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Salvarci da noi stessi

Salvarci da noi stessi: il mito dell’innovazione e delle soluzioni tecnologiche

Innovazione e regolamentazione vengono percepiti come valori in competizione, nel migliore dei casi; in conflitto, nel peggiore. È una falsa dicotomia, abbiamo bisogno di entrambi per salvarci dagli effetti peggiori della crisi climatica e, in ultima analisi, da noi stessi.

 

di Giordano Zambelli

Grafiche di Cecilia Brugnoli

 

L’intreccio tra innovazione e regolamentazione

Milioni di persone ogni mattina salgono sulla propria automobile, percorrono trafficati reticoli urbani in orario di punta, raggiungono il proprio luogo di lavoro. Ripetono la stessa operazione a ritroso, la sera. Nonostante questo regime giornaliero di esodo e controesodo comporti una serie di rischi per l’incolumità delle persone coinvolte, nel complesso lo scorrere del traffico urbano e interurbano si svolge in maniera per lo più pacifica. L’esperienza collettiva di manovrare sofisticate scatole di lamiera a velocità sostenute e in spazi ridotti viene vissuta come regolare routine impiegatizia. 

 

Ciò che spesso tendiamo a dimenticare è che i viaggi in auto sono considerati a basso rischio solo grazie all’effetto combinato di due fattori: un sistema complesso di regolamentazioni che disciplinano il comportamento degli automobilisti e la dotazione, nelle automobili, di tecnologie (da piuttosto rudimentali a molto avanzate) che riducono notevolmente i fattori di rischio associati all’uso di veicoli motorizzati. Se vi invitassero ad avventurarvi in una città senza semafori, limiti di velocità e precedenze, vi basterebbe allacciare la cintura e sapere di essere dotati di airbag per sentirvi sicuri? E se, al contrario, vi invitassero ad avventurarvi in una città regolata dal codice stradale, ma con una macchina senza cintura e senza airbag, vi sentiresti sufficientemente sicuri? Pressoché nessuno considera il problema della propria incolumità nel traffico come risolvibile in maniera esclusiva dalla tecnologia o dal codice stradale. Accettiamo serenamente, oltre che per lo più inconsapevolmente, il fatto che entrambi siano complementari e necessari.

 

In molti altri contesti, tuttavia, è facilmente osservabile come un simile consenso sia tutt’altro che scontato: innovazione e regolamentazione vengono percepiti come valori in competizione, nel migliore dei casi; in conflitto, nel peggiore. Il dibattito sulle misure che l’umanità dovrebbe prioritizzare per contrastare gli effetti peggiori del cambiamento climatico è un esempio da manuale.

 

Soluzione che trovi, problema che incontri

L’automobile offre di nuovo un ottimo punto di partenza per inquadrare la questione. Il motore termico, di cui sono dotate la maggior parte delle auto in circolazione, consuma carburanti ottenuti da combustibili fossili che una volta bruciati generano, tra le altre cose, CO², uno dei più importanti gas climalteranti. L’alternativa al motore termico, da un punto di vista tecnologico, esiste già: si tratta del motore elettrico. 

 

Un mix di investimenti privati e sussidi pubblici hanno reso questa tecnologia sempre più competitiva negli ultimi decenni. Nel 2022, nell’Unione Europea, le vendite di auto elettriche hanno rappresentato quasi il 18% del totale delle auto vendute. Di recente, una serie di ulteriori incentivi alla transizione verso il motore elettrico sono state messi in moto sia dal governo USA sia dalla Commissione Europea

 

Ma anche ipotizzando che a livello globale riuscissimo a convertire in brevissimo tempo una grande fetta del parco auto all’elettrico non eluderemmo, almeno nel breve termine, il problema delle emissioni fossili, necessarie per supportare i processi di produzione delle auto elettriche. Ci troveremmo poi di fronte alla questione del mix energetico dei singoli paesi, siccome non è scontato che l’elettricità necessaria ad alimentare le auto elettriche sia prodotta senza considerevoli emissioni di CO². Inoltre, nonostante la crescita del mercato dell’elettrico, il motore termico rimane ad oggi di gran lunga dominante nel contesto delle auto in circolazione: in Germania, per prendere l’esempio di un paese molto legato al possesso di automobili, la percentuale di auto private elettriche a gennaio 2023 era di circa il 2%.

 

Considerando che ridurre drasticamente le emissioni di gas climalteranti è una priorità urgente, è intuitivo immaginare che il processo di innovazione tecnologica debba essere accompagnato da una serie di misure ‘comportamentali’. Il che, nel caso del trasporto privato, implicherebbe la concomitanza di innovazione e politiche di diversificazione delle modalità di trasporto urbano ed extraurbano, come suggerito dalla maggior parte di esperti e studiosi del tema. La centralità dell’auto nell’organizzazione dello spazio pubblico potrebbe essere ridotta, come già sta accadendo in molte città Europee, potenziando le infrastrutture di trasporto pubblico e incentivando forme di trasporto pedonale e ciclabile. 

 

 

Considerando che le auto private sono la causa del 12% delle emissioni totali dell’Unione Europea, si tratta di un’area in cui è possibile ottenere un impatto considerevole. E infatti l’IPCC, nel suo ultimo report, parla esplicitamente della necessità di politiche che incentivano in maniera sistematica i cambiamenti di comportamenti, stili di vita e pratiche di consumo, oltre a quelle che sostengono il necessario sforzo di innovazione tecnologica. Questo vale per i trasporti così come per altre industrie, come quella della moda o quella alimentare. Introdurre politiche che limitano l’industria e la pratica del fast fashion o incentivano una dieta che implichi meno consumo di prodotti animali consentirebbe di ridurre notevolmente le attuali emissioni, senza grandi sforzi di innovazione tecnologica.

 

Il soluzionismo tecnologico

Solo nel corso dell’estate appena trascorsa il Canada è stato colpito da vastissimi incendi boschivi. In Spagna e Italia si è assistito a ondate di calore senza precedenti e precipitazioni torrenziali e distruttive. A Rodi e in altre isole dell’Egeo gli incendi hanno costretto le autorità a evacuare in massa i residenti e i turisti. In Cina e India le temperature hanno raggiunto livelli talmente alti che in alcune città cinesi sono stati aperti i rifugi sotterranei antibomba per dare un po’ di sollievo ai cittadini. Molti di questi eventi sono già stati attribuiti al cambiamento climatico, ma anche in assenza di attribuzione ufficiale è evidente che questi sono esattamente gli scenari di cui gli scienziati ci hanno avvertito per anni. 

 

Nonostante il livello considerevole di rischio associato a fenomeni climatici estremi, già oggi, le misure comportamentali di contrasto al riscaldamento climatico continuano a incontrare una serie di resistenze sul piano politico e dell’opinione pubblica. Il punto non sarebbe rinunciare tout court al nostro stile di vita, né transitare verso forme di pianificazione economica rigida o di smantellamento del libero mercato o addirittura verso una regressione economica, come molti, in maniera fallace, paventano. Il punto sarebbe chiedersi: siamo disposti a credere che basti l’innovazione tecnologica per continuare ad agire indisturbati secondo la nostra routine globale di produzione e consumo? 

 

Affidarsi esclusivamente all’innovazione tecnologica per il raggiungimento di un obiettivo complesso è un atteggiamento noto come soluzionismo tecnologico. Stiamo assistendo alla più recente manifestazione di questo approccio di fronte ai recenti sviluppi dei modelli di intelligenza artificiale, promossi dall’industria tecnologica e dalle maggiori compagnie di consulting come potenziali soluzioni al cambiamento climatico. Al di là della natura spesso ancora ipotetica delle modalità effettive di impiego per la causa climatica di tali tecnologie, il nocciolo della questione è che l’intelligenza artificiale viene promossa come decisiva nel supportare i processi decisionali. Ci viene spiegato che dotarsi di tecnologie sempre più sofisticate permetterà di trovare percorsi più efficienti e rapidi verso nuove soluzioni. Ma, come ammoniva di recente Naomi Klein, scrittrice e attivista statunitense, non è tanto la strategia o i dati che ci mancano, quanto la volontà politica.

 

 

Soluzioni al soluzionismo?

L’evidenza a nostra disposizione è che al netto dei progressi tecnologici già conquistati nel percorso di decarbonizzazione, le emissioni globali continuano a crescere e la finestra di azione per evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico si sta riducendo. 

 

È vero che la crescita delle emissioni è stata guidata da alcuni paesi con economia emergente, negli ultimi anni. È tuttavia altrettanto vero che i paesi del blocco atlantico, oggi maggiori fautori della decarbonizzazione, sono quelli che hanno storicamente contributo alla maggior parte delle emissioni globali dall’inizio del periodo pre-industriale. E se si guarda ai consumi, e non solo ai processi produttivi, questi sono i paesi che continuano a beneficiare di una grossa fetta della produzione industriale che avviene nel resto del mondo, contribuendo quindi indirettamente a queste emissioni. L’esempio classico sono le magliette usa e getta prodotte in Cina, vendute poi nelle catene di negozi di tutto l’occidente, con annesse emissioni legate ai trasporti marittimi. 

 

Dunque al di là del progresso tecnologico, è chiaro che esiste il tema degli stili vita e delle prassi di consumo che molti attori economici dei paesi occidentali hanno interesse a voler preservare, dal trasporto, al cibo, alla moda.

 

Come cittadini ci troviamo tra l’incudine e il martello. Da un lato il nostro futuro eroso dal deteriorarsi delle condizioni climatiche del pianeta, dall’altro la complicità con un sistema da cui la nostra sussistenza dipende. Eppure, un margine di azione esiste, nella consapevolezza del nostro ruolo sia come consumatori, ma soprattutto come attori politici, che possono informarsi, votare, protestare, organizzarsi per il supporto di soluzioni strutturali che implichino anche il ripensamento dei nostri comportamenti collettivi, delle nostre prassi di consumo, del nostro stile di vita. 

 

Ancora una volta un esempio dal mondo della mobilità offre un’idea. È noto il caso della città di Amsterdam che è passata dall’essere invasa dalle macchine a seguito del boom economico degli anni ‘50, a diventare un esempio di mobilità sostenibile a partire dagli anni ‘70. Non grazie ad una qualche sofisticata ricetta di innovazione tecnologica, ma grazie ad anni di attivismo e disobbedienza civile organizzata che hanno portato l’amministrazione a varare degli ambiziosi piani di riduzione dello spazio urbano allocato alle automobili e potenziamento delle infrastrutture ciclo-pedonali. Non ci sono soluzioni semplici, ma sappiamo quanto possa cambiare le carte in tavola il superamento della nostra dimensione individuale e lo sforzo nell’azione collettiva verso soluzioni strutturali.

 

Amsterdam nel 1971 e nel 2020. Credits to https://schlijper.nl/

 

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  • Giordano Zambelli

    Giordano è un ricercatore presso l'università fiamminga di Bruxelles (VUB), dove si occupa di innovazione nel giornalismo, sia dal punto di vista delle sfide tecnologiche che dei modelli editoriali.

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