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Chi sono i migranti climatici?

Chi sono i migranti climatici?

Le migrazioni climatiche sono un fenomeno difficile da inquadrare, tanto a livello giuridico quanto su un piano causale. E questo rende i migranti climatici particolarmente vulnerabili. 

di Sebastiano Santoro

copertina di Dada

Le migrazioni climatiche sono una storia antica. Fin dalle origini della Terra, migrare è stato il modo più spontaneo che l’essere umano ha avuto per adattarsi alle crisi climatiche. Il primo a coniare il termine “rifugiati ambientali” fu l’agronomo statunitense Lester Brown, nel 1976. Lo usò per indicare le persone costrette a migrare a causa dei mutamenti delle condizioni ambientali. Nonostante alcuni passi avanti, gli individui o le comunità che si spostano a causa dei cambiamenti climatici hanno ancora poca protezione e poco riconoscimento a livello internazionale

 

Per il diritto internazionale non esistono

Ad oggi, non esiste una convenzione internazionale ad hoc che protegge chi migra a causa degli effetti della crisi climatica. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sostiene che non può essere usata l‘espressione “rifugiato climatico” poiché non si fonda su nessuna norma del diritto internazionale. Infatti, la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e il Protocollo successivo del 1967 restringono questo status a chi è minacciato nel proprio paese da persecuzioni legate all’etnia, alla religione, alle opinioni politiche, alla nazionalità, ma non contemplano questioni ambientali. Inoltre, non è detto che i migranti climatici fuggano all’estero, molto spesso lo spostamento avviene all’interno dei confini del proprio paese (in questo caso, si parla di migrazione progressiva).

 

Per la legge, quindi, è come se non esistessero. Quando sono state chiamate a risolvere casi concreti, le Corti di giustizia internazionali hanno dovuto far riferimento ad altri meccanismi giuridici flessibili: come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, o la Convenzione Internazionale dei Diritti Civili e Politici del 1966. Gli stimoli per definire legalmente lo status di migrante climatico sono pochi anche perché sarebbe un processo che aprirebbe la possibilità della richiesta di asilo a milioni e milioni di persone, una situazione che sembra adattarsi poco agli attuali umori politici di gran parte dei paesi occidentali.

 

Migranti climatici

La difficoltà di definire con chiarezza il fenomeno è dovuta, in parte, al fatto che – al di là di pochi casi concreti, come quelli degli atolli nel Pacifico che stanno lentamente scomparendo a causa dell’innalzamento del livello del mare – non è facile stabilire quando una migrazione è causata direttamente dal clima. I fattori che orientano questi flussi migratori sono tanti e complessi, da quelli sociali a quelli economici a quelli politici, e la crisi climatica non è altro che un moltiplicatore di tali minacce.

 

Come ha spiegato l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM), alcuni elementi dell’attuale crisi climatica influenzano le migrazioni: da un lato, processi climatici come l’innalzamento del livello del mare, la salinizzazione del suolo per uso agricolo, la desertificazione e l’aumento della scarsità d’acqua; e dall’altra fenomeni meteorologici estremi come uragani, cicloni e alluvioni. La decisione di migrare, tuttavia, deriva in buona parte anche da fattori che non dipendono direttamente dal cambiamento del clima, ma che con esso si amplificano: come le scarse risorse economiche, il contesto sociale, le politiche governative, la crescita smisurata della popolazione e la resilienza delle comunità ai disastri naturali. 

 

Migranti climatici

Fonte: International Displacement Monitoring Center

 

Il Centro di monitoraggio per gli sfollati interni (IDMC) ha calcolato che 23,9 milioni di persone hanno dovuto trasferirsi nel 2019 a causa di disastri connessi al cambiamento climatico. Si ritiene che le aree geografiche più esposte alle migrazioni climatiche siano i paesi in via di sviluppo, nonostante nella stragrande maggioranza dei casi siano tra quelli che contribuiscono meno alle emissioni di gas serra. Secondo la Banca Mondiale, in Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina, che insieme rappresentano il 55% della popolazione del mondo in via di sviluppo, fino a 143 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare all’interno dei loro paesi entro il 2050 (negli scenari più pessimistici).

 

Migrazioni climatiche previste nel mondo entro il 2050

 

Ancora più allarmanti sono le previsioni contenute nel rapporto “Migration and Climate Change” dell’IOM, che parlano di 200 milioni di migranti climatici entro il 2050. Una cifra altissima: in pratica una persona su 45 tra quelle che vivono sulla terra. Ma tale stima è «incerta», in quanto richiederebbe delle «estrapolazioni imponenti», cioè delle previsioni ben al di fuori dei valori conosciuti del fenomeno. 

 

L’assenza di una definizione internazionale comune di “migrante climatico” rende difficile avere cifre esatte. Inoltre, come afferma la ricercatrice in materia di migrazioni climatiche Beatriz Felipe Pérez: “per le persone che migrano è complicato capire che dietro le motivazioni personali della loro scelta c’è il cambiamento climatico, è molto più chiaro pensare che si sta migrando perché si è alla ricerca di una vita migliore o di un nuovo lavoro”. 

 

Strategie multilaterali non all’altezza e politiche nazionalistiche

La risposta alle crisi migratorie è stata una delle questioni politiche più conflittuali degli ultimi anni. Se, da un lato, è cresciuta la consapevolezza dei problemi legati alle migrazioni climatiche, dall’altro è aumentata la tendenza di politiche nazionalistiche e anti-migratorie. 

 

Due sono le azioni multilaterali più incisive adottate dalla comunità internazionale. Nel 2015 gli Stati firmatari dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici hanno chiesto che un comitato speciale, istituito alla Conferenza sul Clima di Varsavia del 2013, elabori raccomandazioni per aiutare le persone sfollate a causa del cambiamento climatico. Pochi anni più tardi, nel 2018, l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato (con il voto contrario degli Stati Uniti) il “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration”, un documento che riconosce la crisi climatica come fattore fondamentale per il movimento delle persone nei prossimi anni, e che sollecita i governi a formare dei piani per prevenire le migrazioni climatiche e aiutare le persone che saranno costrette a spostarsi per questi motivi. Tuttavia, questi accordi non sono giuridicamente vincolanti né sufficientemente elaborati per affrontare la complessità del fenomeno.

 

 

È preoccupante che, per trovare soluzioni al fenomeno migratorio, molte nazioni stiano adottando politiche nazionalistiche e costruendo muri. Oltre a quello famoso tra Stati Uniti e Messico, anche in India si è costruito una “linea di controllo” a ridosso della frontiera con il Bangladesh, uno dei paesi al mondo con la popolazione più vulnerabile all’aumento del livello del mare. Ma non è necessario andare così lontano. Dal 1990, gli Stati membri dell’Unione Europea e dello Spazio Schengen hanno eretto circa 1.000 km di muro fisico. Sebbene le istituzioni europee abbiano riconosciuto in più occasioni le criticità del fenomeno migratorio, al momento si sono mostrate abbastanza restie ad assumere un ruolo di comando, sia a livello internazionale che di fronte ai singoli Stati membri. Spesso le migrazioni sono viste come un rischio per la sicurezza regionale, ed il risultato è quello di rafforzare i controlli migratori, ridurre i flussi, e lasciare in secondo piano la protezione degli esseri umani. 

 

Anche nello scenario più ottimista, nei prossimi anni il numero di migranti climatici aumenterà. La comunità internazionale (e in particolar modo i paesi occidentali) ha fatto poco per occuparsi di queste persone. Il pericolo maggiore è credere che qualcosa di fragile come un muro possa essere utile a qualcosa. L’impressione è che se non cambiamo atteggiamento saremo come i passeggeri di una scialuppa di salvataggio che colpiscono coloro che cercano di salire.

 

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