Un mondo plastificato

Un mondo plastificato

di Alberto arcà

La plastica, tanto utile quanto nociva, rappresenta forse l’espressione più evidente delle problematiche climatiche relative alla sfera dei consumi. La sua versatilità, la sua dinamicità, la sua “plasticità” hanno reso questo materiale un elemento indispensabile della nostra vita quotidiana. Attualmente, nonostante la plastica sia la seconda maggiore fonte di emissioni di gas serra, la produzione di questo materiale non cessa e  anzi continua ad aumentare. Ormai “dipendenti” della sua comodità, siamo miopi (o forse incoscienti) di fronte alle conseguenze ambientali di questo materiale. Secondo le Nazioni Unite, stiamo lentamente annegando il nostro pianeta in un mare di plastica (“drowning in plastic pollution”). Ma come siamo arrivati a tutto ciò?

Breve storia della plastica

La storia della plastica comincia tra il 1861 e il 1862, quando il britannico Alexander Parks brevettò il primo materiale semisintetico. Nonostante ciò, la plastica riscosse successo solo nei primi anni del 900’, attraverso diverse scoperte (e.g. Bakelite, Polivinilcloruro, Cellophane) che ne fecero un prodotto industriale diffuso ed utilizzato su larga scala. Durante tutto il resto del secolo, la plastica diventò gradualmente un elemento presente in tutti i settori della società: dall’industria all’arte, dagli elettrodomestici alla moda. Invenzioni come il nylon (Carothers – 1935), il polietilene tereftalato (PET) (Whinfield and Dickinson – 1941) vengono usati oggi per una miriade di prodotti, come ad esempio le normali bottiglie per bevande. 

In meno di un secolo, la plastica divenne un elemento fondante dello ‘stile di vita moderno’, ruolo centrale che interpreta tutt’ora. Grazie alla sua  polifunzionalità, anche nell’ambito delle applicazioni tecnologiche , la plastica ha letteralmente colonizzato ogni settore produttivo. Dal tessile agli alimentari, oggi contiamo una produzione totale di plastica pari a 310 milioni di tonnellate, rispetto ai 15 milioni del 1964. Dagli anni 2000, la nostra produzione di materie plastiche è aumentata vertiginosamente rispetto ai 40 anni precedenti, così come i rifiuti relativi ad essa. I ricercatori dichiarano che dagli anni ’50 abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, dei quali il 9% è stato riciclato, il 12% incenerito e il 79% accumulato in discariche o rilasciato nell’ambiente. Secondo gli scienziati, se continuiamo a produrre con gli stessi ritmi di oggi, entro il 2050 nei nostri oceani ci sarà più plastica che pesci. Quando pensiamo alla plastica, ci vengono subito in mente l’inquinamento marittimo, microplastiche; ma qual è esattamente la connessione tra plastica e cambiamento climatico?  

Plastica e cambiamento climatico

Purtroppo per noi, il 99% della plastica è generata da prodotti chimici derivanti dal petrolio, gas naturale e carbone, tutte risorse “sporche” e non rinnovabili. Le previsioni per il futuro indicano che entro il 2050 l’industria della plastica sarà responsabile del 20% del consumo mondiale di petrolio. Non è solo la produzione, bensì tutto il ciclo vitale della plastica che contribuisce al cambiamento climatico, attraverso un aumento delle emissioni di CO2. Il Centro di Legge Ambientale Internazionale (Centre for International Environmental Law), in un suo Report del 2019, è stato capace di stimare l’impronta ecologica (carbon footprint) della plastica dalla sua nascita alla fine (“from the cradle to the grave”). La seguente immagine mostra la previsione del Centro riguardo l’incremento di emissioni annuali di CO2 proveniente dal ciclo (lifecycle) della plastica. 

Il Centro ha così stabilito che la proliferazione di materie plastiche rappresenta una seria minaccia non solo per l’ambiente, ma anche per la nostra salute. Inoltre, il Report ha dichiarato che l’attuale economia plastica (plastic economy) è fondamentalmente inconsistente con l’Accordo di Parigi che mira a ridurre le emissioni al livello planetario. 

Sempre secondo il Centro, un altro dato preoccupante è che nonostante sia largamente riconosciuta, la vera portata dei rischi climatici relativi alla plastica non è quantificata né documentata. A tal proposito, i rischi di questa “ignoranza sistemica” sono specialmente evidenti per quanto riguarda l’impatto della plastica sulla capacità degli oceani di agire come depositi di carbonio. Ogni anno il 93% degli oltre 300 milioni tonnellate di rifiuti di plastica prodotti finisce nelle discariche e negli oceani. Questi rifiuti, decomponendosi, si trasformano in petro-polimeri sempre piú piccoli e tossici: le“microplastiche”. Quest’ultime sono state trovate nel plankton, che non soltanto costituisce la base della catena alimentare oceanica, ma provvede al più importante meccanismo per assorbire carbonio nell’atmosfera. Perciò, la contaminazione plastica dello zooplankton nell’oceano Nord-Atlantico, Nord-Pacifico, Indiano e il Mar Cinese inevitabilmente condizionerà la capacità degli oceani di assorbire carbonio, e pertanto, le conseguenze climatiche saranno disastrose. 

Non solo cambiamento climatico: l’impatto ambientale della plastica

Ma i danni dovuti alla plastica vanno ben oltre quelli legati alle emissioni. Pensiamo alle “microplastiche”, che uccidono ogni anno più di 100mila mammiferi marini, oltre a milioni di uccelli e pesci. A causa delle correnti, le acque tra la California e le isole Hawaii sono oggi la principale zona di accumulo di plastica oceanica, chiamata GPGP (Great Pacific Garbage Patch: il Grande Ingorgo di Plastica del Pacifico). Ottantamila tonnellate di materiale galleggiante hanno dato vita a un’isola di rifiuti pari a 3 volte la superficie della Francia. 

Altro discorso è quello legato alla persistenza nel tempo della plastica: una volta gettata via il suo processo di degradazione può durare dai 20 ai 450 anni. In particolare, la proliferazione di “plastica monouso”, meglio conosciuta come “usa-e-getta”, sta contemporaneamente accelerando il cambiamento climatico e contribuendo all’inquinamento dei nostri mari. Secondo i dati delle Nazioni Unite, un milione di bottiglie di plastica vengono acquistate ogni minuto, mentre oltre 5 trilioni di buste di plastica monouso vengono utilizzati annualmente.

Ancora più preoccupante, è la facilità con cui noi ci dimentichiamo della plastica che utilizziamo e gettiamo via giornalmente. Ciò è dovuto principalmente alla distanza tra noi e le tonnellate di rifiuti plastici, che vengono esportati in paesi in via di sviluppo (es. Vietnam, Etiopia). . Viviamo in un mondo globalizzato, ma spesso senza regolamentazioni globali. Per il caso della plastica, questo si traduce in vere e proprie “odissee di rifiuti plastici” verso Nazioni che sono scarsamente regolate, con conseguenze devastanti per la salute e l’ambiente di chi ci vive. Adesso, la vera domanda è: come fermare questa epidemia plastica?

Come combattere questa “invasione” di plastica?

Di fronte al costante aumento della produzione e dei rifiuti di plastica (principalmente negli oceani e nei mari), di fronte ai catastrofici danni che ne conseguono, la Commissione Europea ha proposto nuove norme per i 10 prodotti che insieme rappresentano il 70% dei rifiuti marini in Europa. Queste norme, condensate nella “Direttiva sulla plastica monouso”, sono state approvate dal Parlamento Europeo il 27 Marzo 2019. Entro i prossimi due anni, ogni stato membro è obbligato a tradurre le indicazioni della Direttive in nuove regolamentazioni nazionali, assegnando maggiori responsabilità ai produttori e istituendo nuovi obiettivi di riciclaggio.

Le seguenti misure saranno applicate entro il 2021 in tutti gli Stati dell’Unione Europea. Innanzitutto, sarà stabilito un divieto di commercializzare determinati prodotti di plastica (bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, mescolatori e contenitori per bevande, etc.) insieme ad una riduzione del consumo di contenitori per alimenti e tazze per bevande in plastica. Per quanto riguarda i produttori, essi saranno  obbligati a coprire i costi di gestione e bonifica di rifiuti così come i costi delle misure di sensibilizzazione per determinati prodotti (contenitori e involucri per alimenti, bevande, prodotti del tabacco, palloncini, salviette umidificate, etc.). Inoltre, l’etichettatura dei prodotti dovrà essere chiara e standardizzata che indica il loro impatto ambientale e come devono essere smaltiti. A proposito degli obiettivi di raccolta, entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande. 

 Adesso solo il tempo potrà mostrarci se questa nuova legislazione sortirà gli effetti desiderati. Nel frattempo, il progresso tecnologico offre un supporto a questi cambiamenti: le bioplastiche, prodotte parzialmente o totalmente a partire da materiali naturali (come gli scarti alimentari), puntano a rimpiazzare la plastica “tradizionale” in molte delle applicazioni di cui si occupa la direttiva.
Oggi questi materiali rappresentano ancora solo il 3% della plastica totale prodotta mondialmente, ma il settore è in continua espansione.  Nel frattempo, dobbiamo ricordarci che la responsabilità di, così come la soluzione a, questa “pandemia plastica” è anche nelle nostre mani: infatti, siamo noi a decidere come investire le nostre risorse economiche, e siamo noi a decidere cosa ci sarà sulle mensole dei supermercati, così come quello che andrà a finire nei nostri mari.

Photo by Jasmin Sessler

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