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Il negazionismo climatico: cos’è e com’è oggi

Il negazionismo climatico: cos’è e com’è oggi

Esiste ancora chi nega che il clima stia cambiando? Grazie all’affinamento delle tecniche di comunicazione, possiamo dire che oggi siamo al cospetto di una nuova era del negazionismo climatico.

di Sara Chinaglia 

Quando è nato il negazionismo climatico?

Per capire quando è nato il negazionismo climatico dobbiamo fare un tuffo nel passato e oltreoceano, negli Stati Uniti degli anni ’60, quando i primi studi fecero emergere preoccupazioni su quello che veniva chiamato “effetto serra” e sulle conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto sulle calotte polari qualora non fosse stato fermato in tempo.

 

Successivamente, molte compagnie petrolifere cominciarono a condurre ricerche interne a tal proposito, senza mai pubblicarle o renderle accessibili al pubblico. Recenti studi hanno infatti fatto emergere che gli scienziati impiegati alla Exxon dimostrarono, già nel 1977, che effettivamente esisteva un legame tra i combustibili fossili e l’aumento di Co2 in atmosfera. Siccome i risultati delle ricerche non sono mai stati pubblicati e, anzi, sono sempre stati tenuti nascosti, si può dire che questa sia stata la scintilla che fece nascere il negazionismo climatico.

 

L’esistenza di un effetto serra di origine antropica venne poi confermata da sempre più studiosi, arrivando anche alle orecchie della popolazione che cominciò, giustamente, a preoccuparsi e a chiedere a gran voce una soluzione. Le aziende inquinanti, responsabili dell’aumento dei gas serra in atmosfera, iniziarono dunque a chiedersi come fare a continuare a macinare profitti indisturbate. Fu così che crearono la Global Climate Coalition, un gruppo di lobby attivo formalmente dal 1989 al 2001, che cercò di assumere figure competenti in grado di trovare una soluzione per poter continuare ad emettere indisturbate.

 

Questa arrivò da E. Bruce Harrison, esperto in public relations, che si può dire essere il padre del negazionismo climatico. La sua strategia consisteva nel “reframing the issue”, ossia “riformulare la questione”. Egli trasformò l’effetto serra non più un fatto grave e reale, ma in un’eventualità incerta tanto quanto le sue conseguenze. Ciò bastò per mandare letteralmente in tilt l’opinione pubblica, che in un battito di ciglia si riempì di teorie complottiste, di studiosi che rifiutavano l’esistenza dell’effetto serra e di scienziati corrotti che partecipavano a programmi televisivi per fare “propaganda negazionista”.

 

Che fine ha fatto il negazionismo climatico?

Fortunatamente, l’avanzamento della conoscenza scientifica ha fatto sì che oggi l’esistenza del cambiamento climatico di origine antropica sia accolta pressoché all’unanimità dalla comunità scientifica. Uno studio pubblicato nel 2021, infatti, ha analizzato più di 88 mila articoli scientifici dimostrando che il 99% degli scienziati e delle scienziate concorda che il cambiamento climatico esiste e sia stato causato dalle attività umane (e in particolare, ad esempio, dalla combustione delle fonti fossili, promossa e portata avanti da aziende altamente inquinanti come Exxon).

 

Ciò nonostante, un report della Yale University mostra che esiste ancora una consistente parte di popolazione mondiale che ritiene che il cambiamento climatico non stia accadendo, non sia causato dall’uomo e che, più in generale, non sia una priorità. La maggior parte di queste persone provengono da Paesi altamente vulnerabili alle conseguenze del cambiamento climatico, come Yemen, Bangladesh, Cambogia, Laos e Haiti. In Indonesia, ad esempio, solo il 18% della popolazione intervistata ritiene che il cambiamento climatico sia causato dall’uomo.

 

Questo risultato non ci dovrebbe cogliere di sorpresa, poiché non è altro che il risultato di anni e anni in cui sono stati dati spazio e voce al negazionismo climatico. Alla luce dell’attuale (quasi) unanimità della comunità scientifica nel considerare il cambiamento climatico di origine antropica, il negazionismo climatico ha, quindi, dovuto cambiare veste e passare dall’essere sfacciato e palese, a essere ormai sostituito da una più sofisticata versione composta da strategie comunicative. Quali sono?

 

Deviare il discorso

Gli studiosi del cambiamento climatico hanno già dimostrato che le strategie per combatterlo, riassunte nei termini “mitigazione” e “adattamento”, dipendono da concrete riforme politiche. Deviare il discorso verso ciò che dovrebbero fare gli individui deresponsabilizzando, invece, il ruolo della politica è una delle strategie per portare avanti il negazionismo climatico. Ne abbiamo visto un chiaro esempio nelle notizie circolate durante l’estrema siccità che ha colpito l’Italia nell’estate 2022, costellata di spaventose immagini di un fiume Po quasi completamente secco. Il dibattito che ne è emerso ha visto spostare la responsabilità in capo agli individui, con veri e propri manuali di consigli ai singoli cittadini invitandoli a docce meno lunghe, a prediligere una dieta a base vegetale, a non lavare le proprie vetture, etc.

 

Divisone

Un’altra strategia consiste nel creare attrito tra attivisti e popolazione. Un esempio molto recente riguarda il dibattito sorto a seguito delle manifestazioni degli attivisti ambientali che hanno “imbrattato” importanti opere d’arte. Il dibattito che ne è emerso, molto polarizzato, ha infuocato l’opinione pubblica,che ha cominciato a discutere e prendere le parti, dividendosi tra chi riteneva giuste queste proteste e chi invece le riteneva eccessive. Tutto questo non ha fatto che distrarre, ancora una volta, la popolazione dal capire chi sono i veri responsabili del cambiamento climatico e chi dovrebbe costruire delle concrete politiche ambientali.

 

Doomismo climatico

In questa strategia fa capolino la parola inglese “doom” (condanna) e raccoglie tutte quelle azioni e modalità comunicative volte a far credere che ormai sia troppo tardi per agire. Questa strategia non fa che diffondere un senso di impotenza e di “ansia climatica”, portando molti a rinunciare a lottare e a chiedere politiche più concrete.

 

Ritardare

Completamente opposta alla strategia precedente, questa consiste nel rassicurare i più preoccupati, sostenendo che il cambiamento climatico è sempre accaduto, che è tutto sotto controllo, che le conseguenze non sono poi così gravi e che, soprattutto, c’è tempo per agire. Questa strategia ha consentito di accettare e considerare rassicuranti e sufficienti i piani a lungo termine di riduzione delle emissioni di gas climalteranti promossi da numerose aziende (soprattutto petrolifere) e stati (quando in realtà sono giudicati lontanissimi dalla risoluzione della crisi climatica).

 

Con quali modalità si portano avanti queste strategie comunicative?

Per portare avanti queste strategie sono necessarie delle tattiche che servono a screditare la ricerca scientifica. Queste possono essere riassunte nell’acronimo FLICC, coniato da John Cook, dottore in computer science e creatore del videogioco “Cranky Uncle” pensato per insegnare le tattiche di negazionismo climatico.

Fake experts (falsi esperti): consiste nell’utilizzare una persona o un’istituzione non qualificata come fonte attendibile. Un esempio è quello della lettera di 1200 scienziati e scienziate che negano l’esistenza del cambiamento climatico. Nessuno (o quasi) tra loro, però, è competente in climatologia.

Logical fallacies (errori logici): si basa sul portare avanti argomentazioni che non seguono il filo logico del discorso, come uno dei manifesti più noti del negazionismo climatico: “il clima sta cambiando perché è sempre cambiato”.

Impossible expectations (aspettative irrealizzabili): consiste nel richiedere alla scienza delle prove inverosimili al fine di screditarla. Un esempio è un’altra affermazione tipica dei negazionisti climatici: “com’è possibile prevedere gli effetti del riscaldamento globale se non si può prevedere con certezza nemmeno il meteo della prossima settimana?”. Questo fa anche leva sulla scarsa conoscenza della popolazione sulle differenze tra meteo e clima.

Cherry picking: con questo termine, letteralmente “selezionare le ciliegie” si allude all’attività con cui si raccolgono attentamente le notizie necessarie a supportare una certa teoria (come se fossero le “ciliegie migliori”) ignorando tutte le altre. Possiamo considerare cherry picking sostenere che il riscaldamento globale non esiste perché un dato periodo è particolarmente freddo

Conspiracy theories (teorie del complotto): con questa strategia vengono create teorie “assurde” che vedono il cambiamento climatico come frutto di un piano malvagio. Un ottimo esempio di personaggio pubblico che ha utilizzato questa tecnica per portare avanti teorie negazioniste è l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Conclusioni

Il negazionismo climatico porta con sé molte conseguenze più complesse della semplice inazione climatica. Tra queste c’è la diffusione della consapevolezza che la scienza non è un’entità incorruttibile (lo fosse mai stata) ed estranea a giochi di potere, ma di fatto si dimostra, a volte, incline alle corruzioni e manomissioni da parte di forze economiche più grandi (spesso coincidenti con specifiche lobby).

 

In un momento storico come quello attuale, in cui mai come ora la scienza è fondamentale e la “scienza spazzatura” circola pericolosamente con sempre maggiore facilità, l’incrinarsi della fiducia nei confronti della comunità scientifica da parte della popolazione non può che portare a risultati catastrofici. L’unica, grande responsabilità dell’individuo, oggi, deve consistere nel cercare di essere sempre vigile e non lasciare che tali manipolazioni costituiscano una distrazione o un rallentamento nel chiedere una vera lotta all’emergenza climatica.

 

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