Articolo Riepilogo COP28 Viola Ducati-1

Ci vorrebbe una COP ogni giorno, in ogni parte del mondo

Ci vorrebbe una COP ogni giorno, in ogni parte del mondo

Cinque riflessioni che mi porto a casa dalla COP28 di Dubai

 

di Viola Ducati

grafiche di Cecilia Brugnoli

 

Sono Viola, scrivo per Duegradi da un paio di anni e quest’anno sono stata alla mia prima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici come observer, con il progetto “Racconta il clima alla COP28”. 

 

Sono stata fortunata: secondo molti addetti ai lavori quella di Dubai è stata la COP più importante dall’Accordo di Parigi del 2015. Per la prima volta il mondo intero ha riconosciuto la necessità di abbandonare i combustibili fossili. Si è impegnato a triplicare le fonti di energia rinnovabile e a ridurre le emissioni di metano, e ha reso operativo il Fondo Loss and Damage a favore dei Paesi in via di sviluppo che già subiscono gli effetti del cambiamento climatico. 

 

Per comprendere implicazioni, limiti e sfide di questi risultati storici vi rimando alle analisi dei professionisti, da Ferdinando Cotugno a Jacopo Bencini. Io vi condivido invece cinque riflessioni che mi porto a casa da Dubai e che probabilmente mi accompagneranno verso le prossime COP.

1. Nord e Sud, ricchi e poveri

A Dubai si è concluso un percorso iniziato nel 1991, con la richiesta avanzata dalla coalizione AOSIS (Alliance of Small Island States) di ricevere sostegno finanziario per le perdite e i danni causati dal cambiamento climatico. Il Fondo Loss and Damage dedicato ai Paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili è dunque una vittoria storica per il Sud globale. Ma è anche un punto di partenza, perché senza finanziamenti massicci, continuativi e coordinati sarà uno strumento debole e ipocrita. Il Sud del mondo non vuole “elemosina”, come mi ha sottolineato un giovane cameriere nepalese di un ristorante all’interno dell’Expo City Dubai, sede della Conferenza. La giustizia climatica è il vero elefante nella stanza, perché la crisi climatica non può essere risolta e neppure affrontata se non si discute di giustizia sociale.

2. Una canoa piena di buchi con cui provare a navigare

La metafora utilizzata da John Silk, capo della delegazione delle Isole Marshall, è già diventata famosa: l’accordo finale sulla mitigazione (Global Stocktake) è un compromesso imperfetto, che scontenta un po’ tutti – dalla coalizione degli “ambiziosi”, gli oltre 120 Paesi guidati dall’Unione Europea che hanno fatto pressione per il phase out, a petrostati molto meno ambiziosi come l’Arabia Saudita e l’Iraq – ma è anche un impegno concreto, reale e globale, sul quale non si potrà più tornare indietro. Dubai ci lascia un’eredità politica da mettere a frutto a ogni livello. Certo, sarebbe stato meglio includere il phase out ed escludere i transitional fuels e la carbon capture, potenzialmente svianti. Invece ci teniamo il transitioning away, che è comunque riuscito a liberare il campo dalle molte “distrazioni” opportunamente piazzate dai vari gruppi di interesse dell’industria fossile, come ha chiesto Vanessa Nakate in conferenza stampa durante le tesissima giornata precedente l’accordo (e come già aveva chiesto papa Francesco nella sua Laudate Deum, pubblicata a ridosso dell’inizio dei lavori della COP).  

3. Il ruolo della società civile

“Alle prime COP a cui ho partecipato, all’inizio degli anni Duemila, le ONG incontravano i politici, ci parlavano faccia a faccia, e in questo modo riuscivano a influenzare in modo diretto le decisioni. Nel corso degli anni il processo è diventato più complesso, strutturato e verticale, difficile oggi avere un gran peso”. Queste parole di una responsabile di WWF Italia con vent’anni di esperienza alle COP mettono il dito lì dove fa più male: noi observer, noi società civile, associazioni, movimenti, attiviste e attivisti, che ruolo abbiamo alle Conferenze ONU sul clima? 

 

La domanda è ancora più urgente nel caso di questa edizione emiratina (ma anche della scorsa COP a Sharm el-Sheikh) dove, stando alle ONG, le già severe regole dettate dalle Nazioni Unite sono state ulteriormente rafforzate. Le ONG hanno dovuto comunicare in anticipo il numero dei partecipanti alle azioni dimostrative, così come gli slogan dei cartelli, ed è stato vietato di nominare in modo esplicito Paesi o aziende. Le proteste e le azioni si sono svolte in ridicoli settori recintati, più simili a gabbie al servizio dei fotografi che a reali spazi di partecipazione. Eriel Deranger, direttrice di Indigenous Climate Action, l’unica organizzazione canadese per la giustizia climatica guidata da indigeni, ha risposto così ai miei dubbi sul senso di venire alle COP: “Non ho fiducia nel processo, ma non sono nemmeno convinta che sia meglio non esserci”. Conclusione: in luoghi come gli Emirati Arabi Uniti, dove è vietato manifestare, non possiamo concederci il lusso di abbandonare (nelle mani dei lobbisti dell’industria fossile) i piccoli e controversi spazi che ci restano. 

4. La vera delusione è tutta italiana

Lo dico chiaramente: come cittadina italiana sono triste e arrabbiata per la prudenza e il cerchiobottismo del nostro Paese in questa COP. L’Italia ha partecipato al summit mondiale in maniera debola e confusa, con un Inviato Speciale per il Cambiamento climatico per sua stessa ammissione poco esperto di diplomazia e con una Premier che ha parlato in modo ambiguo, dipingendo di verde l’Italia da hub del gas a hub delle rinnovabili, e che ha riproposto gli slogan dell’inattivismo climatico, dal “pragmatismo” all’approccio “non ideologico”, seguita a ruota dal Ministro Pichetto Fratin. Penso che pagheremo a caro prezzo questa incapacità, impreparazione e miopia, così come pagheremo cara la non-transizione che arricchisce ENI al posto delle generazioni future. 

5. Lo scenario post-COP28

Dubai ha tracciato la traiettoria delle prossime conferenze? Anche a Baku andrà in scena una grande fiera dell’energia e delle soluzioni tecnologiche? I numeri dell’edizione di quest’anno – oltre 100mila partecipanti registrati – rischiano di essere un precedente pericoloso, che mette in crisi i principi di inclusività e di rotazione tra i gruppi regionali delle Nazioni Unite: molti Paesi ad oggi non sarebbero in grado di ospitare un summit con queste dimensioni e questi costi. In vista della prossima COP, allora, forse ci serve pensare e agire affinché la COP sia ogni giorno, in ogni luogo. Ci serve un dibattito sulla transizione più inclusivo e meno elitario, ci serve un ecologismo di massa, ci servono le scelte e le azioni tangibili dei consumatori, degli imprenditori e degli amministratori. “Fix the system at your country level”: io torno a casa con queste parole di Harjeet Singh, Head of Global Strategy di Climate Action Network International. 

 

* Grazie al team di Agenzia di Stampa Giovanile per la curiosità, la passione e l’ironia che a volte ci ha tenuto a galla.

 

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