Le malattie ai tempi del cambiamento climatico
Grafiche di Isabel Rasotto
Un mondo nascosto
Il Covid-19 è l’ultima di una serie di pandemie che, dal Novecento a oggi, hanno sconvolto il nostro pianeta. Ciò che lega queste epidemie è il fatto di essere tutte malattie infettive, causate quindi da agenti infettivi come virus, batteri, protozoi e funghi. Spesso ci dimentichiamo dell’esistenza di questi microrganismi perché sembrano costituire un mondo “a parte”, invisibile all’occhio umano e, per molti aspetti, terrificante. La verità è che conviviamo con loro da sempre, sono ovunque e sono alla base della vita su questo pianeta; nella maggior parte dei casi sono benevoli, a volte invece saltano fuori dal nulla infettando e, nel peggiore dei casi, uccidendo piante, animali e uomini. Se guardiamo la situazione dal loro punto di vista però, uccidere l’organismo che li ospita non è l’obiettivo in quanto comporterebbe la loro stessa morte e rappresenterebbe così una sconfitta per entrambi. L’obiettivo di questi organismi è più che altro quello di trovare un ospite serbatoio o reservoir, un organismo con cui il patogeno riesca ad instaurare una convivenza “pacifica”, che permetta la sopravvivenza di entrambi.
Uomini, animali e malattie
C’è un altro aspetto importante che accomuna molte delle epidemie del Novecento: sono quasi tutte zoonosi, cioè malattie infettive in cui il patogeno viene trasmesso da animale a uomo riuscendo poi a radicarsi in quest’ultimo e a causargli la malattia. Si tratta di eventi estremamente comuni, tanto da rappresentare circa il 60% delle malattie infettive dell’uomo ad oggi conosciute. Alcune sono rare e quasi sconosciute, altre invece sono passate alla storia come la peste bubbonica, l’influenza spagnola, l’AIDS e l’ebola. Queste malattie infettive esistono da sempre, da quando l’uomo ha avuto i primi contatti stretti con gli animali attraverso la caccia e l’allevamento che hanno reso possibile il passaggio del patogeno da una specie animale a quella umana. In gergo scientifico si parla di “spillover”, un tentativo da parte del patogeno di adattarsi ad una nuova specie che potrebbe offrire (forse) condizioni favorevoli alla sua sopravvivenza e alla sua diffusione. È vero: tutti i predatori hanno una preda preferita e così anche i patogeni, in alcuni casi però cambiare bersaglio significa adattarsi a situazioni diverse e quindi, inevitabilmente, avere maggiori probabilità di sopravvivenza. Un patogeno versatile che riesca ad infettare e convivere con specie diverse senza causare troppi danni avrà lunga vita su questo pianeta.

Le origini dell’AIDS: una serie di (s)fortunati eventi
Ciò che rende difficile individuare, conoscere e quindi proteggersi da questi patogeni e dalle malattie che possono causare è proprio il fatto che possano “nascondersi” negli animali. Prendiamo l’esempio dell’HIV (human immunodeficiency virus), il virus dell’AIDS (sindrome dell’immunodeficienza acquisita), all’origine di una pandemia che ad oggi ha causato la morte di 36 milioni di persone. La sua storia ha dell’incredibile e inizia intorno al 1920 in Camerun, uno stato dell’Africa centrale, ricco di foreste pluviali e scimpanzè che, come ben sappiamo, hanno parecchie similitudini con la specie umana. Gli scimpanzè che abitavano quest’area sono risultati, dopo anni di ricerche scientifiche, ospiti serbatoio di un virus chiamato SIV (simian immunodeficiency virus) che, guarda caso, si è rivelato molto simile a quello dell’HIV. Molto probabilmente è andata così: ad inizio Novecento un cacciatore si è addentrato nella foresta, ha ucciso uno scimpanzé per la sua carne, si è tagliato nella lotta ed ecco che il sangue dell’animale, in cui circolava indisturbato il virus SIV, è venuto a contatto per la prima volta con quello umano. Ci sono poi voluti anni e una serie concatenata di eventi, sfortunati per noi ma fortunati per il virus, che hanno permesso a quest’ultimo di adattarsi al nuovo ospite. Ed ecco un virus che ha avuto, purtroppo, la sua grande occasione: passare da una ristretta popolazione di scimpanzé confinata in una foresta del Camerun ad infettare quasi 38 milioni di umani in tutto il mondo.
Ogni azione ha le sue conseguenze
Arrivati a questo punto, è importante farsi due domande essenziali: perché avvengono questi salti di specie e, soprattutto, se si tratta di eventi casuali ed inevitabili. David Quammen, divulgatore scientifico statunitense ed autore di “Spillover”, è molto chiaro su questo aspetto: non si tratta di eventi casuali ma di “conseguenze non volute delle nostre azioni”. Se è vero infatti che tutte queste malattie nascono da un contatto diretto e molto spesso inevitabile tra l’uomo e gli animali, negli ultimi decenni la rapida distruzione degli ecosistemi naturali causata dalla deforestazione, dall’eliminazione della fauna selvatica, dai cambiamenti climatici, etc., ha aumentato drasticamente il numero di contatti tra uomo e selvatici. Fin tanto che un virus vive nascosto nel suo ospite serbatoio, come gli scimpanzè nelle foreste dell’Africa centrale, l’uomo neanche se ne accorge; il problema viene fuori nel momento in cui le foreste e gli scimpanzé vengono eliminati per far spazio alle nostre necessità. Come riporta David Quammen: “Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna selvatica, i patogeni del posto si troveranno a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”. Una volta “liberi” nell’ambiente, i patogeni hanno due possibilità: trovare un nuovo ospite oppure estinguersi. E se l’obiettivo del patogeno è quello di trovare una nuova specie che gli offra condizioni favorevoli per sopravvivere, riprodursi e diffondersi, quale occasione migliore di un ospite attualmente molto numeroso su questo pianeta, in grado di spostarsi in tempi record da un continente all’altro e con continui contatti con esemplari della sua stessa specie?

Prevenire è meglio che curare
Dopo il Covid-19, la World Health Organization (WHO) si prepara per la cosiddetta “Disease X” una futura pandemia causata da un agente patogeno non ancora conosciuto che si presuppone possa essere appunto una zoonosi molto probabilmente causata da un virus. La domanda dunque non è se ma quando arriverà la prossima pandemia. Un articolo pubblicato sulla rivista Nature parla di “contromisure ecologiche” atte a limitare il rischio di potenziali spillover all’origine di future pandemie e sottolinea l’importanza di investire sulla prevenzione per proteggerci in maniera efficiente, equa ed economicamente conveniente. Ripristinare e proteggere gli ecosistemi naturali favorendo la loro integrità, eterogeneità e continuità non solo limiterebbe fortemente il rischio di spillover ma ci aiuterebbe a mitigare gli effetti del cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. La storia non può certo essere cambiata ma possiamo evitare di ripetere gli errori del passato e, se a distanza di un secolo dall’origine dell’HIV non abbiamo una cura efficace ed accessibile a tutti, forse questa volta converrebbe puntare prima di tutto sulla prevenzione, evitando così di offrire ad un patogeno X la sua “grande occasione”.



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