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Abbiamo bisogno di più dati e meno ecoansia?

“Le parole sono importanti” è una rubrica mensile sugli ecosistemi del linguaggio che abitiamo e dentro i quali parliamo del nostro presente. Nasce dalla constatazione di un’ambiguità: oggigiorno chiunque voglia agire o trovare soluzioni ai cambiamenti climatici ha a disposizione una quantità enorme di materiale – tra informazioni, ricerche in corso ed evidenze scientifiche – eppure si ha sempre la sensazione di attraversare mari agitati e ostili, dove tutto e il contrario di tutto si mescola in continuazione. Questa rubrica cerca di offrire una bussola per orientarsi tra le più comuni mistificazioni, fallacie logiche e distorsioni utilizzate da chi ha interesse a inquinare la comprensione del nostro presente. Perché l’epoca in cui viviamo è un’epoca di cambiamenti del clima, ma anche le parole che usiamo per raccontarli stanno cambiando. 

Nella prima puntata di “Le parole sono importanti” cercheremo di mostrare quanto una delle tesi piú utilizzate per rallentare le politiche di decarbonizzazione si appoggi solo in apparenza su argomenti solidi e condivisibili.

 

di Giordano Zambelli

grafiche di Viola Madau

 

Abbiamo bisogno di più dati e meno ecoansia? Dati alla mano, pare di no.

Abbiamo vissuto, nel 2023, un’estate senza precedenti in tutto il mondo dal punto di vista delle anomalie climatiche. Una serie notevole di record di temperatura sono stati abbattuti e in moltissime aree del pianeta si è potuto toccare con mano quanto il cambiamento climatico influisca già considerevolmente sugli eventi atmosferici estremi. Nonostante alcuni eventi abbiano lasciato perplessi persino gli scienziati, questa situazione di crescente tendenza verso gli estremi è in linea con gli scenari prefigurati dai modelli climatici utilizzati per stimare come il nostro clima cambia in relazione all’aumento della concentrazione di gas climalteranti nell’atmosfera. 

 

Ciò che non sorprende del tutto è che, nonostante questo, ci si possa imbattere in servizi televisivi o articoli di giornale che spiegano come non v’è alcuna emergenza, né vi è alcun motivo concreto per preoccuparsi troppo. Lo sconforto provato di fronte all’ennesimo incendio, nubifragio o ondata di calore, ci viene spiegato, sarebbe oltremodo eccessivo, dati alla mano, come ci spiega un analista e docente su uno dei giornali maggiormente consultati dai parlamentari italiani. Con la forza di argomentazioni logiche supportate dal peso granitico dei dati dovremmo cominciare a dubitare delle evidenze accumulate in decenni di studi da migliaia di scienziati in tutto il mondo. 

 

L’articolo appena linkato contiene infatti una tesi supportata da due argomenti, entrambi presentati come fondati su basi logiche oggettive, in quanto frutto di una presunta lettura corretta dei dati a disposizione. Primo argomento: nonostante un aumento delle temperature rispetto ai livelli pre-industriali sia acclarato, non c’è evidenza che giustifichi la connessione tra esso e l’aumento di fenomeni estremi, nè ora nè in futuro. Secondo argomento: rispetto al passato abbiamo sviluppato delle tecnologie che rendono le nostre infrastrutture e i nostri sistemi di prevenzione più efficaci nel ridurre gli effetti avversi legati ai fenomeni estremi. Conclusione: non c’è motivo di diffondere terrorismo psicologico sul cambiamento climatico e dunque il processo di decarbonizzazione dell’economia deve procedere senza shock, valutando sempre costi e benefici, dunque sostanzialmente mantenendo il piú possibile lo status quo.

 

Non ci soffermiamo troppo sul primo argomento perché come già ben illustrato da questo articolo pubblicato su Climalteranti si tratta di pura manipolazione delle evidenze e dei dati disponibili. Il secondo argomento, invece, si presenta come condivisibile e quindi sembrerebbe supportare la conclusione. In questo caso i dati non sono travisati, è vero che siamo migliorati a prevenire e a proteggerci: sempre meno persone muoiono a causa di eventi estremi a livello globale. Tuttavia, si utilizzano questi dati per giustificare un passaggio logico che è solo in apparenza giustificato da quei dati stessi. Quali modelli predittivi ci autorizzano a sostenere che siccome fino ad ora le nostre infrastrutture ci hanno protetto dagli effetti peggiori degli eventi estremi, allora non abbiamo motivi per dover accelerare drasticamente il processo di decarbonizzazione? Scrive l’autore: “sempre gli studi scientifici (ma non i mezzi di informazione), ci dicono che grazie a politiche di adattamento si potrà far fronte efficacemente a buona parte degli effetti del cambiamento climatico attesi per i prossimi decenni”. Quali studi scientifici? Cosa si intende per ‘buona parte’? Quanti sarebbero i prossimi decenni di cui si parla? E cosa succede dopo questi prossimi decenni? Ed ad ogni modo, siamo autorizzati a destabilizzare il clima e gli ecosistemi che ne dipendono a nostro piacimento, offrendo poi la presunta soluzione dell’innovazione dei sistemi di protezione? Tutti questi punti sono lasciati orfani di una spiegazione. 

 

In verità, quanto sostenuto dalla comunità scientifica, è che un’accelerazione delle politiche di decarbonizzazione è inequivocabilmente necessaria e che se questo non avvenisse per moltissime comunità umane diventerebbe  sempre più complesso limitare i rischi e i danni del cambiamento climatico. È ironico infine notare che se il primo argomento fosse vero (ossia che non c’è alcun aumento di eventi estremi), come l’autore crede, allora il secondo argomento non sarebbe necessario. Non si capirebbe infatti perchè l’autore debba perdere tempo a spiegare che siamo migliorati a difenderci dagli eventi estremi e che questo miglioramento dovrebbe bastare per i prossimi decenni, implicitamente ammettendo che gli eventi estremi aumenteranno. 

Due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo l’autore twittava un grafico che dimostrava la nostra capacità di difenderci dagli eventi estremi, corredato dal commento “più dati, meno ecoansia”. Rispondiamo che i dati per trarre le conclusioni sul da farsi sono già ampiamente disponibili e che non abbiamo tempo né per l’ansia (pur avendo il diritto a provarla) nè per ascoltare chi quei dati li travisa.

  • Giordano Zambelli

    Giordano è un ricercatore presso l'università fiamminga di Bruxelles (VUB), dove si occupa di innovazione nel giornalismo, sia dal punto di vista delle sfide tecnologiche che dei modelli editoriali.

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