Per una giustizia climatica intersezionale
Illustrazioni di Martina Spinelli
Il rovescio della medaglia: ingiustizia climatica
Giustizia climatica: un concetto di cui leggiamo e sentiamo parlare sempre più spesso, anche qui in Italia. Ma, come per ogni concetto, per poter scrivere di giustizia climatica è necessario innanzitutto definirne il significato – almeno per i confini di quest’articolo. Proponiamo due definizioni.
Cosa significa “giustizia climatica”? La prima risposta è piú informale, di pancia. La giustizia climatica parla di geografie e corpi, di età e identità e si definisce in funzione dell’ingiustiza climatica. Emerge ogni volta che una differenza – di luogo, tempo, persona, genera una situazione ineguale nel vivere gli effetti del cambiamento climatico. Oppure quando la crisi climatica aggrava disuguaglianze già esistenti.
Un clima ingiusto è quello in cui le persone già vulnerabili, marginalizzate o discriminate sono colpite più violentemente dagli effetti del cambiamento climatico. Parliamo di persone non bianche, non uomini cisgender, non abili, non ricche, non cittadine — e così via.

La seconda definizione vuole essere, per forza di cose, più istituzionale. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), definisce la giustizia climatica come “porre l’equità e i diritti umani al centro del processo decisionale e dell’azione sui cambiamenti climatici” ricordando “l’ineguale responsabilità storica” di fronte alla crisi climatica. Anche per le Nazioni Unite, il concetto di giustizia climatica emerge perché persiste un’ingiustizia climatica che ha visto alcune persone, industrie, Paesi arricchirsi emettendo gas serra, mentre la maggioranza – spesso più vulnerabile – continua a pagarne le conseguenze.
Per raggiungere effettivamente uno stato di giustizia climatica, è necessario affrontare e superare disuguaglianze strutturali legate alla razializzazone degli individui, la nazionalità, il genere, lo status socioeconomico, la disabilità, così come quelle tra Paesi e quelle intergenerazionali – fra chi ha fomentato la crisi e chi ne eredita il peso. La giustizia climatica ha necessariamente una natura intersezionale.
Appunti da una giustizia climatica intersezionale
Su Duegradi, molto di ciò che scriviamo si lega alla giustizia climatica.
Abbiamo discusso di vulnerabilità climatica come costrutto sociale, per cui le persone appartenenti alle classi più svantaggiate risultano più vulnerabili ai rischi climatici, sia perché più esposte, vivendo in aree meno sicure, sia perché hanno minori risorse per adattarsi, per via di povertà, esclusione sociale e scarso accesso a misure di prevenzione.
Basti pensare che, secondo l’Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito la propria quota del budget annuale di carbonio — ovvero la quantità di CO₂ che può essere emessa senza superare il limite di 1,5°C di riscaldamento globale — nei soli primi dieci giorni del 2025. Sempre secondo Oxfam, nel 2019 questo stesso 1% ha generato quasi il 16% delle emissioni globali di CO₂, più del doppio rispetto al 50% più povero della popolazione mondiale: 77 milioni di persone contro 3,9 miliardi.
Ben diverso è il caso delle comunità indigene, che pur rappresentando solo il 5% della popolazione mondiale, proteggono l’80% della biodiversità del pianeta. Questi gruppi mantengono un legame profondo con l’ambiente in cui vivono, non solo per la loro sussistenza ma anche per la cultura, la spiritualità e le conoscenze ancestrali. Proprio per questo, sono anche tra i più esposti e vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici.
In un articolo su duegradi, abbiamo parlato di come le donne sono particolarmente esposte e vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici. Questo perché dipendono in larga misura dalle risorse naturali – minacciate dall’aumento delle temperature e dai disastri ambientali – e hanno un accesso limitato a beni e servizi, inclusi quelli legati alla prevenzione e alla resilienza climatica. Inoltre, sono i principali responsabili del lavoro di cura, che si intensifica in situazioni di crisi, come anche gli episodi di violenza di genere.
Un parallelo significativo può essere tracciato con le persone con disabilità. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) sottolinea come questa popolazione — circa un miliardo di persone a livello globale — sia spesso tra le più colpite in caso di emergenze. I tassi di mortalità risultano sproporzionatamente più alti, mentre l’accesso al sostegno d’emergenza è minore. Sia in condizioni di eventi climatici estremi o di cambiamenti lenti ma profondi, l’accesso a beni e servizi fondamentali diventa molto più difficile per le persone con disabilità, dal cibo all’acqua, dall’istruzione e formazione a un alloggio adeguato e un lavoro dignitoso.
Anche le persone anziane sono un nodo nel filo rosso che si dipana fra i gruppi colpiti in modo ingiusto dalla crisi climatica. Sempre l’OHCHR sottolinea che le morti legate alle ondate di calore e al freddo estremo si concentrano soprattutto nella fascia d’età over 65. In Francia, ad esempio, durante l’ondata di calore del 2003, l’80% dei decessi in eccesso è stato fra chi aveva più di 75 anni. Inoltre, durante le emergenze climatiche, possono essere più esposte anche a rischi indiretti come violenze, sfruttamento, e abusi.
Tuttavia, la questione intergenerazionale ha due facce. In un presente e futuro di temperature in aumento e di progressiva scarsità delle risorse naturali, sono le persone giovani e le generazioni future a dover affrontare le conseguenze più durature della crisi climatica: ecco che le responsabilità delle generazioni precedenti ricadono su quelle future.
E se il Sud globale, in particolare le comunità che su più fronti si allontano dal centro del potere, per reddito e identità per esempio, vive in prima persona gli effetti della crisi climatica, in Europa le minoranze sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici: le comunità Rom, gli indigeni Sámi nel Nord Europa, i rifugiati.
Quando in Europa si parla di “transizione giusta”, si parla di giustizia climatica. È possibile immaginare un futuro climaticamente neutro per l’Unione Europea se i materiali necessari per l’elettrificazione dei trasporti e dell’industria vengono estratti in condizioni che violano i diritti umani? Se chi oggi lavora nel settore del carbone, come in Polonia e Romania, rischia di perdere il proprio impiego e mezzi di sussistenza nella transizione energetica senza che gliene vengano offerti di nuovi? Se, per raggiungere emissioni zero a livello interno, si finisce per “esportare” le emissioni all’estero — ad esempio attraverso la deforestazione legata all’allevamento intensivo nei Paesi terzi?
Una giustizia climatica giusta dovrebbe tenere insieme tutti i pezzi, tutte le intersezioni. Ma ad oggi non è cosí.
Le voci
Dare centralità alla giustizia climatica intersezionale nel discorso sul clima significa anche far risuonare le voci di chi la rappresenta Questo articolo prova a farlo, raccogliendo le testimonianze di alcune di queste voci, raccolte allo European Youth Event 2025 a Strasburgo.
Clara Tomé: una voce femminile
Clara Tomé è un’esperta legale ambientale, attivista per la giustizia climatica, e ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima. Con lei abbiamo riflettuto su come rendere concreta la giustizia climatica intersezionale e su quali strumenti servano per garantire che le politiche europee non riproducano disuguaglianze, ma siano invece vettori di equità e co-creazione.
Clara, cosa significa per te “giustizia climatica intersezionale”? Dal momento che l’intersezionalità può diventare una buzzword negli spazi politici, come fare in modo che diventi pratica reale e non solo retorica?
Per me, la giustizia climatica intersezionale significa riconoscere che la crisi climatica non colpisce tutte le persone allo stesso modo e che il danno ambientale è profondamente intrecciato con sistemi di oppressione come colonialismo, razzismo, patriarcato e capitalismo. Significa dare spazio alle voci e alle esperienze di chi è in prima linea — coloro che hanno contribuito meno a questa crisi climatica — in particolare le popolazioni indigene, le comunità razzializzate, le persone a basso reddito, i giovani, le persone disabili, LGBTQ+, coinvolgendole nei processi decisionali e nella definizione delle politiche climatiche.
In pratica, questo comporta innanzitutto redistribuire il potere: non basta invitare queste persone a partecipare, bisogna lasciare che siano proprio le comunità storicamente escluse dalla governance ambientale a definire l’agenda e decidere i temi che le riguardano più da vicino. Servono anche meccanismi di responsabilità per monitorare chi beneficia, chi viene danneggiato e chi paga il prezzo delle soluzioni climatiche. È per questo che sono critica verso quelle soluzioni che, pur sembrando valide sulla carta, ignorano l’impatto reale sulle persone e sulle comunità — come i progetti “green” che sfrattano popolazioni indigene o che si basano esclusivamente su approcci tecnologici o di mercato senza considerare gli impatti sociali e ambientali.
Ma soprattutto, è necessaria una riflessione continua e la disponibilità a mettere in discussione i propri privilegi e presupposti, e questo richiede umiltà, autocritica e la capacità di ascoltare altri tipi di conoscenza e visioni del mondo.
Se non sono ben progettati, infatti, politiche climatiche e strumenti giuridici possono reiterare le disuguaglianze. Come si possono rafforzare le politiche europee per supportare le comunità vulnerabili?
Per fare in modo che i quadri normativi dell’UE supportino davvero le comunità vulnerabili, è necessario passare da approcci dall’alto verso il basso a modelli basati sulla giustizia, la cura e la partecipazione reale, non solo simbolica. Questo vuol dire che le comunità in prima linea devono avere potere reale nelle decisioni, non solo essere consultate. Dobbiamo passare da politiche pensate a porte chiuse a politiche co-create con le comunità più colpite.
Le politiche climatiche europee possono diventare più eque garantendo che le comunità abbiano un reale potere decisionale, le leggi vengano valutate preventivamente per i loro impatti sulla giustizia sociale, si supportino progetti locali che restituiscono il controllo alle persone — come impianti solari o eolici di proprietà comunitaria.
Dal punto di vista legale, l’UE potrebbe anche rafforzare strumenti già esistenti come la Convenzione di Aarhus, che garantisce il diritto di accesso alle informazioni, la partecipazione alle decisioni e, soprattutto, il diritto di ricorrere ai tribunali se un progetto danneggia l’ambiente. Questo significa rendere più facile e veloce esercitare questi diritti per le comunità vulnerabili, ad esempio offrendo assistenza legale per fare causa contro fabbriche inquinanti o progetti ingiusti.
In che modo razzializzazione, genere e classe si intersecano nel diritto climatico europeo?
Profondamente. Gli impatti del cambiamento climatico e l’accesso alle risorse non sono vissuti allo stesso modo. Come detto, i gruppi emarginati affrontano rischi maggiori e hanno meno potere decisionale.
Quali strumenti legali possono affrontare possibili diseguaglianze dovute a questi fattori?
L’UE potrebbe sviluppare strumenti legali nuovi, come le valutazioni d’impatto intersezionali, che obblighino tutte le politiche climatiche a considerare come i diversi gruppi siano colpiti in modo diverso in base a razzializzazione, genere e classe. Anche migliorare l’accesso alla giustizia, rendendo più semplice ed economico per i gruppi vulnerabili impugnare decisioni o progetti dannosi in tribunale potrebbe aiutare neñ diminuire le diseguaglianze.
Quali sfide legali sorgono nell’affrontare problemi ambientali che attraversano i confini nazionali? Come può l’UE favorire soluzioni cooperative?
Quando i problemi ambientali superano i confini nazionali risolverli è difficile perché ogni paese ha leggi e procedure diverse. Serve una cooperazione che è spesso lenta e complicata.
L’UE può giocare un ruolo positivo con leggi chiare, vincolanti e ambiziose per tutti gli Stati membri, ma anche riconoscendo i Diritti della Natura come base comune giuridica, magari tramite una direttiva o regolamento. Dare diritti legali agli ecosistemi nei paesi UE creerebbe una base condivisa per proteggere ambienti transnazionali come fiumi, foreste e mari, permettendo anche alle comunità di difenderli in tribunale.
È possibile perseguire legalmente la giustizia climatica nell’UE?
Sì, perseguire legalmente la giustizia climatica nell’UE è possibile, ma nella pratica è difficile. Sebbene esistano strumenti legali e diritti sulla carta — come il diritto alla partecipazione, all’informazione e alla non discriminazione — finora, per quanto ne so, i tribunali non si sono ancora pronunciati ampiamente su casi che affrontino specificamente gli impatti differenziati del cambiamento climatico sui gruppi emarginati. Servono quindi impegni più forti, una migliore applicazione delle norme e nuovi quadri giuridici centrati su equità e inclusione.
Giacomo Zattini: una voce giovane
Giacomo Zattini è co-fondatore di Fridays4Future Italia e Ambasciatore del Patto Europeo per il Clima. Con lui abbiamo parlato dell’azione climatica in Italia, delle generazioni più anziane nell’attivismo, del rapporto tra movimenti e politica, e della necessità di un’alleanza tra giustizia ambientale e giustizia sociale.
La prima domanda che volevo farti è: come ci si può organizzare a livello di azione e attività per il clima in Italia, un Paese diviso a livello regionale e che sta vivendo un inverno demografico?
Fridays for Future nasce come un movimento di giovani, quasi in opposizione generazionale agli adulti, come a dire: “Voi ci avete tradito, ci avete rubato il futuro, avete vissuto ignorando tutto, e ora tocca a noi affrontarne le conseguenze”. All’inizio, quindi, parlavamo a chi non aveva agito – in particolare alle generazioni più anziane – con un forte senso di accusa e rimprovero.
Ma abbiamo constatato molto presto che questo approccio non funzionava, e soprattutto che non era nemmeno giusto. C’erano molte persone adulte e anziane che erano già sensibili ai temi ambientali da ben prima di noi, e che avevano condotto battaglie importanti. Persone motivate a darci una mano, spesso dietro le quinte, fornendoci supporto logistico.
Molti adulti ci hanno anche detto: “Ehi, cominciamo a stufarci di sentirci etichettati come quelli che non fanno nulla. Vogliamo combattere questa battaglia con voi”. Certo, anche all’interno dei movimenti climatici c’era una certa difficoltà di dialogo tra generazioni, anche se la causa era condivisa.
Ma il movimento è sempre stato intergenerazionale. Quello che è cambiato nel tempo è stato il messaggio: oggi è più inclusivo e mirato nell’attribuire la responsabilità a politici, grandi aziende e compagnie energetiche, che hanno negato la crisi climatica per anni.
L’Italia è sempre più anziana, ma di giovani ce ne sono ancora tanti. In Italia, ci siamo impegnati molto per raggiungerli nei luoghi in cui si trovano, come le scuole.
Anche alla luce di questo, come vedi l’attivismo climatico da parte delle persone anziane, quello che nasce da “vivo l’ingiustizia climatica anche io, come persona anziana”?
Effettivamente, una persona anziana vive alcuni sconvolgimenti climatici in modo più diretto rispetto a una giovane. Penso, ad esempio, alle ondate di calore: le persone anziane sono tra le più vulnerabili. Tuttavia, negli anni non ho visto spesso questo tipo di attivismo. Ho visto invece crescere quello di Parents for Future – che in Italia spesso sono genitori e nonni – persone spinte da un forte senso di responsabilità verso le generazioni future. In alcune città, come Forlì, è ormai più attivo Parents di Fridays.
E a livello politico e partitico, come vedi la partecipazione giovanile su questi temi? Non è facile tradurre le richieste delle piazze in un’offerta politica concreta.
Esatto, ce lo siamo detti anche all’inizio di Fridays. In Italia non siamo riusciti a ottenere quello che è successo in Germania, dove Fridays for Future ha contribuito all’elezione di molti deputati verdi alle Europee del 2019. Da noi è avvenuto con più ritardo, forse qualcosa si è visto dalle elezioni del 2022, a livello nazionale e locale.
Questa traduzione politica è arrivata tardi anche per responsabilità del movimento per il clima itlaiano. Per molto tempo, la maggioranza ha guardato con timore al rapporto con le istituzioni e abbiamo mantenuto una posizione di equidistanza da tutti i partiti, per paura di essere strumentalizzati.
Ma se vogliamo davvero un cambiamento, il nostro messaggio deve essere fatto proprio anche da chi ha il potere di trasformarlo in legge. Questo passo lo abbiamo fatto tardi, e non tutti lo hanno fatto.
Chiaro. Il mio auspicio è che l’ingresso in politica avvenga in modo rispettoso dei movimenti da cui si proviene, e soprattutto coerente con la causa. Non ha senso andare in partiti che fanno solo greenwashing o che non vogliono affrontare alla radice il problema climatico, che è anche sociale e legato alla distribuzione delle risorse e alla riduzione delle diseguaglianze. Quando parli di clima e alberi, ci si puó trovare d’accordo . Quando parli di giustizia sociale e di come fare la transizione ecologica, alcuni partiti hanno proprio interessi opposti.
In Italia, ci sono alcuni esperimenti interessanti in corso: gruppi di giovani che si stanno organizzando per coinvolgere le persone nei territori, spesso con progetti ecologisti e sociali, usando metodi nuovi. Unire le istanze verdi a quelle sociali è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno, ed è anche ciò che, almeno sulla carta, dovrebbe funzionare.
Come dici, è necessario creare un’alleanza tra istanze ecologiche e sociali. È un po’ quello che sta accadendo con GKN. Ma, in realtà, spesso le persone più colpite dalla crisi non si sentono rappresentate da chi porta avanti queste idee. Hai suggerimenti su come far funzionare davvero questa alleanza?
Torno alla politica. Serve andare fisicamente nei luoghi, parlare con le comunità rurali, con le persone, creare progetti capillari a livello nazionale, mostrando chiaramente come la crisi climatica è legata a problemi concreti, quotidiani: il salario che non basta, il raccolto distrutto da una grandinata.
Bisogna saper collegare la vita reale delle persone alla visione di un altro mondo possibile. Se ci limitiamo a puntare il dito, chiedendo di agire, modificare le abitudini perché sennó arriva qualcosa di negativo, una minaccia incombe su di noi, non funziona. Continuiamo a fumare pacchetti di sigarette con scritto sopra il “fumo uccide”.
Forse dovremmo iniziare a rispondere alla domanda “Perché vogliamo fare la transizione ecologica?” con qualcosa di positivo, che ispiri. Far visualizzare la società di cura e di aiuto che è idealmente la società in cui vorremmo vivere. Non soltanto perché non c’è più la crisi climatica ma perché è magari una società più unita, bella, giusta. E allora l’azione climatica diventa qualcosa di desiderabile.
GKN è riuscita a unire la critica al capitalismo – che distrugge i diritti di chi lavora – con la lotta contro la crisi climatica. E ha la credibilità per farlo. Quando senti parlare una persona che fino al giorno prima produceva semiasse, e oggi parla di clima, sai che può parlare anche a chi inforna il pane o lavora nove ore alla cassa di un supermercato. È un po’ una questione di avere le persone giuste che parlinodi questi temi.
E la tua definizione di giustizia climatica intersezionale?
È unire le lotte, guardare dall’alto, riconoscere i problemi a monte. Magari così si possono comprendere che le disuguaglianze globali, quelle sociali, di genere, o un conflitto come il genocidio in Palestina, sono in qualche modo legati anche alla crisi climatica. All’inizio non vedevo questi collegamenti, è stato un percorso.
Giustizia climatica intersezionale è cercare ciò che unisce tutte le lotte contro l’oppressione del più forte sul più debole – che sia una generazione, un popolo, un genere. Significa lavorare insieme, allearsi. Non può esistere che si organizzi una manifestazione contro il genocidio in Palestina, per esempio, e che chi normalmente scende in piazza per il clima non si senta coinvolto. Bisogna costruire legami tra persone che vedono le ingiustizie come ramificate e interconnesse. Sarebbe già un grande passo avanti. E, secondo me, ci stiamo arrivando.
Raoni Metuktire: una voce indigena
“Seguo i passi di mio nonno. [..] Nella mia cultura, il capo comunità parla di pace, ma viviamo in un mondo diverso; dobbiamo trovare soluzioni condivise, un compromesso, per cui condivido l’idea di lavorare insieme”.
Capo Raoni Metuktire – evento: Verso una giustizia climatica? Valutazione della transizione verde nell’UE
Nel suo intervento all’EYE2025, Raoni Metuktire, leader indigeno brasiliano, ambientalista e capo del popolo Kayapó, ha parlato della foresta amazzonica e del ruolo delle popolazioni che la abitano per proteggerla, tuttora minacciate da dinamiche di accaparramento di terra (land grabbing) dei propri territori ancestrali. Un discorso di cura, di affetto per la propria terra e la nostra Terra.
Il leader indigeno ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra diverse forme di conoscenza per la conservazione degli ecosistemi. Non si tratta solo della conoscenza ritenuta chiave in Occidente, ma anche di quella tramandata dalle popolazioni indigene.
Includere una voce eminente proveniente dalla comunità indigena è fondamentale, ma ci si deve chiedere: basta un keynote speech per garantire una reale rappresentanza nelle istituzioni e di fronte ai “leader globali”, o si rischia semplicemente il tokenismo? Questa era la domanda che avremmo voluto porre a Raoni Metuktire, ma purtroppo non è stato possibile. La questione rimane aperta a voi.
Idea e pratica
La giustizia climatica, soprattutto nella sua dimensione intersezionale, non è solo un ideale ma un approccio necessario per affrontare in modo equo la crisi ambientale. Come ci ricordano le testimonianze raccolte, passa dalla partecipazione reale, dalla responsabilità condivisa e da politiche e pratiche che mettano al centro le persone, protagoniste nel dare forma alla società che vorremmo.
Articolo finanziato dall’Unione Europea. I punti di vista e le opinioni espressi sono tuttavia quelli dell’autrice e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione Europea o del Parlamento Europeo. Né l’Unione Europea né il Parlamento Europeo possono esserne ritenuti responsabili.




Add a Comment