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Planare e non atterrare mai

Il settore accademico è morto! Lunga vita al settore Accademico! La scienza climatica produce ogni anno un’enorme quantità di materiale di ricerca. Eppure questa ricerca è ancora lontana dal tradursi in azione. Ciò che manca in Italia è la volontà di farlo.

Illustrazione di Martina Spinelli

A un certo punto della mia carriera ho deciso di provare a tornare in accademia. Non per mancanza di alternative, ma per una specie di bisogno di dimostrare qualcosa a me stesso. Anni di comunicazione scientifica, giornalismo, progetti europei, e poi arrivava sempre la domanda: “e il dottorato in cosa?” Come se senza quel titolo il lavoro fatto valesse di meno, come se fossi uno che ha studiato il menu senza mai mangiare.

Mi sono soffermato sulla disinformazione climatica. Un tema che conosco, che mi appassiona, in cui credevo di poter contribuire con qualcosa di concreto. Ho ricominciato a frequentare accademici, conferenze, convegni. Ho cominciato ad abituarmi al linguaggio accademico. Ho cominciato a capire le regole di quel mondo.

Il problema è che non mi piacevano e tutto il sistema mi lasciava un retrogusto dolciastro, come un veleno a lento rilascio.

La prima cosa che ho imparato, avvicinandomi al mondo della ricerca da adulto che proviene da tutt’altro contesto, è che fare il dottorato non viene raccontato mai come un lavoro vero e proprio. Viene raccontato quasi come se fosse una prova iniziatica. Una fatica di Ercole, ma senza il lieto fine garantito. Chi lo ha fatto o lo sta facendo ne parla con un orgoglio misto a trauma, tipico delle persone che hanno attraversato una prova difficile e non riescono a decidere se ne è valsa la pena o meno. Il lamento è parte integrante dell’identità di chi fa ricerca.

Il fatto è che in Italia il lamento ha una sua giustificazione strutturale che è difficile negare: fondi scarsi, sistemi di valutazione fermi a decenni fa, gerarchie interne che non hanno nulla da invidiare alle casate di Game of Thrones. Un ricercatore precario di trent’anni, brillante, con tre lingue e un valido curriculum, aspetta che l’università di turno decida se e quando aprire un posto. Aspetta e pubblica. Pubblica e aspetta. Il sistema premia chi produce articoli su riviste con alto impact factor, ovvero una metrica inventata negli anni Sessanta per misurare quanto spesso una rivista viene citata da altre riviste, e che nel tempo è diventata il metro con cui si decide chi avanza di carriera e chi no.

La percentuale di precari nell’accademia italiana ammontava al 18% nel 2010. Nel 2024 la cifra è salita al 42%. La XII Indagine dell’ADI, presentata al Senato nel luglio 2025 su 2.888 risposte, ha calcolato che l’86,5% delle posizioni di ricercatore attive scadrà entro luglio 2026. Il Fondo di Finanziamento Ordinario ha perso circa 518 milioni nel 2024 rispetto alle previsioni. L’Italia investe nell’università l’1,5% della spesa pubblica: la Germania il 2,6, la Danimarca il 4,8. L’età media dei docenti è di circa 51 anni, la più alta dell’OCSE; gli under-30 sono meno dell’1% del corpo docente, contro una media europea dell’8%. Quasi il 70% di chi in Italia vince grant ERC spende il finanziamento fuori dall’Italia.

Ogni numero racconta la stessa cosa: il sistema espelle chi non si adatta e trattiene chi ha imparato a sopravviverci. Chi rimane non ha altra scelta che continuare a pubblicare. Porsi la domanda se una determinata pubblicazione è utile o meno, è un lusso che il sistema, così come è strutturato, non si può permettere.

Recentemente ero a un simposio sulle migrazioni climatiche a Dublino. Persone intelligenti, ricerche serie, presentazioni curate. E io seduto lì a chiedermi, ogni quarto d’ora circa: ma quindi? Qual è lo scopo? Per chi è questo? Dove finisce? Non lo chiedo con cinismo, lo chiedo sul serio perché vengo da un contesto in cui ogni progetto, ogni articolo, ogni campagna, deve rispondere a una domanda di utilizzo. Ci deve essere, da qualche parte nella catena, un punto in cui la conoscenza prodotta tocca qualcosa fuori da se stessa. A Dublino (e non solo) quel punto non lo trovavo. Mi sembrava di sentire Calvino, quello delle Lezioni americane, quando parla della leggerezza come valore: planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore. Solo che lì non si plana per leggerezza. Si plana e non si atterra mai. La ricerca continua, si accumula, diventa sempre più sofisticata e sempre meno comprensibile a chiunque non sia già dentro quella stessa nicchia. E il mondo fuori continua a fare quello che faceva prima. Aggiungerei in un disinteresse reciproco.

Nel 2019, uno studio pubblicato su Frontiers in Ecology and Environment ha intervistato 1.092 ricercatori in 55 paesi e 315 istituzioni su un tema preciso: quanto viene riconosciuto il loro impegno in attività di utilità pubblica, comunicazione, policy engagement. L’impegno verso la società è percepito come utile ma NON premiato dalle istituzioni. Le università inseriscono l’impatto sociale nelle mission statement, eppure non lo misurano nelle promozioni. Il meccanismo è questo: un ricercatore o una ricercatrice che dedica due anni a portare uno studio dentro un processo legislativo non accumula le metriche che contano. Non aumenta il suo citation count. Non sale nell’h-index, che è il numero che riassume quante volte le tue pubblicazioni sono state citate da altri. Non pubblica sulla rivista giusta nel momento giusto. Nel frattempo, chi ha usato quegli stessi due anni per produrre altri tre paper su Nature è avanzato di livello. La scelta razionale, dentro questo sistema, è ovvia. Non è un problema di valori. È un problema di come è costruito il sistema di incentivi.

Ovviamente questo meccanismo funziona anche per la ricerca in materia climatica. Nel 2024, due sociologi dell’Università di Örebro in Svezia, Rolf Lidskog e Adam Standring, hanno pubblicato su Climatic Change uno studio basato su 18 interviste con ricercatori e ricercatrici coinvolte nei rapporti IPCC. Lo hanno chiamato “academic housekeeping“: il lavoro di traduzione, coordinamento, spiegazione, mediazione che serve per connettere la scienza alle decisioni politiche, essenziale per il funzionamento dell’IPCC, ma invisibile in ogni curriculum. Non genera citazioni. Non apre posizioni. È fatto da persone motivate da ragioni che il sistema non sa misurare o se vogliamo essere leggermente più accademici: si tratta di una affascinante forma di rifiuto e marginalizzazione epistemica, dove c’è un sapere e una specifica maniera di produrlo e riconoscerlo.

Un ricercatore di fisica del clima con cui ho parlato preparando questo pezzo, e che preferisce rimanere anonimo, mi ha detto che la domanda che gli viene rivolta più spesso, da studenti e da persone fuori dall’accademia, è questa: ma la tua ricerca porta a qualcosa? La domanda lo mette a disagio non perché non sappia rispondere, ma perché sa che la risposta dipende da variabili che lui non può controllare.

L’EU Climate Action Progress Report del novembre 2025 ha fotografato dove quella conoscenza non arriva: con le sole politiche attualmente operative, senza contare quelle pianificate ma non ancora implementate, i paesi UE sono in ritardo di circa 8 punti percentuali rispetto all’obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030. Non mancano i dati e non manca la ricerca, quello che manca è la loro traduzione in politiche pubbliche.

Guardiamo un attimo al bel paese: Il PNACC, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, è stato approvato il 21 dicembre 2023 dopo sei anni di attesa: quattro governi si erano passati la bozza senza firmarla, da Gentiloni ai due governi Conte e a Draghi. Il piano conta 361 misure in 18 settori. Di queste, circa il 70% sono “soft”: comunicazione, governance, monitoraggio. Le voci di spesa per attuare le misure concrete sono, letteralmente, celle Excel vuote. Il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) avevano già la ricerca che descriveva questi rischi. Il piano la cita, ma è arrivato comunque dopo sei anni, e senza le risorse per attuarlo.

L’Italia non ha un organismo scientifico indipendente sul clima comparabile al Climate Change Committee britannico o all’Haut Conseil pour le Climat francese. ASviS e Fondazione ECCO hanno definito questa assenza “una grave lacuna nell’attuale sistema decisionale”. In Francia quell’organismo è stato creato nel 2019 con decreto presidenziale, esplicitamente ispirato al modello britannico, dopo che l’IDDRI, l’Istituto per lo Sviluppo Sostenibile e le Relazioni Internazionali, lo aveva proposto nel 2018 .

Insomma, dove il collegamento tra scienza e società funziona, funziona perché qualcuno lo ha costruito apposta.Il Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania produce report che diventano basi di legge. Nel 2020 l’SRU, il Consiglio Consultivo Scientifico per l’Ambiente tedesco, calcolò il budget residuo di CO2 disponibile per il paese. La Corte Costituzionale Federale usò quel calcolo nella sentenza del marzo 2021, dichiarando la legge sul clima tedesca parzialmente incostituzionale. Il governo riformò la legge in cinque mesi: target 2030 portato dal 55% al 65%, neutralità carbonica anticipata dal 2050 al 2045. Nel Regno Unito il legame è ancora più diretto. L’8 ottobre 2018 l’IPCC pubblicò il suo Special Report sull’1,5°C. Il 15 ottobre i governi di UK, Scozia e Galles chiedono formalmente un parere al Climate Change Committee. Il 2 maggio 2019 il Climate Change Committee (CCC), il comitato scientifico indipendente sul clima istituito dal Parlamento Britannico raccomanda net-zero entro il 2050. A giugno 2019 il Parlamento emenda il Climate Change Act: il Regno Unito diventa il primo paese del G7 a legiferare il net-zero. Sette settimane dalla raccomandazione scientifica alla legge. Ma di esempi come questi se ne potrebbero fare molti altri.

In Italia il CMCC, fondato a Lecce nel 2005, ha un mandato esplicito di connessione tra ricerca e politica. Non è un’università. È una fondazione costruita apposta per fare quello che le università normali non riescono a fare.

I casi menzionati non sono modelli replicabili. Sono prove che il collegamento richiede una struttura istituzionale dedicata, finanziamento stabile, persone che proteggano i ricercatori dal costo di carriera che il trasferimento comporta. Ogni volta che funziona, lo fa perché qualche istituzione ha deciso di dare uno sbocco concreto alla ricerca scientifica. La fragilitá di questo sistema emerge con più chiarezza dove è stato smantellato .

Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha proposto per il 2026 un taglio alla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) di 1,8 miliardi di dollari, oltre il 25% del suo budget totale. L’Office of Oceanic and Atmospheric Research, il cuore della ricerca scientifica dell’agenzia, verrebbe eliminato: dieci laboratori, sedici istituti cooperativi universitari, circa metà dell’intera attività scientifica della NOAA. Il direttore dell’Office of Management and Budget (OMB), Russell Vought, ha definito il National Center for Atmospheric Research “una delle maggiori fonti di allarmismo climatico nel paese”. Il National Climate Assessment è offline dal 1° luglio 2025. Il sito Climate.gov è offline da giugno.

Dall’altra parte dell’oceano, in Australia, il Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) ha tagliato 92 posizioni nell’Environment Research Unit, inclusi circa un terzo dei ricercatori che lavorano al modello climatico nazionale. Lo ha fatto mentre il governo federale aumentava il budget dell’agenzia di 387 milioni di dollari australiani. La ricerca si taglia anche quando i fondi crescono: basta sapere dove tagliare.

L’infrastruttura che connette la scienza alle politiche non è un dato acquisito. Va costruita, protetta, finanziata. Quando smette di esserlo, si smonta in pochi mesi.

Nel Global South non si è mai montata del tutto. Peter Dery, ricercatore in Ghana, ha detto quello che nel dibattito europeo si dice raramente: “c’è ancora un gap tra scienza e politica; non perché la scienza non esista, ma perché nessuno si occupa di far accettare la scienza alla politica.” Secondo l’IPCC AR6, oltre il 90% della finanza climatica globale è andata a supporto di azioni di mitigazione tra il 2017 e il 2020. L’adattamento, che riguarda chi già subisce gli effetti, riceve le briciole. Il gap tra conoscenza e politica non è distribuito ugualmente. Paga di più chi ha prodotto meno emissioni.

Nel 2021 un gruppo di autori IPCC dei tre Working Group, con Bruce Glavovic tra loro, ha pubblicato su Climate and Development una proposta che nella comunità scientifica ha fatto molto rumore. Dicevano: il contratto tra scienza e società è rotto. I governi citano la ricerca ma non agiscono. Noi continuiamo a produrre rapporti che vengono usati per giustificare l’inazione più che per cambiarla. La loro conclusione: forse è arrivato il momento di una moratoria sulla ricerca climatica, uno sciopero della conoscenza, per forzare una rinegoziazione.

Tuttavia questa proposta è stata quasi unanimemente respinta. Cologna e Oreskes hanno risposto che la colpa non è della scienza, il problema è politico e culturale. Serve più ricerca nelle scienze sociali e nelle humanities. Hanno ragione. Ma il fatto che degli autori IPCC siano arrivati a formulare questa proposta dice qualcosa che torna alla mia domanda di Dublino: il disagio è reale, è interno, e cresce.

Nonostante il quadro tracciato sinora, qualcosa si sta muovendo. Nel 2022 è nata CoARA, la Coalition for Advancing Research Assessment, che impegna le istituzioni firmatarie ad abbandonare l’uso dell’impact factor e dell’h-index come misure primarie. Da 420 organizzazioni nel marzo 2023 è arrivata a 734 nel maggio 2025. L’Università di Bologna ha approvato il suo piano di implementazione nel luglio 2024. L’ANVUR, nell’ultimo ciclo VQR 2020-2024, ha incluso 858 casi studio di impatto sociale, il 27% in più del ciclo precedente.

Le riforme esistono. Non toccano il compromesso reale: un ricercatore che fa policy engagement dedica quel tempo a qualcosa che non produce pubblicazioni. Si può valutare l’impatto quanto si vuole, ma non si restituiscono le ore. Un paper su arXiv nel 2024 lo dice senza giri: CoARA non salverà la scienza dalla tirannia della valutazione amministrativa. Il rischio, scrivono gli autori, è che si sostituisca una burocrazia metrica con un’altra.

Torno sempre a Dublino.

Non perché lì abbia trovato una risposta, che non ce l’ho. Ma perché lì ho capito che la mia domanda, quella del “a cosa serve tutta questa produzione di ricerca scientifica”, non era ingenua. Era la domanda giusta fatta nel posto sbagliato. Il sistema non è strutturato per rispondere: è strutturato per non fare quella domanda.

Calvino parlava di leggerezza come di una scelta consapevole: planare per vedere meglio, non per evitare di atterrare. Quello che vedo nell’accademia del clima è qualcosa di diverso. Non è leggerezza: è galleggiamento. Una produzione che sale e si raffina e non trova un punto di contatto con le decisioni che contano, mentre il tempo utile per prenderle si accorcia.

Non è una critica alla ricerca che non serve a niente. Oggi la ricerca avanza soprattutto grazie a finanziamenti esterni, vinti promettendo un risultato preciso entro una data precisa. Chi fa ricerca lo sa fin dall’inizio: non sta cercando di scoprire qualcosa, sta cercando di trovare quello che ha già promesso di trovare. Molte delle scoperte che hanno davvero cambiato la storia sono arrivate per altre vie, da ricerca senza scopo dichiarato, senza scadenze, quella che si fa per curiosità e basta. Un sistema che vincola ogni euro a un risultato già scritto in anticipo non produce solo conoscenza utile. Produce anche meno sorprese, e le sorprese sono spesso l’unica cosa che vale davvero la pena finanziare.

C’è una canzone di Giovanni Truppi che finisce con un’immagine che da allora non mi sono più tolto di dosso: un pesce vive nel mare, un altro nuota in una vasca, e per quello nella vasca il mare resta sullo sfondo, qualcosa che si vede ma non si abita. L’accademia studia la crisi climatica da decenni, la descrive con una precisione che cresce ogni anno, e la tiene esattamente lì: sullo sfondo. Non perché non la veda. Perché lo sfondo, per definizione, è la parte del paesaggio che non chiede di essere attraversata.

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