Si può ridurre il carbon leakage?

Possiamo ridurre il carbon leakage?

Possiamo ridurre il carbon leakage?

Per impedire che le emissioni di gas serra si “spostino” in paesi con regolamentazioni ambientali più permissive, l’ideale sarebbe un accordo globale. Ma non è l’unica possibilità.

di Francesco Clora

Il cambiamento climatico è un problema globale, per cui va affrontato con un’azione globale. La riduzione delle emissioni di gas serra in una o poche regioni non lo risolve, a maggior ragione se le emissioni aumentano in altri luoghi e causano danni sparsi su tutto il globo. Ne avevamo parlato qualche tempo fa introducendo il concetto di carbon leakage, ovvero del potenziale aumento di emissioni di gas serra in alcuni paesi come risultato della riduzione unilaterale in altri

Le politiche di decarbonizzazione in un singolo stato o in una regione possono essere parzialmente compensate dall’aumento delle emissioni in altri paesi. Qualora ciò si verificasse, tali politiche di decarbonizzazione non sarebbero, purtroppo, capaci di ridurre le emissioni mondiali per una quantità pari all’obiettivo prefissato. Cosa si può fare allora per arginare questo fenomeno?

 

La soluzione ottimale: un accordo globale

Servirebbe uno sforzo condiviso. Da un punto di vista sia puramente climatico che di efficienza economica, la soluzione “migliore” al carbon leakage sarebbe il raggiungimento di un accordo globale con obiettivi condivisi in termini di emissioni (per esempio un meccanismo di carbon pricing a livello mondiale). A quel punto non si potrebbe più parlare di “carbon leakage” per sé, perché le frontiere non avrebbero più valore, e tutto il mondo potrebbe essere considerato come un unico territorio in cui ridurre le emissioni.

 

Tuttavia, anche con un accordo globale occorrerebbe decidere quali Paesi devono ridurre di più le proprie emissioni. Questa potrebbe essere una questione politicamente spinosa, perché l’utilizzo di diversi criteri per calcolare le emissioni di ogni paese (le emissioni totali sono molto diverse da quelle pro-capite, ad esempio) ‘sposta’ la responsabilità da uno stato all’altro. Per questo motivo, difficilmente i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo arriverebbero ad un accordo che soddisfi tutti sia dal punto di vista sia climatico che socio-economico. Sebbene sia una soluzione suggerita da molti economisti, quindi, un carbon pricing a livello globale sembra essere una strada difficilmente percorribile da un punto di vista politico, almeno nel breve periodo.

 

Che alternative abbiamo? Nei prossimi paragrafi analizzeremo due possibilità per ridurre le emissioni ‘trasferite’ all’estero mettendo in pratica politiche climatiche ambiziose.

 

Coalizioni internazionali

Se non è possibile raggiungere un accordo a livello globale, si può partire dal raggiungimento di un accordo da parte di un gruppo di paesi con le stesse ambizioni climatiche. I risultati di vari studi, alcuni dei quali riassunti da Copenhagen Economics, indicano infatti un trend chiaro: più grande è la regione in cui sono applicate politiche condivise di riduzione delle emissioni, minore sarà il carbon leakage verso il resto del mondo.

 

Prima di provare a capire perché, teniamo a mente che i produttori, quando scelgono dove produrre, valutano tutti i fattori, specifici di una regione, che possono influenzare costi e ricavi, incluse ad esempio le tasse sulle emissioni di gas serra. Ricordiamo, inoltre, che uno dei possibili accordi tra diverse regioni del mondo potrebbe essere quello di imporre una stessa tassa sul carbonio – vale a dire, lo stesso prezzo sulle emissioni di gas serra. 

 

Supponiamo ora che il mondo sia diviso in tre regioni (A, B, C) e paragoniamo due scenari.

In un primo scenario, A impone una tassa sul carbonio di 100€/ton-CO2eq (cento euro per ogni tonnellata di CO2 emessa), mentre nelle regioni B e C la tassa è di 10€/ton-CO2eq. In una tale situazione, alcuni imprenditori rimarrebbero nella regione A, riducendo le proprie emissioni o pagando la tassa, altri troverebbero conveniente spostarsi verso B, mentre altri ancora avrebbero dei profitti migliori trasferendosi in C. Osserveremmo, quindi, un trasferimento di parte delle emissioni di gas serra dalla regione A alle regioni B e C.  

 

In un secondo scenario, la regione A riesce a raggiungere un accordo con B affinché B innalzi la tassa sul carbonio al suo stesso livello. Parte dei produttori che si sarebbero trasferiti da A verso B sarebbero incentivati a spostarsi verso C, ma un’altra parte preferirebbe restare in A piuttosto che andare a produrre nella regione C. Nel secondo scenario avremmo comunque a che fare con il fenomeno del carbon leakage, ma il livello sarebbe ridotto perché la parte del mondo in cui le emissioni possono ‘trasferirsi’ diverrebbe più piccola.

 

Usando un esempio più concreto, pensiamo ad un eventuale ingresso della Cina nell’EU ETS (il sistema europeo di tassazione del carbonio): grazie allo stesso prezzo per kg di CO2eq associato alla produzione dell’acciaio, le industrie cinesi non avrebbero più vantaggi legati ad una differente tassazione delle emissioni, e ci sarebbero meno industrie europee intenzionate a trasferirsi in Cina per non pagare una tassa sul carbonio.  

 

Aggiustare il prezzo delle emissioni “al confine”

Un altro tipo di rimedio al carbon leakage, suggerito da più di 5000 economisti negli Stati Uniti ed in Europa come un’opzione positiva (seppur non ottimale come una tassa globale sul carbonio), sono i cosiddetti meccanismi di Border Carbon Adjustment (BCA). In breve, un BCA è un ‘aggiustamento dei prezzi delle emissioni al confine’, come ad esempio una tariffa sui beni provenienti da paesi/regioni con regolamentazioni climatiche deboli.

 

Un paese non può imporre direttamente i prezzi delle emissioni in altri paesi o regioni, ma può “correggere” i prezzi dei prodotti importati ed esportati in base alle rispettive ambizioni climatiche. Per quanto riguarda gli import, i beni e i servizi prodotti in Paesi senza una regolamentazione delle emissioni verrebbero “tassati” al loro ingresso in un paese “virtuoso”, per fare sì che queste emissioni siano comunque prese in considerazione nel prezzo finale. Per quanto riguarda gli export, le tasse di emissione pagate dalle imprese di un paese “virtuoso” sarebbero ridotte per le esportazioni verso paesi non regolamentati. 

 

Il BCA può funzionare come un meccanismo di carbon pricing indiretto, che livella il campo di gioco nel commercio internazionale, che fa in modo che i prezzi di beni e servizi includano i costi dei danni climatici che generano, come emerso anche da uno studio dell’Energy Modeling Forum. Utilizzando 12 modelli economici diversi, i ricercatori hanno simulato diverse politiche di emissioni in alcune regioni campione, includendo (oppure no) il meccanismo di “aggiustamento dei prezzi delle emissioni”. Come possiamo vedere nell’immagine, in tutti i modelli il BCA riduce il livello di carbon leakage di circa un terzo (in media dal 12% a 8%), anche se non lo elimina del tutto.

Fonte: Bohringer et al. (2012)

 

Nonostante sia un meccanismo intuitivamente attraente, instaurare un meccanismo di border carbon adjustment richiede, a monte, numerose e complesse scelte normative. Ad esempio, su quali settori, beni e paesi vorremmo applicarlo? Quale metodologia utilizziamo per calcolare le emissioni di ogni prodotto? A quanto ammonterebbe l’aggiustamento” dei prezzi? Come andrebbero spesi i ricavi risultanti? Cosa succede quando un paese poco “virtuoso” migliora la propria politica climatica, o viceversa? Tutte queste scelte vanno analizzate non solo da un punto di vista dei benefici ambientali ed economici, ma anche della fattibilità legale, tecnica, amministrativa e geopolitica.

 

Negli ultimi anni, il carbon leakage (e i potenziali metodi per ridurlo) sono gradualmente divenuti centrali nel dibattito politico sui cambiamenti climatici. Nell’Unione Europea, le prime proposte di Border Carbon Adjustments risalgono addirittura al 2007. Ad oggi, nessun meccanismo di BCA è stato approvato in alcun Paese, ma la Commissione Europea ha in programma di presentare una proposta entro il 2021, all’interno del Green Deal Europeo

 

Dati i rapporti commerciali internazionali già molto tesi, e dato che imporre un aggiustamento dei prezzi per le emissioni “importate” equivale ad un nuovo dazio doganale, c’è il rischio che un BCA venga interpretato come un atto protezionistico, rischiando ritorsioni commerciali di altri paesi, come ad esempio la Cina o gli Stati Uniti. Nei prossimi passi verso la proposta di un BCA europeo, la Commissione ha davanti a sé un campo minato, nel quale cercherà di bilanciare le richieste dei settori preoccupati per l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, il mantenimento dei rapporti diplomatici con i propri partner commerciali, il benessere dei propri cittadini (che rischiano di essere i primi a soffrire qualora dovesse verificarsi una guerra commerciale) e gli obiettivi climatici europei e mondiali.

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