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Rispondere al cambiamento climatico: mitigazione ed adattamento

Come si risponde ad una minaccia complessa come il cambiamento climatico? Oggi proviamo ad abbozzare una risposta partendo, come sempre, da quello che dice la scienza.

Il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha stabilito da tempo ed inequivocabilmente che il cambiamento climatico esiste, è già in corso ed è causato dalla grande quantità di gas serra che l’uomo immette nell’atmosfera.

Alla luce di questi fatti incontrovertibili, per rispondere alla minaccia dei gas serra non abbiamo che una strada da percorrere: è necessario eliminarne la causa e prepararsi, al contempo, a gestirne gli effetti. In altre parole, dobbiamo da un lato ridurre la quantità di gas serra nell’atmosfera, e dall’altro prendere le necessarie misure per affrontare un clima che sta già cambiando. Le due cose vanno di pari passo, perché più il riscaldamento globale aumenta più sarà difficile porvi rimedio. I termini che gli studiosi utilizzano per identificare queste due azioni sono “mitigazione” ed “adattamento”: cerchiamo di capirne qualcosa di più.

Mitigazione: emettere meno gas serra

Sono incluse nel concetto di “mitigazione” tutte quelle azioni volte a ridurre la quantità di gas serra nell’atmosfera. Agire in questa direzione è fondamentale, perché è proprio emettendo un’eccessiva quantità di questi gas – la cui concentrazione atmosferica non ha precedenti negli ultimi 800mila anni – che stiamo causando i cambiamenti climatici. Questo non vuol dire che possiamo cancellare quello che è stato fatto: la temperatura media della Terra è già aumentata di circa un grado, e di questo subiamo e subiremo gli effetti. Tuttavia, agendo subito ed in maniera massiccia possiamo fermare l’aumento della temperatura della Terra, ed evitare il peggio.

Ad oggi, l’unica ricetta efficace per ridurre la concentrazione di gas serra nell’atmosfera è emetterne di meno – in altre parole, “mitigarne” le quantità prodotte. Si tratta, tuttavia, di una soluzione tanto semplice da individuare quanto difficile da mettere in pratica, perché l’emissione di gas serra – ed in particolare di CO2– è alla base di quasi tutte le attività umane.

Pensate a cosa fareste in un pomeriggio piovoso passato a casa. Magari chiamereste degli amici al cellulare, lavorereste al computer, avviereste un termosifone per difendervi dall’umidità, guardereste la TV o, in alternativa, accendereste una lampada per leggere un libro. Tutte queste attività richiedono l’utilizzo di energia, che sia elettrica (la TV) o termica (il termosifone). In entrambi i casi, quell’energia è stata molto probabilmente prodotta utilizzando dei combustibili fossili – carbone, petrolio e gas naturale – che nel processo rilasciano una grande quantità di CO2 nell’atmosfera. E non si tratta solo di un pomeriggio casalingo: i combustibili fossili sono ad oggi il pilastro portante della produzione energetica globale, che sia per mettere in moto la nostra automobile o per mandare avanti la produzione industriale.

Sappiamo, però, che se vogliamo vincere la lotta contro il cambiamento climatico dobbiamo necessariamente “mitigare” le emissioni. Pensiamo, per l’appunto, di voler ridurre i gas serra derivanti dalla produzione di energia. Cosa fare? Innanzitutto, a livello individuale il primo passo da fare è utilizzare l’energia solo quando necessario, spegnendo le luci che non servono o aspettando che la lavastoviglie sia piena per avviarla. In altre parole, bisogna evitare gli sprechi.

A livello collettivo, invece, si presentano due possibilità. Da un lato, i consumi energetici si possono ridurre investendo sull’efficienza energetica, facendo in modo che sia necessaria sempre meno energia per avviare una lavatrice. Questo è possibile, per esempio, rimodernando le reti elettriche delle case, o proponendo degli incentivi per degli elettrodomestici che consumino di meno. In questo modo, si consuma globalmente meno energia, e si “mitigano” le emissioni di gas serra.

Allo stesso tempo, dobbiamo sostituire i combustibili fossili con delle fonti di energia “pulita”. Stiamo parlando delle rinnovabili, come i pannelli solari o l’eolico, che producono energia sfruttando le risorse naturali della Terra, come la luce del sole, il vento, ma anche lo scorrere dei fiumi ed il moto delle onde. Puntare sulle fonti rinnovabili, al momento relegate ad un ruolo di secondo piano, vuol dire produrre energia senza emettere gas serra, e quindi “mitigare” le emissioni globali.

Adattarsi ad un clima che cambia

L’altra faccia della medaglia è la necessità di “adattarsi” ad un clima che cambia. Nella pratica, ciò significa ridurre al massimo gli impatti del cambiamento climatico sul benessere dei cittadini, l’approvvigionamento delle risorse e la stabilità degli ecosistemi.

Dato che il cambiamento climatico riguarda moltissimi aspetti della nostra società, per gestirne bene gli effetti sarà fondamentale integrare politiche di adattamento in ogni settore: il lavoro da fare è moltissimo. Basta pensare alle conseguenze che il cambiamento climatico ha sull’agricoltura e l’allevamento (la siccità, la desertificazione) ma anche sulla pesca (lo scioglimento dei ghiacciai, l’acidificazione degli oceani) per capire che dovremmo affrontare temi fondamentali come la povertà, la sicurezza alimentare e la scarsità d’acqua. A ciò si aggiungono le sfide urbanistiche ed ingegneristiche per evitare che città come Venezia, New York o il Cairo subiscano gli effetti dell’innalzamento del livello del mare.

Ci sono poi i danni più visibili, quelli causati da eventi metereologici estremi: ad alluvioni ed uragani più intensi andranno contrapposte nuove infrastrutture (ad esempio delle strade con miglior capacità di drenaggio o resistenza al vento), mentre ad incendi più frequenti sarà necessario rispondere con sistemi di evacuazione più efficaci, per evitare tragedie come quella occorsa in Grecia l’estate scorsa.

Abbiamo solo grattato la superficie di una sfida tutt’altro che semplice. E non è tutto: nonostante conosciamo gli effetti generali, adattarsi al cambiamento climatico richiederà un’estrema attenzione alle soluzioni locali, perché questi cambiamenti hanno dei risvolti specifici a seconda del luogo e del contesto in cui avvengono. Gli incendi aumenteranno significativamente nell’area mediterranea, mentre la Germania sarà più facilmente soggetta ad alluvioni: Roma e Atene dovranno rispondere diversamente da Berlino, ma la struttura particolare delle stesse capitali italiana e greca le costringerà a reagire agli incendi diversamente. Va studiata una soluzione ad hoc per ogni contesto: ed è forse proprio sulla ricerca e l’educazione che bisogna investire di più per vincere questa battaglia.

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