEC

Ma come mai, nel pieno della foresta amazzonica, si portano avanti opere di estrazione di combustibili fossili, nonostante l’evidente necessità di una transizione energetica e le promesse di Lula? Alla Cop29 di Baku il Brasile aveva annunciato di voler ridurre le emissioni tra il 59% e il 67% entro il 2035 rispetto a quelle del 2005. Inoltre, è stato presentato un documento che riafferma l’impegno del Brasile di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Gli esperti del CCPI (Climate Change Performance Index) sottolineano una crescita considerevole delle energie rinnovabili nel paese, in particolare eolico e solare, con un passaggio da 35 GW a 67 GW nel biennio 2022-2023.

Eppure, a febbraio di quest’anno, il Brasile ha annunciato la sua entrata nell’OPEC+, il collettivo di paesi estrattori ed esportatori di petrolio. Secondo l’Anp (Agenzia nazionale brasiliana di petrolio, gas naturale e biocarburanti), la produzione di petrolio in Brasile avrebbe raggiunto i livelli più alti proprio nel 2023. L’87% verrebbe da Petrobras, la più grande azienda petrolifera del Paese, che è per metà detenuta dallo Stato. L’impresa professa un’attenzione particolare all’ambiente, attraverso una prima analisi degli impatti ambientali prima di ogni operazione di trivellamento. Insomma, le politiche annunciate all’inizio del mandato di Lula sembrano sempre più un velo di maya, adagiato ipocritamente sulla foresta amazzonica per continuare a investire indisturbati nel fossile.

Antonella Mori, a capo del programma “America Latina” dell’ISPI, spera quantomeno che Lula riduca le perforazioni o le ricerche nella profonda Amazzonia e aumenti quelle nel mare. E aggiunge: “Non dimentichiamo che il Brasile ha già una produzione di energia elettrica rinnovabile”. Tuttavia, gli esperti affermano che l’infrastruttura energetica nazionale è ancora inadeguata per le rinnovabili, e alcuni progetti eolici nel nord-est sarebbero stati osteggiati dalle comunità locali per violazioni dei diritti umani. “L’ NDC (Nationally Determined Contribution), il piano per soddisfare i parametri dell’accordo di Parigi, tace sui piani di apertura di nuove aree di esplorazione petrolifera e cerca di distrarci, appellandosi persino a tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio che, almeno per ora, sono una soluzione falsa, costosa e inapplicabile su larga scala” ha sostenuto Carolina Pasquali, direttrice esecutiva di Greenpeace Brasile.

L’autostrada BR-319

La foresta amazzonica non è solo un luogo affascinante, ricco di biodiversità, canti armoniosi e alberi millenari i cui rami si abbracciano nel cielo. È impervia, disorientante, pericolosa e difficile da attraversare. Perciò, il 10 settembre 2024 il presidente Lula ha annunciato il proseguimento della costruzione della BR-319, un’autostrada che collegherebbe Porto Velho a Manaus, la capitale dello stato di Amazonas, per 900 chilometri di lunghezza complessiva. Lo scopo, di fatto, sarebbe quello di facilitare le esplorazioni di riserve di petrolio e gas nel cuore della foresta. Britaldo Soares-Filho, ricercatore dell’università del Minas Gerais, ha rivelato che “gran parte del territorio che circonda la BR-319 è pubblico, ma non ancora designato come area protetta o foresta nazionale”. Questo faciliterebbe le attività, sia legali sia illegali, di deforestazione, bracconaggio, sfruttamento della manodopera locale.

I sostenitori del progetto, affermano che la strada rappresenterebbe un aiuto per i business locali, e un’alternativa al fiume ormai prosciugato che permetterebbe alle popolazioni della foresta di raggiungere ospedali e rifornimenti con meno pericoli rispetto al passaggio forestale. Adamor Leite, primo cittadino di Mura, un villaggio che sorge nei pressi della nuova strada, in un’intervista alla onlus Infoamazonia dice che le malattie sono più frequenti proprio a causa dell’inquinamento dei fiumi e dell’aria, la distruzione delle fonti di cibo e delle medicine tradizionali e per il contatto con popolazioni quasi “vergini”, prive di alcuni anticorpi. “Se avessimo destinato le risorse per la cementificazione alla sanità e all’istruzione nei villaggi – afferma Leite – avremmo già risolto molti problemi”. Invece, sembra che questa strada ne crei di nuovi, di problemi, così da renderla necessaria per risolverli. Eccolo, il capitalismo in tutto il suo splendore, con la creazione di bisogni e problemi per vendere poi le soluzioni agli stessi.

Il ministro dei trasporti Renan Filho ha affermato che il progetto costruirà “l’autostrada più sostenibile e più verde del pianeta”. Come si legge sul Guardian, questo è un notevole esempio di neolingua orwelliana. A conferma dell’ambiguità del progetto, basta sapere che anche Bolsonaro lo aveva incentivato e che Marina Silva non è mai stata d’accordo. A fine luglio 2024 il cantiere dell’autostrada era stato bloccato da una decisione della Corte federale dello stato di Amazonas a causa della carenza di controlli proprio sulla deforestazione. Ora, però, è ripartito.

Il Brasile è un paese federale

Tra i baluardi della difesa di Lula per l’ambiguità delle sue politiche, vi è il limitato raggio di azione del presidente di un Paese federale come il Brasile. Infatti, le amministrazioni dei ventisei stati sono semi-autonome e impongono le proprie tasse, le proprie legislazioni e i propri sistemi giudiziari. Esiste però una Costituzione comune, che traccia i limiti entro cui gli stati possono agire, pena l’avviamento di un processo da parte della corte federale. L’articolo 225 impone al Potere Pubblico e alla collettività il dovere di difendere e preservare l’ambiente. Vi sono poi norme più specifiche, come la legge sui reati ambientali, quella sulla protezione delle risorse idriche, della fauna e dei popoli indigeni..

Perciò, l’ostacolo a Lula non sarebbe tanto il sistema federale ma, come si legge sulla rivista di Diritto Pubblico Comparato Europeo (DPCE), il fatto che in Brasile esista ancora una significativa distanza tra la legge e la pratica. Questo fenomeno si può spiegare, riassumendo molto, con la storia coloniale brasiliana, basata sull’estrazione ed esportazione di risorse destinate ad altre nazioni, con la promessa di uno sviluppo economico, in cui molte persone credono e vogliono ancora investire, Lula compreso. La visione antropocentrica del mondo, poi, getta benzina sul fuoco: la Terra esiste solo in funzione della sopravvivenza e del progresso dell’umanità. Perciò, al fine di mettere in pratica politiche ambientali veramente drastiche, bisognerebbe rivoluzionare le dinamiche su cui ancora si basa l’economia e la cultura brasiliana (e globale).

La protezione dei popoli indigeni

A questo proposito, le popolazioni indigene e la loro visione dell’ambiente come parte fondamentale della loro esistenza e non come qualcosa da sfruttare e depredare, potrebbero costituire un importante tassello nel percorso di transizione. Anche in questo caso, Lula ne è consapevole e ha avviato un cambio di rotta rispetto a Bolsonaro, che li giudicava primitivi e un ostacolo allo sviluppo. Tra le altre cose, Lula ha introdotto la Bolsa Verde, un fondo per supportare le famiglie vulnerabili che vivono nelle comunità tradizionali.

Lula, però, si è mostrato poco netto rispetto al marco temporal, una clausola legale per cui le terre in cui abitano popoli indigeni possono essere a loro affidate solo se dimostrano di abitarci dal 1988. Un vincolo che non tiene conto dell’impossibilità, per molte di queste persone, di dimostrare la loro residenza. Per non parlare degli espropri di queste terre durante, prima e dopo la dittatura militare (1964-1985). Il marco temporal, neanche a dirlo, consentirebbe la costruzione di progetti energetici e di altre infrastrutture all’interno di questi territori senza che sia necessario il consenso delle popolazioni che ci vivono.

Dopo che la Corte federale ha dichiarato incostituzionale il marco temporal, il presidente ha posto il veto su 47 delle sue disposizioni, eliminando così una parte sostanziale del suo contenuto anti-indigeno. Tuttavia, nel dicembre 2023, il Congresso, al momento dominato da ricchi proprietari terrieri e lobbisti dell’agrobusiness, ha votato per annullare 41 di questi veti. Il marco temporal è rientrato così in vigore nell’ordinamento costituzionale brasiliano, marginalizzando nuovamente i popoli indigeni, mettendo in pericolo la “verginità” di alcuni territori della foresta amazzonica e lasciando fino a un milione di chilometri quadrati di foresta pluviale non protetti.

Disastri naturali

Infine, anche i disastri naturali, dovuti alla crisi climatica globale, rallentano gli sforzi politici ed economici verso la transizione. Le alluvioni di aprile e maggio 2024 hanno causato 150 morti e 500 mila sfollati, anche per l’estrema cementificazione della scorsa amministrazione. Sempre nel 2024 il fuoco ha divorato 18 milioni di ettari di verde amazzonico, una superficie grande come l’Irlanda, rilasciando nell’atmosfera circa 31,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica: una quantità equivalente alle emissioni annuali della Norvegia. Con l’ambiente più arido per l’assenza di pioggia e la maggiore debolezza della foresta nel trattenere l’umidità, gli incendi si propagano più facilmente. “La decomposizione della vegetazione bruciata emetterà gas serra per molti anni – ha detto Camila Silva, ricercatrice dell’IPAM (Istituto governativo per la ricerca ambientale) – Le foreste, che dovrebbero catturare carbonio per i prossimi secoli finiranno per aggravare il riscaldamento globale”.

Dietro agli incendi c’è quasi sempre la mano dell’uomo. Qualche volta per errore, qualche volta per bravata, molto più spesso per strategia dell’agrobusiness, che punta a nuove terre per allevamenti e coltivazioni intensive. Lo denuncia lo stesso Lula, sfoderando l’arma della corruzione di fronte alla quale si troverebbe impotente.

Un cambio di paradigma

Quest’anno sarà proprio il Brasile a ospitare la COP30, dove Lula avrebbe dovuto impersonare un esempio virtuoso per le nazioni partecipanti. Invece, l’ingresso nell’OPEC proprio quest’anno è presagio della volontà di utilizzare la COP come terreno di accordi commerciali e greenwashing.

Concludo con le parole di Emanuela Evangelista, biologa della conservazione e attivista ambientale che da più di vent’anni vive in un villaggio nel cuore della foresta amazzonica. Nel suo libro “Amazzonia, una vita nel cuore della foresta” (Laterza, 2024) conferma la necessità, qualora si voglia davvero mettere in atto una svolta ambientalista in Brasile e nel mondo, di cambiare il paradigma dell’antropocentrismo e della sopraffazione di animali e risorse.

“La vita è troppo corta per imparare a farcela. Non farcela da sola è la prima lezione che l’Amazzonia mi ha offerto. Qui io dipendo. Dipendo dagli altri. Gli altri dipendono dalle risorse. Le risorse dipendono dal clima. Il clima dipende da diversi fattori, ivi compresa la mano dell’uomo. Il mondo in cui sono nata mi aveva cresciuta nell’illusione di essere una specie urbana dominante e, per questo, indipendente. Probabilmente avrei continuato a sentirmi arrogante e autosufficiente se non fossi capitata qui.”

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  • Giornalista freelance, insegnava lettere in una scuola superiore e si è occupata di turismo sostenibile in Islanda. Ora scrive articoli su ambiente, giustizia sociale e diritti umani.

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