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Cosa vuol dire mettere al mondo un figlio nel mezzo della crisi climatica

Cosa vuol dire mettere al mondo un figlio nel mezzo della crisi climatica

Appunti, domande e alcuni tentativi di trovare (insieme) delle risposte

 

illustrazioni di Daniela Goffredo

Otto mesi fa è nato il mio primo figlio. A inizio marzo, una mattina, lo tenevo in braccio davanti alla finestra del soggiorno mentre lui guardava fuori con quell’aria tipica dei bambini piccoli, a cavallo tra l’inquisitorio e il perso nel vuoto. Mi sono messo a descrivergli quello che vedevo io. Le case di fronte, la strada, le macchine parcheggiate, l’albero che sta sotto la nostra finestra. Gli raccontavo, senza presunzione che lui capisse alcunché, che stava per fiorire, che già a ben guardare i primi fiori bianchi erano fuori. Mentre lo dicevo avevo un tono rassicurante, o almeno cercavo di averlo. Volevo semplicemente che lui cominciasse a sentire queste parole: albero, fiori, primavera. Parole elementari, innocenti. Dentro di me sentivo però anche una certa inquietudine. Sapevo bene che questo albero normalmente comincia a fiorire verso la metà di marzo, e solo verso l’inizio di aprile raggiunge il pieno della sua esplosione. Quest’anno verso fine marzo i suoi fiori hanno cominciato ad appassire. Mentre finisco di scrivere questo articolo è inizio aprile, e sull’albero ci sono solo le foglie.

 

Nel mese di febbraio, a Bruxelles, la città in cui vivo, la temperatura media è stata di quattro gradi sopra la norma, più alta della media di marzo. Tutta l’Europa occidentale e continentale ha vissuto un mese torrido, nonostante questo non abbia generato molte discussioni, se non tra gli addetti ai lavori, siccome d’inverno un’anomalia di temperatura fa poco rumore. Ma per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, in una città austriaca la temperatura media di febbraio è stata così alta da sorpassare il record storico della temperatura media di marzo.

 

 

Mentre gli ecosistemi terrestri entrano in territori inesplorati, io stesso sto esplorando nuove terre, con la mia prima paternità. Diventare padre significa che dal nulla ti si crea dentro, e si espande, uno spazio prima inesistente per amare un’altra persona. È una cosa difficile da spiegare. La sto vivendo appieno, la sto assaporando ogni giorno. L’energia che ti toglie sa ridartela in modi sconosciuti, inattesi. Eppure, nel turbinio che sono i primi mesi di vita di un bambino, regolarmente mi sono trovato a vivere momenti in cui una certa inquietudine che forse è sempre lí, latente e sottopelle, emerge, affiora. In che pianeta vivrà, mio figlio? In che pianeta vivrò io? Un albero che fiorisce 20 giorni prima non fa male a nessuno, ma è un altro segno tra i tanti del fatto che quello che sapevamo da decenni sta davvero succedendo, ora, sotto i nostri occhi. E tutto ciò non sorprende, è esattamente quello che la scienza aveva previsto decenni fa. 

 

Il clima sta cambiando, e sappiamo cosa questo significhi, cosa implichi. In parte già lo viviamo, e per lo più non si tratta di cose positive. Sappiamo anche che come umanità, nonostante tutto, stiamo muovendoci finalmente, e qualcosa di cui gioire e di cui essere speranzosi c’è. Ma è francamente poco, e la bilancia pende ancora verso il senso di sconforto e di angoscia per il futuro che ci attende.

 

Perché mettere al mondo un figlio nel 2024? Me lo sono chiesto tante volte, prima che mio figlio fosse concepito e durante la gravidanza, e continuo a chiedermelo. Non ho trovato una risposta definitiva, ma devo ammettere che nel volere un figlio, tra me e la mia compagna, è prevalsa la fattualità della nostra vita, qui ed ora. Dopo aver messo sul piatto i nostri dubbi e averli analizzati per bene ci siamo detti che volevamo comunque esperire l’intero spettro di emozioni che la vita umana può offrire. In fondo un figlio è una scelta egoistica, di questo bisogna esserne coscienti. Siamo esseri umani, siamo fatti per pensare a noi stessi, il che non significa che non possiamo avere un senso di comunità, di solidarietà o un pensiero astratto. Ma significa che il nostro stare nel mondo è sempre filtrato dalla nostra persona, che è un miscuglio spesso caotico di una dimensione collettiva e di una  individuale.

 

Conciliare queste due sfere nell’epoca del cambiamento climatico non è semplice. È una scelta etica generare un nuovo individuo in un contesto oggettivamente poco rassicurante? Lo sto esponendo a rischi troppo grossi? Se lo sforzo della transizione energetica fallirà, ci ritroveremo con un pianeta parzialmente inabitabile tra qualche decennio, con migrazioni di massa e guerre per il controllo dei territori ancora vivibili? Ha senso rischiare che il proprio figlio viva tutto questo sapendo che potrebbe effettivamente succedere? Allo stesso tempo, ha senso privarsi di una delle esperienze più importanti della propria esistenza sapendo che potremmo anche riuscire a contenere gli effetti peggiori del cambiamento climatico e, forse, un domani, a garantire un futuro equilibrato a questo pianeta e ai suoi ecosistemi? Ha senso chiudersi, vivere quel che resta della propria vita, e non pensarsi parte del futuro di questa specie, a conti ancora aperti? Sono domande francamente molto grosse e, come già accennavo, di risposte non ne ho. Al momento ho tra le mani tre diverse riflessioni aperte, in divenire, che continuo a ruminare. Vorrei provare a metterle sul tavolo, per condividere il mio dialogo interiore con chiunque si trovi di fronte agli stessi dilemmi, per ragionarci assieme, per trovare assieme delle risposte.

 

 

Siamo tutti sulla stessa barca, figli o non figli?  

La prima ha a che fare con la questione etica già accennata. Cerca di rispondere all’osservazione che più o meno fa cosí “Non è una scelta particolarmente avveduta quella di mettere al mondo un figlio in una situazione del genere”. Talvolta l’ovvia verità di questa considerazione mi schiaccia. Eppure c’è un ma. Non è che dentro di me l’ipotesi, ormai sfumata, di non fare figli svolgeva la funzione di autoassolvermi dall’agire, dal mettermi in gioco? Come dire “non c’è più nulla da fare, per lo meno non metto al mondo altre persone, sul resto si vedrà”. Certo, esiste la contingenza in cui una persona prende attivamente parte al cambiamento senza fare figli, per dare il proprio contributo assicurandosi al contempo di non mettere al mondo una persona che dovrà affrontare un destino prevedibilmente avverso.

 

È un calcolo legittimo. Al contempo, tuttavia, l’umanità procede da millenni con destini poco incoraggianti di fronte a sé. Certamente oggi sappiamo di avere un problema significativo che è concretamente già qui, e che non è solamente una possibile evenienza. Ma sappiamo anche che esiste ancora un margine di manovra, che siamo ancora flebilmente al timone, che riuscire a contenere il peggio non sarebbe un risultato da nulla, che tra 1,75 °C e 2,75 °C gradi c’è una differenza abissale, e abbiamo ancora la possibilità di agire su questi margini.

 

In quest’ottica l’azione per il contenimento degli effetti peggiori del cambiamento climatico è una chiamata che va oltre il singolo percorso di genitorialità. Inoltre, forse è anche semplicemente umano il fatto di accettare di compiere delle scelte che comportano una certa dose di spontaneità e incertezza, non per forza finendo per auto-punirsi per aver guardato al futuro con un atto di speranza. Perché in fondo mettere al mondo un figlio significa avere una ragionevole speranza nel futuro, significa pensare che quanto ancora di buono può venir fuori da questa situazione valga la pena di essere cercato, voluto. È anche questo un ragionamento autoassolutorio? In parte sí. È un tentativo di sotterrare l’angoscia? In parte sí. Siamo macchine perfettamente razionali? No.

 

 

Cosa è giusto che capisca un bambino di tutta questa faccenda? 

La seconda riflessione ha a che fare con quello che sarà il vissuto di un bambino che nasce nel mezzo della crisi climatica. Ora che lui è qui, vedo svolgersi sotto i miei occhi la sua vita presente e immagino quella futura. Continuo a immedesimarmi e proiettare su di lui quanto ho vissuto io, rivivo sprazzi di memorie di un’infanzia in cui non sapevo nulla di clima, migrazioni, guerre. Immagino, spero, vivrà anche lui qualcosa di simile, qualcosa di ovattato e protetto, lento, come solo l’infanzia di un bambino che cresce in pace sa essere. I lunghi e caldi pomeriggi di libertà che vivevo io a inizio estate, da piccolo, tra i cortili dei palazzi in cui sono cresciuto.

 

Mio papà che rincasava la sera e parcheggiava l’auto sotto casa, poco distante un albero che faceva delle strane pigne, me ne portava una, lo abbracciavo e sentivo l’odore della sua camicia: un misto che mi piaceva di tabacco, sudore, sapone da lavatrice. Un periodo unico e sospeso nella vita di una persona. Sette, otto, forse addirittura dieci anni, compresi tra il momento in cui un bambino è grande abbastanza per sapere dove sta e il momento in cui le sue giornate vengono definitivamente irreggimentate, ingegnerizzate. Penso a mio figlio. Avrà anche lui questa manciata di anni sospesi tra il nido di casa e la vita adulta senza dover percepire l’incombere di qualcosa di grande e spaventoso? Sentirà le mie paure in questi anni? Percepirà che mentre guardo un albero in fiore o mentre camminiamo tra le montagne e ammiriamo un ghiacciaio in lontananza qualcosa dentro di me si incupisce? Non so rispondere, ma questa è forse la mia paura più grossa.

 

Che lui capisca che qualcosa non va prima che sia ragionevole che lo capisca. Cosa bisogna fare coi bambini? Bisogna dargli dei piccoli segnali, qualche cucchiaio amaro annacquato, un po’ per volta? Oppure bisogna fingere che tutto sia tranquillo? Fare finta di niente, fino a che ha tredici anni e a quel punto a cena una sera lo si prende da parte come se gli si dovesse dire che babbo natale non esiste e gli si dice ‘senti, sí, è vero, in pratica stiamo nel mezzo di un collasso climatico, con conseguenze devastanti per gli ecosistemi naturali ma anche per gran parte delle persone sulla Terra’. Onestamente non ho una risposta a questo dilemma, il che mi terrorizza, confido di trovare qualche illuminazione nei prossimi anni.

 

“Non nevica più come una volta” 

La terza ha a che fare con l’idea di perdita di quello che abbiamo, o che avevamo. La mia famiglia dal lato paterno è originaria di un paesino delle prealpi orobiche. Ho passato tutti i miei natali nella piccola casa che ereditammo dei miei nonni. Quando si arrivava, pochi giorni prima del Natale, c’era un freddo vero, fuori e dentro la casa. Negli anni ‘90 i mesi di dicembre erano più freddi di quanto lo siano ora. Ricordo che dal lavandino usciva un’acqua spietatamente gelida, imbevibile. Capitò qualche volta di arrivare su e trovare il gabinetto di ceramica rotto, l’acqua sul fondo ghiacciava ed espandendosi senza aver spazio per alzarsi, rompeva la ceramica. Di quegli inverni ricordo anche la flebile luce notturna della luna riflessa dalla neve che rimaneva nei prati. La neve c’era qualche anno a chiazze, qualche anno ben consolidata, qualche anno arrivava durante il nostro soggiorno. Era una caratteristica di quel luogo, e arrivava quasi sempre nei giorni del nostro ritiro prealpino.

 

Ti svegliavi e trovavi tutto bianco, soffice, ovattato. Mi svegliava mio papà ‘ha nevicato, vieni a vedere.’ Era una fiaba. Slittate, seguite da cioccolate calde, seguite da notti passate sotto piumone e coperte con quel bianco negli occhi, per poi risvegliarsi al tepore della stufa accesa di prima mattina da mio padre per rompere il freddo e ripartire per un’altra giornata fuori. Negli ultimi quindici anni credo abbia nevicato in questo paese, nel periodo di Natale, una o due volte, e in diversi anni abbiamo avuto temperature molto alte, con la neve confinata sopra i 1.500 m, talvolta del tutto assente. I paesaggi invernali prealpini come li conoscevo li abbiamo in parte persi, non saranno gli stessi per mio figlio. È una sensazione angosciante. Non sappiamo quale sarà il loro vissuto rispetto a tutto ciò, eppure continua a risultarmi insopportabile l’idea che quanto il nostro mondo aveva da offrire, in parte è andato perso.

 

Come dicevo, queste sono solo riflessioni aperte, sono fili che di tanto in tanto mi metto a ricamare cercando di trovare una qualche trama, una bozza, un segno che mi dica qualcosa. Ho accettato di non avere risposte, siamo la prima generazione di genitori che sa quello che sta succedendo eppure ha deciso di mettere al mondo dei figli. Siamo i primi a dover cercare un punto di equilibrio tra una cosa naturale ed enorme, come la genitorialità, e una cosa altrettanto enorme e innaturale, come il collasso del clima e degli ecosistemi che da esso dipendono, per mano dell’uomo. Non ci resta che provare a parlarne, confrontarci, trovare risposte, adattarci, forse anche consolarci.

 

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  • Giordano Zambelli

    Giordano è un ricercatore presso l'università fiamminga di Bruxelles (VUB), dove si occupa di innovazione nel giornalismo, sia dal punto di vista delle sfide tecnologiche che dei modelli editoriali.

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