L’allargamento della questione climatica
Grafiche di Viola Madau
L’eredità del Protocollo di Kyoto
Le quantità di questioni rimaste aperte e la complessità dei meccanismi necessari per rendere operativo il Protocollo di Kyoto assorbirono i lavori delle COP successive per diversi anni. Furono perciò delle conferenze molto concentrate su aspetti specialistici e poco seguite dalla pubblica opinione. Purtroppo la divergenza di opinioni che si era già manifestata a Kyoto portò a scontri diplomatici ancora più duri via via che si approfondivano i dettagli.
Dal 2001 al 2008, durante la presidenza Bush, il coinvolgimento degli Stati Uniti fu piuttosto superficiale, sia per l’aperta opposizione dell’amministrazione repubblicana alla lotta ai cambiamenti climatici, sia perché, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, la politica internazionale statunitense fu dedicata alla lotta al terrorismo di matrice islamista. Per queste ragioni, oltre al sostanziale disinteresse della Cina, che proprio in quel periodo sperimentò la massima accelerazione del suo sviluppo economico, la lotta ai cambiamenti climatici sparì dai radar della pubblica opinione.
Ma anche se per circa un decennio non ci sono stati eventi paragonabili al Summit della Terra o annunci eclatanti come quello del Protocollo di Kyoto, c’era chi continuava ad impegnarsi per denunciare la crisi climatica.
Nel 2001 viene pubblicato il terzo rapporto dell’IPCC. Rispetto ai precedenti venne dedicata una maggiore attenzione ai gas serra diversi dalla CO2 e aumentò l’enfasi sulle politiche di adattamento, evidenziando la necessità di sviluppare strategie e interventi per affrontare gli impatti attesi del cambiamento climatico su comunità, ecosistemi e infrastrutture. Le proiezioni sul riscaldamento globale divennero più pessimistiche: se nel rapporto precedente si stimava per il 2100 un innalzamento della temperatura media del pianeta rispetto ai livello del 1990 tra 1 e 3,5 °C, ora l’incremento veniva previsto tra 1,4 e 5,8 °C.
Verso la fine del 2006 uscì un documentario del politico democratico statunitense Al Gore sulla crisi climatica, intitolato “Una scomoda verità” (An inconvenient truth), che ottenne uno strepitoso successo di pubblico. Gore era stato vicepresidente degli Stati Uniti dal 1993 al 2001, durante la presidenza di Bill Clinton: da sempre sensibile alle tematiche ambientali convinse il presidente ad aderire al Protocollo di Kyoto. La sua carriera politica si concluse quando perse la competizione elettorale del 2000 contro George Bush: il risultato di quelle elezioni restò in bilico per diverse settimane a causa dello strettissimo margine di poche centinaia di voti che separava i due candidati nello Stato della Florida, di cui era governatore il fratello di Bush. La controversia venne risolta dalla Corte Suprema degli Stati Uniti con una sentenza che, pur ammettendo errori nello scrutinio dei voti, assegnò lo Stato a Bush. Di conseguenza, a causa del meccanismo elettorale americano, Al Gore perse le elezioni pur avendo ottenuto mezzo milione di voti in più del suo avversario. Abbiamo visto quali conseguenze questa decisione ebbe sul Protocollo di Kyoto.
Il film rappresentò il ritorno di Gore sulla scena pubblica. Realizzato con un sapiente montaggio delle registrazioni delle sue conferenze itineranti sulla questione ambientale, unite ad immagini originali ed espressive sulle conseguenze del riscaldamento globale, seppe cogliere l’attenzione del pubblico occidentale, ormai stanco della divisiva “guerra al terrorismo”. Il film è stato uno di quei rari eventi culturali capaci di trasformare il modo in cui le persone di tutto il mondo vedono l’ambiente che li circonda. Negli anni seguenti questo film ispirerà milioni di persone a iniziare a parlare della crisi climatica in maniera informata e a impegnarsi personalmente nel lavoro per combatterla, contribuendo a creare una nuova cultura e un’intera nuova generazione di attivisti.
Il successo del film venne coronato dalla vittoria di due premi Oscar, come miglior documentario e per la migliore canzone originale. Lo stesso Gore, insieme al regista Davis Guggenheim, ritirò il premio alla cerimonia del 25 febbraio 2007 con queste parole: «La battaglia contro la crisi climatica non è una questione politica, è una questione morale. Abbiamo tutto ciò che serve per iniziare, con la possibile eccezione della volontà di agire. Ma la volontà è una risorsa rinnovabile. E allora rinnoviamola!».
Il Premio Nobel per la pace
Ma quell’anno le soddisfazioni per Gore non erano ancora finite. Nell’ottobre del 2007 viene infatti insignito del prestigioso Premio Nobel per la Pace. Il Comitato norvegese per il Nobel assegnò il premio congiuntamente a Gore e all’IPCC per il loro ruolo nella lotta contro il cambiamento climatico.
Il premio Nobel per la Pace fu istituito nel 1901 con il compito di premiare «la persona che avrà svolto il miglior lavoro per la fratellanza tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti e per l’organizzazione e la promozione di congressi di pace». Con la scelta di quell’anno il comitato ha voluto allargare l’ambito del premio al campo d’azione dei cambiamenti climatici, ritenendo che la crisi ecologica ha il potenziale di aumentare il rischio di conflitti violenti e guerre.
Il giornale The Guardian, una delle più autorevoli testate inglesi e probabilmente il più famoso quotidiano di stampo dichiaratamente progressista al mondo, ne diede l’annuncio con queste parole:
«Questo è un premio che la Corte Suprema non potrà togliergli. I cinque voti di una commissione di Oslo hanno assegnato ad Al Gore il premio più prestigioso del mondo, il Nobel per la Pace, mettendo finalmente a tacere i voti dei cinque giudici che nel 2000 lo privarono della Florida e lo tennero lontano dalla Casa Bianca». Il Comitato del Nobel nella sua comunicazione dichiarò che Al Gore è stato «il singolo individuo che ha fatto di più per creare una migliore comprensione a livello mondiale delle misure che devono essere adottate (…) cercando di contribuire a una maggiore attenzione ai processi e alle decisioni che appaiono necessari per proteggere il clima futuro del mondo, e quindi per ridurre la minaccia alla sicurezza dell’umanità». Il comunicato si concludeva con queste parole: «è necessario agire ora, prima che il cambiamento climatico sfugga al controllo dell’uomo».
Al di là della storia personale di Gore, è molto importante osservare che l’assegnazione del premio in parti eguali ad un gruppo di scienziati e ad un uomo politico sottolineò la cruciale importanza che deve avere la collaborazione tra politica e scienza per la lotta al cambiamento climatico.
Il quarto rapporto dell’IPCC
L’IPCC, giunto all’apice della sua popolarità grazie al Nobel, pubblicò il suo quarto rapporto tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. Come per i precedenti, anche questo rapporto fu il risultato di un lungo lavoro che si era svolto negli anni precedenti tra crescenti polemiche e contrapposizioni tra governi. Questo contesto conflittuale emerge sin dall’introduzione in cui viene illustrato il concetto di trattamento delle incertezze (treatment of uncertainties) come modalità con cui saranno classificate le varie informazioni e previsioni a seconda della loro attendibilità scientifica. Di conseguenza solo raramente nel rapporto si incontreranno affermazioni categoriche su dati considerati certi (cioè con una probabilità di verificarsi maggiore del 99%) mentre più spesso le ipotesi saranno caratterizzate da valori di probabilità inferiori, in special modo per quanto riguarda le previsioni per il futuro.
Rispetto al rapporto precedente in generale queste proiezioni diventano più prudenti: ad esempio, per quanto riguarda la temperatura media nel 2100 l’ipotesi più probabile limita il riscaldamento a circa 3 °C, mentre la previsione relativa all’innalzamento del livello dei mari si pone tra i 28 ed i 43 cm, e non tra i 15 ed i 90 cm previsti nel rapporto precedente. Nonostante una maggiore prudenza sulle evidenze scientifiche, il rapporto enfatizza l’importanza degli interventi necessari per contenere gli impatti dei cambiamenti climatici sull’ambiente e sulle popolazioni. Le iniziative per l’adattamento vengono ritenute indispensabili per fronteggiare le conseguenze anche nella migliore delle ipotesi di mitigazione del riscaldamento globale: «l’adattamento deve divenire una strategia parallela agli sforzi di mitigazione in quanto i rischi derivanti dal cambiamento climatico potrebbero aumentare in modo consistente senza alcun intervento in tal senso».
La COP di Copenhagen del 2009
In quegli anni la questione climatica stava tornando al centro dell’attenzione della pubblica opinione occidentale. Nel Regno Unito, ad esempio, nel 2008 il governo approvò una legge che introdusse degli obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni nella misura dell’80% entro il 2050. Purtroppo la crisi finanziaria di quell’anno, che causò una pesante recessione economica mondiale, a cui seguì in Europa quella del debito sovrano del 2011, distolse buona parte dell’attenzione della politica e delle proteste popolari verso i temi dell’austerità e della solidità del sistema finanziario internazionale.
Ciononostante, almeno nei circoli dell’attivismo ambientale e dei movimenti politici più sensibili ai temi ecologici, non venne meno la pressione sui governi per una efficace azione contro i cambiamenti climatici. Gli sforzi negoziali durante le COP si concentrarono sulla definizione di una proposta di emendamento del Protocollo di Kyoto per ulteriori impegni post 2012 (termine dell’applicazione del Protocollo). Nel Bali Action Plan, il documento conclusivo della COP del 2007, si convenne di accelerare le trattative per arrivare, entro il 2009, alla definizione di nuovi impegni vincolanti per tutti. Pertanto l’obiettivo per la COP di quell’anno, che si tenne a Copenhagen, era un nuovo accordo globale sul clima.
L’importanza di quell’appuntamento portò il movimento negazionista a cercare disperatamente di screditare la scienza del clima per ridurne l’autorevolezza organizzando il cosiddetto Climategate: un mese prima dell’avvio dei lavori della COP venne hackerato un server con le email del Climate Research Unit, un autorevole dipartimento dell’Università inglese dell’East Anglia coinvolto negli studi sui cambiamenti climatici e nell’attività dell’IPCC. Estraendo abilmente frasi da queste email si costruì l’accusa che questi scienziati fossero impegnati in un grande complotto globale per inventare un riscaldamento globale inesistente. La notizia venne inizialmente diffusa dal giornalista negazionista James Delingpole, che coniò il termine Climategate per tracciare un parallelo con il celebre scandalo Watergate, sulle colonne del giornale inglese The Telegraph e venne rapidamente ripresa su decine di siti web e altri media negazionisti in tutto il mondo. La campagna riuscì a tal punto a diffondere la storia dei “climatologi cattivi” nell’opinione pubblica, convincendo molta gente della sottostante teoria complottista, che persino in occasione del decennale, nel 2019, i social media vennero inondati da commenti di chi ci credeva ancora.
Con queste premesse il 7 dicembre 2009 al Bella Center di Copenaghen si ritrovarono più di 40.000 persone, in rappresentanza di governi, organizzazioni e media: 10 volte quelle che quattordici anni prima si erano incontrate alla COP di Berlino. Le aspettative degli attivisti del clima erano altissime tanto che, per la prima volta, si assistette in occasione di una COP a una vera mobilitazione di massa: decine di migliaia di persone giunsero a Copenhagen da tutto il mondo per incoraggiare e sostenere il raggiungimento di un accordo.
Fin dall’inizio dei lavori la contrapposizione tra Paesi sviluppati e Paesi poveri, capitanati dalla Cina, su come ridurre le emissioni e su come ripartire i costi ed i sacrifici, rese i lavori del tutto improduttivi. Tanto che l’ultimo giorno della conferenza, il 19 dicembre 2009, i delegati dei 193 Stati si limitarono a prendere atto di un accordo elaborato la sera precedente tra un ristretto gruppo di 25 Paesi.
La crescente disillusione degli attivisti si manifestò con proteste che crebbero via via che emergeva l’inconcludenza delle trattative, tanto che venne loro ridotto progressivamente il permesso di accedere al Bella Center. Così, se il giorno inaugurale era presente una folla costituita da 7.000 rumorosi e variopinti membri di migliaia di organizzazioni ambientaliste, religiose, studentesche e politiche, il giorno conclusivo venne concesso l’accesso solo a 90 di loro scelti tra le associazioni più note ed istituzionali (come Greenpeace e Friends of the Earth International).
Il testo finale non venne approvato dall’assemblea ma messo a punto dai capi di stato di USA e Cina, con il contributo di India, Brasile e Sud Africa. Sebbene sia stato più che altro una dichiarazione d’intenti, non risultando né giuridicamente vincolante, né operativo, ebbe il merito di introdurre per la prima volta in maniera formale la necessità di evitare il superamento della soglia dei 2 °C nell’aumento delle temperature del pianeta. Il documento segnò il prevalere del punto di vista dei Paesi emergenti secondo cui la lotta al cambiamento climatico non può prescindere dalla realizzazione del diritto allo sviluppo economico dei Paesi poveri (diritto peraltro sancito fin dal 1964 dall’Assemblea delle Nazioni Unite).
L’esito della conferenza di Copenhagen rappresentò un totale fallimento dei meccanismi negoziali delle COP e lasciò un pesante lascito sulla fiducia riposta dalla pubblica opinione su queste riunioni. Le polemiche riguardo il Climategate irrobustirono e radicalizzarono il movimento negazionista, sebbene un’indagine del parlamento del Regno Unito sei mesi dopo la conclusione dei lavori della COP abbia scagionato gli scienziati coinvolti.
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