Il nostro amore tossico per la natura selvaggia
Illustrazioni di Giulia Boiani
Nonostante siano ormai il simbolo di smog e cemento, le città ospitano una grande biodiversità animale e vegetale, incluse specie a rischio e rare. Delfini a Cagliari e Trieste, lupi a Otranto, nutrie e rospi per Milano, e caprioli vicino a Bologna. Come ricordano alcune foto risalenti alla pandemia, le città italiane sono abitate da una fauna e una flora che solitamente rimangono invisibili e trascurate nella giungla urbana. Riconoscerle e ridar loro spazio potrebbe non soltanto aiutarci ad accelerare la transizione ecologica, ma anche a riconnetterci con la natura. Come? Cambiando come questa viene vista e vissuta da chi abita in città.
La mancanza di verde urbano è infatti dovuta, almeno in parte, a una visione distorta e tossica di che cos’è la natura e di come debba apparire, sia fuori che dentro le mura cittadine. Con i secoli, case ed edifici hanno progressivamente sostituito fauna e flora, contribuendo allo sviluppo di un’idea di natura urbana come semplice opzione decorativa. Parchi, alberi e verde urbani sono diventati un plus, una natura non “vera” e “selvaggia”, ma bensì artificiale, di serie B e, quindi, trascurabile.
Per risanare questo rapporto con la natura e riappropriarci di una sua definizione meno tossica, bisogna innanzitutto capire perché l’uomo si sia progressivamente distaccato dal verde e quando si sia questa fondamentale contrapposizione tra natura “urbana” e “selvaggia”.
L’evoluzione del rapporto uomo-natura e il ruolo dell’urbanizzazione
Le attività e gli insediamenti umani non si sono sempre espansi a scapito della natura. Per millenni, l’essere umano si è sentito un tutt’uno con il resto del mondo naturale, coltivando una cultura e un rapporto di rispetto, reciprocità e convivenza con il resto degli esseri viventi. In tutto questo, le città non facevano eccezione, ma anzi emergevano come una costellazione di centri vitali all’interno del sistema uomo-natura. Come riporta Emanuela Evangelista nel libro Amazzonia. Una vita nel cuore della foresta, le città sono state protagoniste anche in luoghi considerati tutt’oggi relativamente incontaminati dall’uomo. Un esempio è la foresta amazzonica, dove sono stati ritrovati resti di centri urbani risalenti anche a 1500 anni fa, molto prima dell’arrivo degli europei.
Con l’arrivo della Rivoluzione Industriale e l’esponenziale crescita demografica e urbana che ne seguì, piante e animali furono progressivamente allontanati dallo scenario urbano in nome dello sviluppo economico, il che contribuì al processo con cui l’essere umano finì per autoescludersi ed elevarsi al di sopra del mondo naturale. Da una parte, la visione di natura diventò sinonimo di tutto ciò che esiste a prescindere dal tempo e dall’uomo, che richiama il selvaggio, l’incontaminato e il verde. Dall’altra parte, l’umano fece suo tutto ciò che è artificiale, ingegneristico e impregnato di storia e cultura, quando in realtà ogni attività umana è inestricabilmente connessa all’ambiente e alla natura, anche nelle città più grigie.
La rottura definitiva delle cittá con il selvaggio
Secondo William Cronon, uno dei principali storici dell’ambiente, la rottura definitiva tra le città e la natura selvaggia e incontaminata avvenne negli Stati Uniti verso la fine dell’800, in un’epoca segnata dal fascino per il “sublime” e il mito della frontiera, ovvero dell’avanzata dei coloni europei in territorio nordamericano. La natura incontaminata dei cowboy divenne simbolo dell’individualismo e della vita di un tempo, tanto desiderati da chi viveva in centri sempre più industrializzati e inquinati. Di fronte a una perdita del verde urbano, la natura selvaggia e incontaminata venne sacralizzata e innalzata a simbolo di un mondo ormai scomparso.
Questa concezione di natura selvaggia e incontaminata ha radicalmente cambiato il rapporto che le persone in Occidente hanno con il mondo naturale. Mentre il verde urbano veniva trascurato ed eliminato dalle città, l’accesso alla natura “vera” e selvaggia divenne sempre più un privilegio e il passatempo preferito delle élite urbane. Il turismo che si sviluppò dalle città verso le aree rurali generò in Nord America numerosi paradossi, come l’esclusione delle popolazioni indigene dai loro territori per creare riserve naturali frequentate dalle stesse élite urbane.
L’idea di natura selvaggia ha anche profondamente influenzato i movimenti ambientalisti moderni, in modo negativo. La “natura incontaminata” è diventata sinonimo di rifugio dalla corruzione del mondo moderno e dall’artificialità della vita urbana, un luogo dove trovare sollievo da un mondo ormai troppo inquinato nei valori e nei polmoni.
Ma qui sta il problema: se concepiamo la natura come “vera” solo nella misura in cui è incontaminata dalla presenza umana, allora, per definizione, l’essere umano non può offrire alcuna soluzione alla crisi climatica e ambientale. È per questo che William Cronon invita a diffidare di qualsiasi definizione di natura che escluda la presenza umana e a superare la visione dualistica che separa il naturale dall’umano. Per accelerare la transizione ecologica dovremmo tutti e tutte prenderci cura non solo degli ecosistemi più remoti, ma del verde lungo l’intero continuum natura–città: dalla campagna al centro urbano, dalle periferie fino alle distese di montagne e oceani.
Come riportare la natura in città, e non la gente alla natura
Forse queste riflessioni sulla presunta dicotomia tra natura urbana e selvaggia possono sembrare un discorso puramente filosofico e astratto senza alcune implicazioni reali. Eppure, riconoscendo che alberi ed ecosistemi urbani sono parte integrante della “natura” tanto quanto quelli di montagna, campagna, eccetera, cittadini e cittadine svilupperebbero una consapevolezza ambientale maggiore delle proprie azioni individuali e collettive. Ciò non si tradurrebbe soltanto in comportamenti più rispettosi e attenti verso il verde e gli animali di città, ma anche in una maggiore insistenza, urgenza e forza politica nell’esigere più spazi verdi e protezione della natura urbana.
Alcuni esempi di come le comunità locali possono reintegrare la natura nel paesaggio urbano sono quelli di Urbem a Lisbona, o dello sfalcio ridotto a Milano. Il progetto Urbem mira a riconnettere le persone alla natura e tra di loro, attraverso iniziative collettive di piantumazione di mini foreste, chiamate “FastForests®”, nei terreni inoccupati di Lisbona. Dal punto di vista delle politiche comunali, un altro esempio è quello del Comune di Milano e dello sfalcio ridotto. In pratica, lasciando crescere l’erba in alcune aree invece di sfalciarla frequentemente, il comune intende aumentare la biodiversità animale e vegetale urbana, proteggendo e ampliando l’habitat naturale di molti insetti impollinatori, uccelli e piccoli mammiferi.
Con questo tipo di pratiche accessibili e a basso costo, i benefici per le città sono moltissimi: non solo il verde e la fauna urbana possono migliorare, ad esempio, la qualità dell’aria e del suolo, ma anche riavvicinare cittadini e cittadine alla natura, riabituandoli a convivere con altri esseri viventi e il “selvaggio” nel cuore delle città.



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