Non è il clima che non mobilita, è l’Italia che non sa più ribellarsi
Grafiche di Isabel Rasotto
Illustrazione di Beatrice Maffei

Leggo due notizie lo stesso giorno di marzo 2024. La prima: l’Emilia-Romagna ha subito la quarta alluvione in diciotto mesi, con 175 millimetri di pioggia caduti in poche ore tra il 19 e il 20 ottobre 2024, quantità di acqua che normalmente cade in due mesi. Un ventenne, Simone Farinelli, è morto trascinato via dalla sua auto nel torrente Zena a Pianoro. La seconda: su 174.922 candidati al concorso EPSO della Commissione europea, ben 79.450 sono italiani, pari a circa il 45% del totale. Non sono due notizie diverse. Sono la stessa storia raccontata da due angoli diversi. Una racconta la crisi che colpisce l’Italia. L’altra racconta la risposta della gente: non lotta per cambiare il sistema, scappa verso uno che funziona. Non mobilitazione. Fuga razionale.
Quello che mi colpisce è il silenzio. Non civile. Silenzio proprio, nel senso che non c’è nessuna protesta collettiva. In Italia abbiamo crisi ambientale visibile: quattro alluvioni in un anno e mezzo, con la prima che causò 17 morti e danni per circa 8,5 miliardi di euro, incendi in Sicilia che hanno bruciato 57mila ettari (il 64 per cento del totale nazionale nel 2023 secondo ISPRA), crisi idrica in Puglia con razionamenti a Bari e Foggia. Abbiamo crisi economica strutturale: salari in calo da 30 anni, crisi occupazionale con precariato diffuso. Dovremmo essere nelle piazze. Invece siamo a casa, ognuno a risolvere il proprio problema da solo. Come mai? Non è apatia. Non è stupidità. È un sistema di blocchi psicologici, economici, culturali che rendono la ribellione razionalmente impossibile. Vale per il clima, vale per tutto il resto. Ho scavato per capire come funziona questo sistema. Quello che ho trovato è una catena di tre meccanismi integrati che si rinforzano vicendevolmente.
Il primo meccanismo: atomizzazione economica attraverso l’economia informale
Lo stipendio formale non basta. Lo stipendio medio italiano netto è tra 1.700 e 1.800 euro al mese, secondo l’ultimo report ISTAT sulla struttura delle retribuzioni, pubblicato nel febbraio 2025. Tasse, contributi, bollette esplodono. Sopravvivere dentro il sistema formale è diventato impossibile per chi lavora a salario. La soluzione spontanea è il nero. L’economia non osservata in Italia rappresenta il 10,2% del PIL nel 2023 secondo ISTAT, 217,5 miliardi di euro di attività non dichiarate. Un precario fa un lavoretto il fine settimana, guadagna 300 euro subito, il budget quadra, sbarca il lunario. Una volta che la soluzione individuale è disponibile, viene meno qualsiasi incentivo a coordinarsi. Se protesti collettivamente per un aumento salariale vero, rischi che lo sciopero che fallisca, e comunque aspetti mesi per un risultato incerto. Se fai un po’ di nero, guadagni oggi, soluzione certa, zero rischio. La razionalità economica dice: scegli il nero.

Il contrasto internazionale è verificabile e illuminante.In Scandinavia l’economia informale vale il 3-5% del PIL, mentre in Italia è oltre il doppio. La differenza strutturale è profonda. In Svezia, Danimarca e Norvegia il controllo fiscale è rigoroso e la pressione sociale contro il nero è fortissima. Un cittadino svedese che lavora in nero non ha accesso a servizi pubblici, non ha assistenza sanitaria garantita, non ha previdenza. Il costo-beneficio è negativo. Il nero non esiste come valvola di sfogo, come meccanismo per respirare dentro un sistema che ti soffoca. La frustrazione economica rimane nel sistema, non viene scaricata individualmente. Quando i salari stagnano, la gente non si aggiusta lavorando in nero. Protesta coordinatamente perché non ha una alternativa individuale. Nei paesi dove il nero è impraticabile legalmente e socialmente, gli scioperi coordinati sono frequenti e producono risultati.
In Italia dove il nero è pratica quasi normale, il calcolo è completamente inverso. Il nero fornisce una soluzione privata che il sistema formale non offre. La frustrazione economica viene gestita individualmente. Non c’è pressione che si accumula nel sistema, non c’è bisogno collettivo che emerge, non c’è spinta verso il coordinamento. Gli scioperi rimangono deboli e isolati perché la pressione è già stata scaricata a livello individuale. Non è coincidenza ma un meccanismo verificabile a livello strutturale: dove la pressione economica si scarica individualmente, la coordinazione collettiva non emerge. La protesta collettiva diventa cosa che potrebbe aiutare teoricamente, ma non è necessaria nella pratica.
Questo è il meccanismo di atomizzazione pura. Il nero non causa la crisi di base (la causa è strutturale: economia stagnante, tasse alte, salari reali in calo dagli anni Novanta). Ma una volta che il nero esiste come pratica diffusa, il nero SOSTIENE l’atomizzazione. La valvola di sfogo funziona. Il sistema rimane stabile, incapace di generare azione collettiva.
La crisi climatica non mobilita l’Italia perché soffre del medesimo sistema di atomizzazione economica. Quando scoppia l’alluvione in Emilia-Romagna, le persone colpite sono fragili: hanno mutui precari, assicurazioni scadenti o assenti, redditi frammentati tra nero e formale. Non possono permettersi di scioperare per chiedere prevenzione nazionale. Devono riparare la casa oggi. Se protestassero collettivamente per chiedere investimenti in prevenzione, il governo avrebbe mesi di tempo per rispondere. Se lavorano in nero fino a sera dopo i danni, riparano in settimane con soldi privati. La scelta razionale è quella individuale. Lo stesso per gli agricoltori colpiti dagli incendi in Sicilia nel 2023: sono in nero, non hanno margini finanziari per rischio politico, scelgono soluzioni individuali. La crisi climatica viene assorbita dal sistema di atomizzazione. Diventa crisi personale, non collettiva. Non mobilita perché il sistema ha già neutralizzato il meccanismo attraverso cui avrebbe potuto mobilitare.
Il secondo meccanismo: mancanza di canali formali per il coordinamento
Parlo con Marco, precario 31 anni, che fa nero ogni fine settimana per integrare uno stipendio da 1.400 euro netti. Gli chiedo: “Hai mai pensato a uno sciopero coordinato con i tuoi colleghi?” Risponde: “Con chi? A chi dico? I sindacati sono tre, non si parlano. Non saprei nemmeno dove andare. Mio padre negli anni Settanta scioperava e sapeva il posto, il sindacato, il motivo. Io non so niente. Non c’è struttura.” È esatto. Conosce il problema (salario insufficiente) ma non conosce il canale attraverso cui il problema potrebbe diventare azione collettiva.
In Germania quando IG Metall, il principale sindacato nazionale, dice “il 15 marzo scioperiamo per gli stipendi”, succede una cosa molto semplice ma decisiva: tutti scioperano nello stesso giorno per lo stesso motivo. La struttura agevola il coordinamento. In Francia non c’è necessità di canali formali forti perché c’è memoria culturale sedimentata che la protesta pubblica è legittima e normale. I giovani sanno storicamente che la rivolta funziona. In Italia i sindacati sono frammentati (CGIL, CISL, UIL non coordinate tra loro). E la memoria storica è traumatica: anni di piombo, Tangentopoli, Mani Pulite hanno sedimentato nel linguaggio familiare l’idea che il conflitto pubblico genera violenza, non negoziazione legittima. Un giovane italiano che vorrebbe protestare non sa dove andare, con chi parlare, come organizzare il tentativo. Non ha una struttura a cui rivolgersi. Non ha norma culturale che lo legittimi. Il tentativo rimane ideazione, non diventa azione.
Il terzo meccanismo: inibizione culturale e psicologica
C’è un terzo livello di blocco che funziona anche in presenza di struttura e canale. La cultura italiana, con la sua eredità cattolica, il fascismo, gli anni di piombo, trasforma la protesta collettiva in cosa moralmente sconsigliata. Non formalmente proibita. Vietata a livello istintivo, pre-consapevole.
Parlo con Giulia, insegnante precaria 29 anni. Le dico: “Perché non coordinate uno sciopero voi insegnanti precari per ottenere contratti stabili?” Risponde: “Sai, quando penso a scendere in piazza, sento come una resistenza dentro. Mi dice ‘non è tuo compito’, ‘non è il tuo posto’. Mia madre era molto cattolica, mio padre diceva sempre che protestare era roba pericolosa. Non so se è religione vera, ma è qualcosa che sento nel corpo, non solo nella testa.” Conosce il diritto teorico. Conosce il problema concreto. Ma sente a livello corporeo che protestare è moralmente sbagliato. Non è paura razionale di conseguenze legali. È inibizione morale ereditata. Quando conosci il problema, quando hai la struttura teorica per protestare, senti che è moralmente sbagliato farlo. Il blocco è nel corpo, non nel ragionamento.

C’è ancora un quarto livello: il cervello italiano ha imparato biologicamente che le azioni collettive non controllano l’esito politico. Sette su dieci italiani (70%) credono che loro voci non contino e rimangono inascoltate nell’Unione Europea. È lo stesso fenomeno a livello nazionale: basta guardare 30 anni di votazioni politiche. 1994 Berlusconi vince. 2006 sinistra vince, nulla cambia strutturalmente. 2008 crisi, vota, nulla cambia. 2013 Cinque Stelle vince, nulla cambia. 2018, 2022, 2024: sempre lo stesso. A livello neurologico il cervello disattiva il tentativo. Non è scelta consapevole. È apprendimento biologico chiamato learned helplessness (Seligman 1967): quando un organismo tenta di modificare un esito senza successo ripetuto, disattiva successivi tentativi. Non è rassegnazione consapevole. È blocco neurologico.
Come questi meccanismi si rinforzano e perché il clima non mobilita
Questi tre meccanismi non sono indipendenti. Si rinforzano in un ciclo chiuso quasi invulnerabile. Se il nero sparisse (crisi economica severa), emergerebbe la pressione sommersa accumulata. Ma l’assenza di canali formali forti e l’inibizione culturale bloccherebbero comunque la protesta organizzata. La gente protesterebbe, ma in modo disorganizzato, facilmente reprimibile. Se i canali sindacali fossero robusti (sindacati forti e coordinati), il nero continuerebbe a scaricare pressione individualmente, neutralizzando l’utilità dei canali formali. Protesterebbe solo chi non può ricorrere al nero, minoranza fragile e insufficiente. Se l’inibizione morale sparisse improvvisamente (generazione nuova senza eredità cattolica), la frammentazione dei canali impedirebbe comunque il coordinamento efficace. Protesterebbe gente, ma non come unità coerente e duratura.
L’integrazione è profonda e circolare. Il nero non solo atomizza economicamente. Fornisce anche argomento culturale per dire “non è colpa della politica, è responsabilità personale fare nero per sopravvivere”. Questo rinforza l’inibizione morale: se il problema è personale (io non guadagno abbastanza, io devo arrangiarmi da solo), allora protestare è moralmente ingiustificato (riguarda solo me, non è un problema collettivo). Simmetricamente, l’assenza di canali rinforza il nero: se non esiste una struttura sindacale dove andare, allora la sola soluzione possibile è quella individuale, il nero. E l’inibizione culturale rinforza entrambe: rende il nero pratica “moralmente comprensibile” (arrangiamento necessario per vivere, non slealtà) e rende la sincronizzazione collettiva cosa “moralmente problematica” (conflitto, danno, violenza potenziale). Sono tre leve dello stesso ascensore. Puoi tirarne una, ma le altre tre ti ricacciano in basso.
Questo spiega il paradosso ambientale italiano. Il clima mobilita persone in altri paesi quando raggiunge livelli di danno simile. L’Italia ha esattamente gli stessi danni: alluvioni che uccidono (17 morti maggio 2023), incendi che distruggono (57mila ettari Sicilia 2023), acqua razionata. Ma il danno non si traduce in azione coordinata. Spiega anche perché 79.450 giovani non protestano per restare in Italia e cambiare il sistema, ma fuggono via EPSO verso un sistema dove il tentativo individuale è controllabile. Non è rassegnazione cieca. È razionalità pura: il sistema è strutturato per fare fallire il tentativo collettivo.
Se questi tre meccanismi NON funzionassero, vedremmo: scioperi coordinati frequenti in Italia come in Germania, movimenti climatici coordinati, giovani che rimangono e si organizzano, partecipazione politica stabile. Non vediamo niente di tutto questo. Invece vediamo il contrario: scioperi isolati, fuga di cervelli record, partecipazione politica in calo. Questo conferma che i tre meccanismi funzionano.
Cosa potrebbe rompere il sistema?
Tre scenari sono teoricamente possibili, verificabili, documentabili. Lo scenario A è un collasso economico severo: il nero non regge più (perdita di valore accelerata), la pressione economica diventa visibile e non più negabile, la gente scopre di non avere soluzioni individuali. Il coordinamento potrebbe iniziare. Non per idealismo, ma per disperazione concreta. È quello che è accaduto in Argentina nel 2001: quando l’economia collassa, il nero sparisce (non c’è valore da guadagnare), e la gente è costretta a coordinarsi per sopravvivere fisicamente.
Lo scenario B è generazionale: una generazione nuova senza eredità cattolica profonda (se la scuola smette di trasmettere la deferenza all’autorità, se il trauma degli anni di piombo non viene passato di padre in figlio), potrebbe tentare anche se il learned helplessness continuasse a frenare gli adulti. Il tentativo potrebbe essere contagioso per altre generazioni. È quello che sta accadendo in Spagna dove movimenti giovanili come Indignados hanno riattivato la memoria di protesta.
Lo scenario C è politico: il ceto medio perde privilegi comunque (il sistema crolla per cause esterne), il blocco della resistenza passiva crollerebbe, potrebbe esserci apertura al cambiamento strutturale. È teoricamente possibile se uno shock geopolitico o un cambiamento europeo destabilizzasse la classe media che attualmente beneficia dello status quo fragile.
Nessuno di questi scenari è in atto adesso. I tre meccanismi continuano a funzionare in parallelo, mantenendo il sistema in equilibrio instabile. Ma sono gli unici modi teoricamente verificabili in cui il ciclo può rompersi. Finché persistono nella forma attuale: stagnazione è garantita. Finché il nero scarica pressione, i sindacati rimangono frammentati, la cultura resta cattolica e traumatizzata: niente cambia in profondità.
Conclusione: il paradosso climatico è sintomo, non malattia
La crisi climatica non mobilita l’Italia non perché il clima non interessa. È che l’Italia ha perso la capacità di ribellarsi SU QUALSIASI COSA. Vale per il clima, vale per i salari che crollano, vale per i giovani che fuggono, vale per la corruzione strutturale. Il meccanismo è lo stesso in ogni caso. L’economia informale atomizza. L’assenza di canali blocca il coordinamento. L’inibizione culturale rende la protesta moralmente problematica. Insieme: sistema blindato contro il cambiamento.
Quello che ho trovato scavando questo sistema non è opinione vaga su depressione italiana. Non è sociologia impressionistica. È sistema verificabile empiricamente attraverso dati pubblici. La composizione di EPSO (79.450 italiani, il 45% del totale europeo, il numero più alto per qualsiasi nazione) non è impressione, è dato EPSO ufficiale. La percentuale di italiani che credono che le loro voci non contino (70%) non è sensazione, è dato Eurobarometro 2024. Il conteggio degli articoli su alluvioni e incendi non è interpretazione, è notizia verificabile. L’economia informale al 10,2% del PIL non è stima generica, è calcolo ISTAT 2023.
Conosci i problemi (17 morti in alluvioni, 57 mila ettari bruciati, acqua razionata). Conosci anche le soluzioni possibili (infrastrutture, investimenti, prevenzione). Ma il sistema ha costruito barriere che rendono il cambiamento razionalmente impossibile dal punto di vista di chi deve rischiare per primo. Finché questi tre meccanismi funzionano, l’Italia rimane paralizzata. E tutti e tre funzionano adesso.
La domanda non è più “perché gli italiani non si ribellano al clima?” La domanda è: “cosa deve accadere perché uno di questi tre meccanismi si rompa?” Quella è la domanda vera. Perché finché la domanda rimane “perché non ci ribelliamo?”, la risposta è sempre la stessa: il sistema ha imparato a scaricare la pressione prima che diventi ribellione.



Add a Comment