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La morte dell’Artico

La morte dell’Artico

Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito all’inesorabile scomparsa del ghiaccio marino del Mar Artico, ormai navigabile nei mesi estivi. Facciamo chiarezza sull’entità del fenomeno e sulle conseguenze che può avere per il pianeta.

di Luca Famooss Paolini

Quante volte abbiamo visto in rete, sui giornali o in televisione la foto di un imponente orso polare giacere su un esile pezzo di ghiaccio vagante in mare aperto? E quante volte abbiamo pensato: “Poveri orsi! Non se la passano poi così tanto bene per questa storia del riscaldamento globale!”. 

 

Ecco: per quanto quello della tutela della biodiversità non sia un problema di poco conto, forse varrebbe la pena preoccuparsi anche di quello che sta sotto le zampe degli animali artici: il ghiaccio marino. I dati purtroppo sono inequivocabili: gli ultimi 40 anni sono stati testimoni di una inesorabile scomparsa del ghiaccio marino del Mar Artico, principalmente a causa del riscaldamento globale. Se sino a qualche decennio fa lo scenario del Mar Artico privo di ghiaccio poteva essere solo l’ambientazione di qualche film di fantascienza, oggi è divenuto quasi una realtà in alcuni periodi dell’anno. In questo articolo vogliamo riportare qualche dato più specifico sulla “morte dell’Artico” (per parafrasare le parole del climatologo statunitense Mark Serreze) e discutere le implicazioni che potrebbe avere sul futuro del nostro pianeta.

 

La scomparsa del ghiaccio marino

Dal 1979 ad oggi, l’estensione areale del ghiaccio marino nel Mar Artico si è ridotta del 14% circa nel mese di Marzo (mese di riferimento per la stagione invernale) e del 50% circa nel mese di Settembre (mese di riferimento per la stagione estiva), con una perdita media annua di circa 83.000 km2. L’estensione minima è stata registrata nel drammatico 2012, quando il ghiaccio estivo è praticamente scomparso. Per chi fosse interessato a visualizzare in modo interattivo i dati di estensione del ghiaccio marino dal 1979 al 2021 consigliamo questo link.

 

 

Tutto ciò diventa ancor più preoccupante se consideriamo il fatto che il ghiaccio non sta solo scomparendo ma anche “ringiovanendo”. Che vuol dire? Assieme all’estensione, uno degli indici più importanti che gli scienziati adoperano per studiare lo stato del ghiaccio marino è il suo spessore, che viene adoperato per stimarne l’età. Conoscere l’età, ossia lo spessore, di una porzione di ghiaccio marino è estremamente rilevante in quanto ci fornisce importanti informazioni sulla sua resistenza alla rottura e allo scioglimento. Per semplificare, più un pezzo di ghiaccio è giovane più è sottile e fragile; più è antico, più è spesso e resistente. 

 

Ebbene, secondo le stime della Amministrazione Nazionale Oceanica e Atmosferica degli Stati Uniti (NOAA), nei primi anni ‘80 lo strato ghiacciato che copriva il Mar Artico nei mesi invernali era costituito per circa il 33% da ghiaccio con età maggiore ai 4 anni e quindi particolarmente robusto, solido, capace di resistere sia a forti sbalzi termici che al periodo estivo. Oggi questa percentuale è scesa a circa l’1%. La presenza di ghiaccio stagionale, ossia ghiaccio che si forma ogni anno per poi sparire l’anno successivo, è invece cresciuta sino al 70%. 

 

 

Questo significa che il ghiaccio marino dell’Artico sta diventando più instabile e sensibile all’innalzamento delle temperature oceaniche e atmosferiche, vedendo scendere drasticamente le sue possibilità di sopravvivenza. Quindi non facciamoci ingannare dal Mar Artico tutto bello bianco in inverno: la probabilità di vedere il ghiaccio scomparire alla prima folata di vento caldo o, al massimo, con l’avvento dell’estate successiva, è davvero molto alta. 

 

I cambiamenti nell’estensione e nello spessore del ghiaccio marino possono essere interpretati anche come variazioni di volume. E’ così che nasce il famoso grafico denominato la spirale della morte Artica”, dal quale si evince che dal 1979 al 2020 vi è stata una perdita di volume di ghiaccio pari a circa il 40% nel mese di Marzo e l’80% nel mese di Settembre. Bhe! Numeri abbastanza importanti. 

 

Fonte: “Arctic Death Spiral” © 2021 Andy Lee Robinson @ahaveland © 2021 Ben Horton www.arcticdeathspiral.org

 

Quali sono le conseguenze sul pianeta?

Le conseguenze di questa “moria” glaciale sono davvero infinite. La prima è l’incremento del livello del mare, giusto?…Errato! Come abbiamo avuto modo di spiegare in un nostro precedente articolo, il ghiaccio marino non è altro che acqua di mare congelata. Sciogliendosi non apporterebbe alcuna massa di acqua aggiuntiva al mare e quindi nessun aumento del suo livello. (Ad aumentare il livello del mare, piuttosto, è lo scioglimento del ghiaccio continentale, che dalla terraferma confluisce al mare).

 

La scomparsa del ghiaccio marino ha invece un impatto enorme sulla albedo della Terra, ossia la frazione di energia solare che il nostro Pianeta riflette rispetto a quella incidente. Meno ghiaccio marino significa meno superficie bianca dall’elevato potere riflettente e quindi più superficie oceanica scoperta, che tende ad assorbire la radiazione solare. E’ proprio così che si instaura uno dei meccanismi di retroazione positiva più pericolosi del sistema climatico: meno ghiaccio marino, più energia solare assorbita dalla Terra; più energia solare assorbita, maggiore temperatura atmosferica e oceanica; maggiore temperatura, meno ghiaccio marino; e così via.

 

Un oceano più caldo aumenta anche il rischio di scongelamento del permafrost che si trova nei fondali marini artici poco profondi. Il permafrost è una grande riserva di carbonio e la sua destabilizzazione potrebbe rilasciare in atmosfera ingenti quantità di metano, un potente gas serra, esacerbando ancora di più il meccanismo di retroazione positiva descritto sopra.

 

Altra conseguenza potrebbe essere il rallentamento della “Circolazione Meridionale Capovolta”, un complesso sistema di correnti oceaniche che mette in comunicazione le acque dell’intero globo e che ha impatti profondissimi sul clima del nostro bel Pianeta. Questa circolazione esiste grazie allo scorrimento di acque calde e poco dense in superficie e allo scorrimento di acque fredde e molto dense sul fondo degli oceani. Lo scioglimento del ghiaccio marino (così come quello di terra) sta indebolendo questa ultima componente della circolazione, riversando negli oceani grandi quantità di acqua “dolce” e meno densa rispetto a quella marina, che quindi non riescono a inabissarsi e fluire sui fondali oceanici. 

 

Infine gli scienziati si aspettano profonde modifiche delle interazioni nella catena alimentare. Per fare un esempio, la popolazione di balene nell’Artico è aumentata notevolmente negli ultimi 30 anni. L’incremento è stato dovuto alla maggiore attività dei plancton per la maggiore disponibilità di luce solare indotta dalla mancanza di ghiaccio marino.

 

La corsa all’Artico

Il Mar Artico libero da ghiacci non sembra però dispiacere a tutti. Le opportunità economiche che stanno emergendo fanno della zona artica un’area altamente strategica dal punto di vista geopolitico e le tensioni tra i paesi interessanti stanno crescendo di anno in anno. 

 

Meno ghiaccio significa nuove rotte marittime commerciali da oriente a occidente, molto più brevi, agevoli ed economiche rispetto al noto canale di Suez. Parallelamente, pone condizioni migliori per lo sfruttamento di importanti giacimenti di petrolio e gas naturale. Secondo una stima della United States Geological Survey (USGS), l’area del circolo polare Artico potrebbe ospitare all’incirca il 30% delle riserve di gas e il 13% delle riserve di petrolio non ancora sfruttate a livello globale. Insomma, gli interessi in gioco sono talmente tanti che oramai si parla di una vera e propria “corsa all’Artico”.

 

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