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“Ritornare” al Pleistocene per salvare la tundra siberiana

“Ritornare” al Pleistocene per salvare la tundra siberiana

La capacità dei grandi erbivori di modificare la vegetazione e le condizioni della neve potrebbe ridurre il progressivo surriscaldamento della tundra siberiana.

di Virginia Mattioda

 

Rigidi inverni 

La tundra siberiana è un’ecoregione situata nel nord della Russia a latitudini sub polari ed è nota per i suoi inverni lunghi e rigidi, con temperature che arrivano fino a – 40°C ed estati in cui la media non supera i 10°C. Nonostante ciò, anche in quest’area del pianeta c’è vita: renne (Rangifer tarandus), buoi muschiati (Ovibos moschatus) e cavalli yakut (Equus caballus) sono solo alcune delle coraggiose specie in grado di sopportare queste rigide condizioni. Durante i sette mesi invernali, infatti, intense nevicate rendono questi territori un’unica e sconfinata distesa bianca, su cui gli animali sono costretti a camminare per chilometri e chilometri, spostandosi in cerca di cibo.

 

Il potere riflettente della neve

Questi vasti territori innevati, che di primo impatto potrebbero risultare ostili alla vita sulla terra, sono in realtà fondamentali a quest’ultima perché permettono di riflettere e quindi disperdere in atmosfera circa l’80-90% della luce irradiata dal sole. È il cosiddetto effetto albedo, secondo cui più una superficie è bianca, come in questo caso la neve, maggiore è il suo potere riflettente che le consente di “respingere” verso l’alto quasi tutta la luce scaricata addosso dal sole. Questa è una caratteristica fondamentale per limitare il surriscaldamento del Pianeta Terra. Purtroppo però, negli ultimi cinquant’anni, la temperatura media nelle regioni artiche è aumentata di circa due gradi a causa dei cambiamenti climatici  dovuti  alle attività umane, riducendo così le superfici bianche di queste regioni e quindi l’albedo del nostro pianeta.

 

Pascolare in lungo e in largo

Serve dunque una soluzione. Ma in che modo le renne e gli altri grandi erbivori potrebbero aiutarci? Semplicemente pascolando alla ricerca di cibo. Grandi mandrie, costrette a spostarsi per chilometri e chilometri sia per cercare cibo che per scappare da predatori sempre in agguato  (come il lupo grigio siberiano), calpestano lo strato nevoso e creano una copertura uniforme e compatta che isola termicamente il terreno sottostante, diminuendone la profondità di scongelamento. Ma non solo! Anche durante l’estate, quando la neve finalmente si scioglie, gli erbivori modificano la vegetazione della tundra artica riducendo la quantità di alberi, arbusti e zone paludose, a favore di una vegetazione prevalentemente erbosa. 

Ingegneri dell’ecosistema

Numerosi studi scientifici dimostrano che questi cambiamenti nella vegetazione della tundra da parte dei grandi erbivori hanno portato a un sostanziale aumento dell’albedo sia invernale che estiva. D’inverno, infatti, gli animali facilitano il raffreddamento del suolo, compattando lo strato nevoso e riducendo il volume d’aria intrappolato tra la neve. In estate, invece, calpestano ed eliminano gli arbusti che, con il loro colore scuro, tratterebbero una maggior quantità di calore rilasciato dal sole. Insomma, le renne, i buoi e i cavalli sono fondamentali per mantenere in salute la tundra siberiana, grazie ad un’attività di raffreddamento dell’intero ecosistema.

 

Il Parco del Pleistocene

La composizione della vegetazione e le condizioni della neve influenzano le temperature della superficie artica e, come abbiamo visto sopra, entrambe sono a loro volta influenzate dai grandi erbivori. Non a caso, nei pressi di Chersky, un’area della Siberia nord-orientale in cui il surriscaldamento globale si fa particolarmente sentire, è nato un progetto di rewilding: il Parco del Pleistocene. L’obiettivo, è reintrodurre in questa regione grandi erbivori capaci di ristabilire l’ecosistema e influenzarlo positivamente, proprio come un tempo faceva la megafauna del Pleistocene, tra cui i famosi mammut. I risultati indicano infatti che l’effetto degli erbivori può potenzialmente essere abbastanza grande da avere conseguenze a livello regionale, fornendo così uno strumento per il contrasto al riscaldamento del pianeta. Insomma, occorre ridare spazio e vita alla natura in tutte le sue forme, perché è solo grazie a lei che possiamo sperare di continuare a vivere sulla terra per come la conosciamo. Riusciremo, dunque, a ridare alla natura lo spazio che merita?

 

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