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Se l’Amazzonia brucia

Dalla Siberia al Congo, dall’Indonesia all’Alaska, l’estate del 2019 è stata costellata di incendi. Le fiamme che hanno assalito l’Amazzonia hanno ricevuto però una particolare attenzione mediatica e sono entrate nel cuore del dibattito politico durante il G7 di Biarritz, il forum delle sette economie più sviluppate del pianeta. Articoli sensazionalistici e dati spesso discordanti hanno seminato parecchia confusione sulle cause e le conseguenze di tali incendi. Questo articolo prova a mettere ordine tra le tante informazioni disponibili in rete, facendo chiarezza sulla situazione della foresta brasiliana e sul suo ruolo nei complessi meccanismi del cambiamento climatico.

 

Cominciamo dall’inizio: cosa è successo in Brasile?

A partire dal mese di luglio, enormi incendi sono divampati nelle fertili terre brasiliane. Le fiamme sono avanzate in modo inarrestabile per settimane, emettendo nuvole di fumo che per alcune ore hanno addirittura oscurato il cielo di San Paolo, a centinaia di chilometri di distanza. Alcuni degli stati brasiliani più colpiti – tra cui quello di Amazonas – si sono trovati costretti a dichiarare lo stato di emergenza.

Gli incendi hanno interessato un’area molto ampia, che va ben oltre il territorio dell’Amazzonia brasiliana, toccando foreste e terre coltivate in Bolivia, Paraguay, Perù, Argentina, Colombia e Venezuela. Tuttavia, gli incendi in Brasile hanno catalizzato l’attenzione per due ragioni particolari. La prima è che il Brasile racchiude entro i suoi confini oltre il 60% della superficie della foresta amazzonica, la foresta pluviale più grande del mondo. La seconda è che, benché gli incendi nella regione siano un evento ricorrente, quest’estate il loro numero e la loro intensità sono stati decisamente più alti rispetto agli ultimi anni.

 

Gli incendi in Amazzonia: una storia di lunga data

Gli incendi che periodicamente colpiscono l’Amazzonia sono per lo più causati volontariamente da agricoltori e contadini, che in Brasile come altrove utilizzano il fuoco per disboscare e rendere la terra adatta ad agricoltura ed allevamento. Si tratta di una pratica problematica quanto comune, che si ripete ogni anno durante la stagione più secca, tra giugno e novembre. A questi incendi “agricoli”, solitamente appiccati su piccola scala, si aggiungono poi altri incendi illegali causati da speculatori e proprietari terrieri che, disboscando, fanno aumentare il valore di mercato delle proprie terre. E’ bene tenere a mente, quindi, che gli incendi in Amazzonia sono perlopiù causati dall’uomo per ragioni produttive ed economiche, e non hanno quindi nulla a che vedere con gli incendi che hanno colpito la Siberia e la Groenlandia, generati in gran parte da siccità, fulmini ed altri eventi naturali.

Nonostante gli incendi in Amazzonia siano un problema ricorrente, quest’estate il loro numero ha raggiunto livelli che non si vedevano da anni, destando la legittima preoccupazione delle popolazioni indigene dell’Amazzonia e di tanti altri cittadini – brasiliani e non – preoccupati per le sorti del “polmone verde” del nostro pianeta. Infatti, tra gennaio e settembre, il Brasile ha registrato un totale di 137.935 incendi, di cui circa la metà nella foresta amazzonica. Secondo il Global Fire Atlas della NASA, sia il numero che l’intensità degli incendi che hanno colpito l’Amazzonia sono stati molto più alti della media. I dati satellitari raccolti dalla NASA dimostrano anche che le emissioni di CO2 causate dagli incendi nello stato brasiliano di Amazonas hanno battuto il record degli ultimi 16 anni. 

 

Prima di proseguire, è necessario fare una precisazione: non tutta la deforestazione è causata dagli incendi – le cause possono essere altre – e non tutti gli incendi si verificano in aree ricoperte dalla foresta. Nonostante questo, gli eventi di quest’estate sono allarmanti: dopo i terribili incendi del 2005 e del 2007, il Brasile era riuscito a mettere in piedi un minuzioso sistema di tutela della foresta amazzonica, che aveva ridotto il tasso di deforestazione tra il 75 e l’80%. Nonostante il suo successo, da qualche anno a questa parte assistiamo all’erosione di questo sistema di tutela. L’impegno per la protezione della foresta è venuto via via a mancare già a partire dal 2015, ma è con l’inizio del 2019 – con l’arrivo al potere di Jair Bolsonaro – che gli incendi in Amazzonia hanno registrato una vera e propria impennata.

 

Il Brasile di Bolsonaro

Fin dai primi giorni della campagna elettorale, Bolsonaro ha sostenuto la necessità di rivedere la legislazione ambientale brasiliana, in modo da permettere lo sviluppo economico delle terre oggi occupate dalla foresta pluviale. Le ricche e fertili terre amazzoniche fanno certamente gola a molti, a partire dall’industria del legno, l’industria estrattiva e quella dell’energia idroelettrica. Ma il settore più importante ad avere interessi economici in Amazzonia è proprio quello dell’agricoltura e dell’allevamento – il cosiddetto agribusiness – che vanta una lobby rinomatamente potente in Brasile.

Bolsonaro e alcuni dei suoi ministri – incluso il Ministro dell’Ambiente Ricardo Salles – hanno diversi legami con questo settore ed hanno più volte promosso – con le parole e con i fatti – l’alleggerimento di numerose regolamentazioni ambientali (come quelle sulla caccia e sui pesticidi), favorendo così la lobby dell’agribusiness. L’aumento degli incendi in Amazzonia è da leggersi quindi in questo quadro: le fiamme disboscano e “puliscono” terreni che possono così essere sfruttati per l’agricoltura industriale, ed in particolare per le monocolture di soia destinate ad essere esportate come mangime per il bestiame in tutto il mondo – Italia inclusa.

 

Il delicato legame tra le foreste e il cambiamento climatico

Ettari di foreste in fiamme, potenti lobby e de-regolamentazione ambientale…ma facciamo un passo indietro: qual è l’impatto degli incendi in Amazzonia sul cambiamento climatico?

Come sappiamo, il cambiamento climatico è alimentato dall’eccessiva presenza di gas serra nell’atmosfera, primo tra tutti il diossido di carbonio (CO2), che le foreste contribuiscono a ridurre. Le piante infatti sono in grado di assorbire e trattenere grandi quantità di CO2, agendo così come veri e propri serbatoi (carbon sinks). Attraverso la fotosintesi, la CO2 assorbita è poi convertita in carbonio, che viene immagazzinato nel legno e nel suolo delle foreste. 

Non tutte le foreste sono però uguali, ed alcune assorbono CO2 più velocemente di altre. Per farsi un’idea del ruolo della foresta amazzonica, basti pensare che attualmente essa trattiene circa 90 miliardi di tonnellate di carbonio e che, ogni anno, sottrae circa altri 2 miliardi di tonnellate di CO2 dall’atmosfera. Questo dato è particolarmente interessante se si considera che le emissioni globali di CO2 equivalgono a circa 40 miliardi di tonnellate all’anno.

Se le foreste assorbono CO2, la deforestazione, al contrario, contribuisce enormemente all’emissione di gas serra nell’atmosfera. Secondo le stime della FAO, la deforestazione è responsabile dell’emissione di quasi 6 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno; ciò significa che, a livello globale,essa contribuisce a circa il 15% delle emissioni totali di CO2.

 

Riflessioni

Innanzitutto, è fondamentale concentrarsi sulla conservazione delle foreste, che rappresentano serbatoi insostituibili per assorbire i gas serra che emettiamo nell’atmosfera, e che possono contribuire fino al 25% degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Allo stesso tempo, i serbatoi rappresentano solo una faccia della medaglia. L’altra, altrettanto fondamentale, è la necessità di ridurre le emissioni di gas serra. Solo con una riduzione sostanziale delle emissioni possiamo quindi sperare di contenere l’aumento delle temperature entro soglie relativamente “sicure”.

In terzo luogo, è importante riflettere sulle cause profonde del problema: la protezione dell’Amazzonia non può prescindere da un sistema di produzione e consumo alimentare più sostenibile.  Infine, per mettere in moto azioni concrete, è sicuramente necessaria la volontà politica – in Brasile come negli altri paesi che amministrano queste foreste – di fare investimenti sostenibili e a lungo termine, di accogliere e incoraggiare la cooperazione internazionale, e di scoraggiare quelle pratiche e dinamiche – come gli incendi illegali – che degradano le foreste. Affinché ciò avvenga, è però necessario un impegno politico, economico e finanziario che vada al di là delle frontiere brasiliane e che coinvolga tutti i paesi; un po’ perché le scelte politiche di un paese dipendono fortemente dal contesto politico-economico globale, un po’ perché, quando parliamo di cambiamento climatico, siamo davvero tutti nella stessa barca

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