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Una riflessione sotto l’albero di Natale

Una riflessione sotto l’albero di Natale

I nostri comportamenti individuali contano. Ma essere consumatori responsabili non basta per arginare la crisi climatica

copertina di Dada

Un vecchio adagio, che senz’altro vi sarà risuonato in testa ogni dicembre di cui abbiate memoria, recita che “a Natale siamo tutti più buoni”. Nella speranza che sia effettivamente così, il percorso di avvicinamento di Duegradi al Natale 2020 è stato costellato da buoni propositi per rendere le festività più sostenibili.

 

L’avvento dei comportamenti sostenibili

Nel calendario dell’avvento di Duegradi – pubblicato sui nostri canali social, di cui qui trovate solo qualche estratto – abbiamo provato a mettere in evidenza ciò che ognuno di noi può fare per contribuire ad abbassare la propria impronta ecologica. In alcuni casi, si è trattato di consigli generali per ridurre il consumo personale di CO2: cancellare i documenti vecchi sul cloud, prendere il treno al posto dell’aereo, preferire la parmigiana alla bistecca, evitare lo spreco alimentare o dare una seconda vita a vestiti usati. In altri casi, si è trattato proprio di spunti natalizi: qualche consiglio sui regali sostenibili (tra cui gli alberi, serbatoi naturali di carbonio) dove acquistarli (spesso, meglio sul territorio che online) e come impacchettarli.

 

 

Siamo convinti che adottare comportamenti individuali più sostenibili possa contribuire ad arginare la crisi climatica, specialmente nel momento in cui, sommati assieme, raggiungono una soglia critica in grado di modificare alcune dinamiche di mercato. Il crescente numero di persone che scelgono una dieta vegetariana o vegana, per fare un esempio, ha contribuito alla diffusione di piatti e prodotti senza carne. Il problema è che le azioni individuali possono arrivare fino ad un certo punto.

 

I limiti della sfera personale a una crisi sistemica

Quando si discute di cambiamenti climatici, si ha la tendenza a descriverne da un lato le catastrofiche manifestazioni (presenti e future), dall’altro i comportamenti da adottare in quanto consumatori responsabili per fermarle. Ma la verità è che per contrastare la crisi climatica – e, più in generale, la crisi ecologica – occorre intervenire sul sistema che l’ha generata.

 

E dunque, procedendo a ritroso, ci chiediamo: cosa ha generato la crisi climatica? Le eccessive emissioni di gas serra nella nostra atmosfera. A cosa è dovuto questo aumento delle emissioni? Prevalentemente all’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale) che a partire dalla rivoluzione industriale ha dato il via a una straordinaria epoca di sviluppo della civiltà umana, e che continua oggi a costituire la base del nostro sistema economico e sociale, nonché la nostra quotidianità.

 

 

L’utilizzo di questa immensa quantità di energia generata dai combustibili non è più ecologicamente sostenibile da tempo. Questo difficile anno di pandemia ne è l’esempio lampante: per molti mesi, le nostre attività si sono drasticamente ridotte al punto che, nei giorni più intensi del lockdown di questa primavera, le emissioni di CO2 a livello globale sono diminuite fino al 17%. Eppure, secondo un recente studio dell’Organizzazione Metereologica Internazionale, l’impatto del lockdown sulla concentrazione di CO2 presente nell’atmosfera è stato praticamente insignificante. Siamo talmente immersi nel consumo di energia (soprattutto fossile) che neanche una pandemia globale ha apportato cambiamenti tangibili.

 

Per evitare le conseguenze più severe della crisi climatica è essenziale ripensare il mondo in cui viviamo, cominciando da una rapida transizione energetica che anch’essa, tuttavia, da sola non può bastare; è necessario mettere in discussione tutto, dal funzionamento lineare del nostro sistema economico all’assetto delle nostre città.

 

Il ruolo delle istituzioni e dei cittadini

Sarebbe illusorio pensare che, preso singolarmente, il preferire una parmigiana a una bistecca possa determinare il cambiamento sistemico di cui abbiamo bisogno.

 

A maggior ragione perché il tempo a disposizione è poco. Secondo un noto report dell’IPCC, per limitare l’aumento delle temperature a 1.5°C entro la fine del secolo dovremmo tagliare il 45% delle emissioni entro il 2030, e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 (per metterla in prospettiva: nell’ultimo decennio le emissioni sono aumentate con una media dell’1,3% annuo). Non possiamo permetterci di aspettare che la sostenibilità faccia breccia nella coscienza individuale e modifichi il comportamento di 7,8 miliardi di persone.

 

 

 

È a questo punto che entrano in gioco i decisori politici e le istituzioni, a livello locale, nazionale e sovranazionale. Perché sono loro – o quantomeno, dovrebbero esserlo – in ultima analisi, a decidere se e quanto tassare le emissioni di gas serra; a pianificare il sistema di trasporti pubblici e la presenza di verde nelle nostre città; a investire le (già scarse) risorse pubbliche sulle energie rinnovabili piuttosto che sui combustibili fossili; e a poter discutere a livello internazionale indicatori economici che non siano vecchi di cinquant’anni e che, quantomeno, tengano conto dei costi ambientali della crescita economica.

 

Per ripensare il mondo in cui viviamo non si può prescindere da chi ne stabilisce le leggi.

 

Ciò non vuole essere in alcun modo un invito a restare inermi. Piuttosto, il contrario: in un contesto democratico – per quanto imperfetto – come quello italiano ed europeo, le istituzioni hanno il dovere di rispondere alle comunità che rappresentano. In quanto cittadini, abbiamo il potere di influenzarne le decisioni. Abbiamo il potere di votare, di avanzare proposte, di chiedere informazioni e fare domande scomode, di pretendere che gli interessi della comunità vengano anteposti a quelli individuali, come troppo spesso oggi non accade. 

 

Esercitare i nostri diritti, in tutte le espressioni dell’azione politica, è forse il modo più efficace che abbiamo per affrontare la crisi climatica. Si tratta di agire in quanto cittadini, prima che come consumatori responsabili.

 

Questo è l’augurio celato dietro all’ultima casella del nostro avvento: che sempre più individui comincino a sentirsi cittadini, dotati di uno scomodo, preziosissimo potere politico.  

 

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