Il business dei grandi eventi all’epoca della crisi climatica: Milano-Cortina 2026 tra greenwashing e resistenze
Grafiche di Martina Spinelli
I costi di un grande evento sportivo
Nel 2026 l’Italia ospiterà la XXV edizione dei Giochi Olimpici e Paralimpici invernali. Sul sito di Milano-Cortina 2026 si legge che questi saranno i Giochi più diffusi di sempre. Le competizioni, infatti, si svolgeranno su un’area di oltre 22.000 km2 tra Lombardia, Veneto e Trentino Alto-Adige con arrivi previsti pari a circa mezzo milione di persone. Oltre al prezzo del biglietto, però, questo grande evento diffuso comporterà costi ambientali e sociali di cui è necessario tenere conto.
Se guardiamo alla scala urbana, le infrastrutture necessarie a sostenere un evento di tali proporzioni stanno già esercitando un peso socio-ambientale significativo, accelerando i processi di rigenerazione urbana ed esclusione sociale in corso. A Milano, ad esempio, la costruzione del villaggio olimpico nell’ex scalo ferroviario di Porta Romana sta pian piano portando alla cementificazione di quella che, negli anni, è diventata un’area di verde spontaneo di cui le città – e le persone che vi abitano – hanno sempre più disperato bisogno.

Le resistenze a Milano-Cortina
Per contrastare il modello predatorio dei grandi eventi, sempre più edulcorati dall’uso di slogan finto-ambientalisti e intrisi di greenwashing, a fine 2023 si è costituito a Milano il CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi. All’interno del Comitato, realtà molto eterogenee – tra cui l’APE (Associazione Proletari Escursionisti), il collettivo OFF Topic, l’associazione Mountain Wilderness – si sono attivate contro la speculazione economica e la devastazione ambientale dell’operazione Milano-Cortina, consapevoli che la questione “è evidentemente complessa e tocca una molteplicità di aspetti: da quello sportivo a quello abitativo, passando per lo sfruttamento lavorativo, il cambiamento e la gentrificazione della città così come il consumo di suolo, ma anche quanto accade all’ambiente e contesto montano”. In sostanza, scrive il Comitato sul proprio sito web, “le Olimpiadi sono paradigmatiche di un modello di sviluppo che quotidianamente proviamo a contrastare e modificare, in quanto insostenibile sul piano economico, climatico, ambientale e sociale”.
Il gigantismo dei Giochi invernali, inoltre, costituisce un problema che dalla città si disloca e si materializza nei territori montani, già fortemente esposti ai problemi derivanti da un turismo in forte crescita e da eventi climatici estremi più intensi. È dal 1998 che la CIPRA (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi) manifesta preoccupazione per il crescente sfruttamento degli ambienti montani a scopo turistico, sportivo e, in generale, di profitto. Come scrive Vanda Bonardo, presidente di CIPRA Italia, nella prefazione al libro di Luigi Casanova “Milano-Cortina 2026.Ombre sulla neve. Il libro “bianco” delle olimpiadi invernali” (AltraEconomia, 2022), le esperienze degli ultimi decenni portano a concludere “che le Alpi non sono adatte a ospitare grandi eventi come i Giochi olimpici, così come sono intesi attualmente”.

Diverse comunità alpine in Svizzera e nel Tirolo lo hanno capito da tempo e ai referendum sui Giochi invernali hanno detto di non essere più disposte a subire le conseguenze negative di questi eventi sul lungo termine né, tantomeno, a spendere risorse pubbliche per sovvenzionarli. La lotta è senz’altro dura perché l’abbuffata di infrastrutture sembra non bastare mai. Se da un lato, per essere realmente sostenibili le Olimpiadi invernali dovrebbero comprendere meno discipline e prevedere l’affluenza di un numero di persone di gran lunga inferiore all’attuale, essere ospitate esclusivamente in aree climaticamente idonee (e anche qui ci sarebbe da discutere sul concetto di “climaticamente idoneo”) e prevedere l’utilizzo di strutture esistenti, dall’altro interessi economici e politici vanno in direzione opposta.
Lo dimostra il caso della contestata costruzione della pista da bob a Cortina d’Ampezzo, un’opera dal costo di più di cento milioni di euro – e di quattro ettari di bosco abbattuti – che molto probabilmente farà la fine di quella di Torino, costruita per i Giochi del 2006 e ormai inutilizzata. Insomma, che quello tra ambiente e grandi eventi sia un rapporto conflittuale è ben noto. Il tema, però, assume nuova rilevanza nell’epoca della crisi climatica. Dal 2006 sono passati circa vent’anni, i modelli climatici sono sempre più precisi, i dati più consistenti e gli eventi estremi sempre più sotto i nostri occhi. In piena emergenza climatica, l’innevamento a quote basse risulta sempre più difficile a causa dell’aumento delle temperature e ciò mette a repentaglio gran parte dell’industria dello sci e degli sport invernali. Un aspetto, però, di cui la logica dei grandi eventi non sembra curarsi, continuando a espandersi secondo le regole della governance emergenziale, quindi finanziata da fondi pubblici straordinari concessi con deroghe alle norme che regolano appalti e cantieri tramite procedure di approvazione semplificate.
Investimenti e greenwashing
Nonostante evidenti criticità, i Giochi di Milano-Cortina 2026 vengono presentati ufficialmente come una straordinaria opportunità economica – si legge che i benefici per il PIL saranno pari a tre miliardi, molti dei quali derivanti dal settore turistico – e una vetrina per la sostenibilità, come d’altronde è stato con gli ultimi Giochi Olimpici e Paralimpici di Parigi. Diverse critiche, però, arrivano dalle stesse associazioni che dovrebbero beneficiare degli effetti positivi di questa vetrina. Prima fra tutte, quella secondo cui il processo partecipativo non sia stato altro che un’operazione di facciata. Ciò ha spinto le organizzazioni coinvolte a disertare i tavoli di discussione come forma di protesta alla totale mancanza di progetti e servizi a sostegno delle aree montane, la cui fragilità mal si concilia con le 100 nuove opere olimpiche – 44 impianti sportivi e 56 infrastrutture di trasporto, di cui molte su gomma – previste per un totale di quasi tre miliardi e mezzo di euro di spesa.

La montagna, da tempo al centro di discorsi su come riconvertire un tessuto economico troppo spesso basato sulla monocultura dello sci, ha necessità di trovare un modello che salvi i territori senza spremerne le risorse e disperdere le comunità che li abitano. Come sostiene Alex Giuzio nel suo ultimo libro “Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero” (AltraEconomia, 2024), serve un nuovo concetto di montagna, quindi di turismo montano. Lo stesso vale per la città, sempre più soffocata da un sistema di progetti speculativi che minano diritti faticosamente conquistati e poco hanno a che fare con il benessere di chi ci vive.



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