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Il cambiamento comincia dalla nostra dieta

Il cambiamento comincia dalla nostra dieta

I sistemi alimentari sono responsabili del 30% delle emissioni di gas serra. Ma consumare responsabilmente, nel solco tracciato da iniziative come Too Good to Go e Slow Food, può aiutare ad invertire la rotta.

di Alberto Arcà

Il cibo è un aspetto essenziale della nostra quotidianità e cultura. Eppure, troppo spesso dimentichiamo che ciò che ogni giorno compriamo al supermercato e mettiamo sulle nostre tavole ha un enorme impatto climatico. Secondo uno studio del Gruppo Consultivo per la Ricerca Internazionale sull’Agricoltura (CGIAR), i cosiddetti “sistemi alimentari” (“food systems” in inglese) sono responsabili per circa il 30% delle emissioni antropogeniche di gas serra.

 

Per mitigare i cambiamenti climatici sarà quindi fondamentale diminuire drasticamente le emissioni provenienti dai sistemi alimentari. L’impresa diventa ancora più ardua se consideriamo che la produzione di cibo a livello globale è destinata ad aumentare per sostenere la rapida crescita demografica (nel 2050 saremo quasi 10 miliardi). Più bocche da sfamare, emettendo molto di meno. Una sfida epocale alla quale possiamo partecipare anche noi, ogni giorno, riflettendo su cosa mettere nel carrello della spesa.

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L’impatto dei sistemi alimentari: gas serra e biodiversità

Cominciamo dalle basi. Per “sistema alimentare” intendiamo l’intera filiera del cibo: coltivazione e allevamento, mietitura e lavorazione, imballaggio e trasporto fino al consumo e smaltimento dei rifiuti. 

 

Come già accennato, il principale impatto ambientale dei sistemi alimentari è l’emissione di gas serra. Il seguente grafico, basato su una ricerca di Science, mostra in che percentuale le diverse fasi del sistema agroalimentare contribuiscono all’impatto climatico.

 

La filiera legata ai prodotti di origine animale (vale a dire carne, uova e prodotti lattiero-caseari) è la ragione principale dietro questi effetti indesiderati. Sempre secondo Science, la produzione di carne e latticini utilizza l’83% dei terreni agricoli e produce il 60% delle emissioni di gas serra dell’intero settore agricolo. In particolare, la produzione di carne è responsabile del 30% delle emissioni globali di metano (CH4), un gas serra di 28-36 volte più potente dell’anidride carbonica. A queste si aggiungono alcune fonti indirette di emissioni, come la distruzione di foreste e boschi – importanti serbatoi di carbonio – per creare spazi dedicati a pascoli e monocolture destinate a sfamare gli animali.

 

Un altro fattore nocivo per il clima, all’interno dei sistemi alimentari, è l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici. Oltre ad essere estremamente dannosi per le api, pesticidi e fertilizzanti rappresentano la fonte primaria di emissioni antropogeniche di protossido d’azoto (N2O), un gas serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica. Rispetto ai livelli pre-industriali, il livello di N2O nell’atmosfera è aumentato del 20%, con gravi conseguenze per lo strato di ozono e per il surriscaldamento dell’atmosfera. 

 

Un rimedio a questo fenomeno è l’agricoltura biologica, che evita l’impiego di pesticidi e fertilizzante. Oltre a diminuire le emissioni di N2O nell’atmosfera, l’agricoltura biologica aumenta la fertilità del terreno. Come documentato dal Rodale Institute, i rendimenti della produzione agricola biologica sono minori inizialmente, ma a lungo termine la migliore qualità del suolo incrementa la sua prolificità. Oltre ad essere più fertile, un terreno “sano” è anche un miglior serbatoio di carbonio. Certo, non si tratta di un percorso senza ostacoli: Nature Communications ha dimostrato, ad esempio, che convertire tutto il Galles e l’Inghilterra all’agricoltura organica potrebbe aumentare le emissioni, perché per sopperire ad un iniziale calo di produttività bisognerebbe destinare più spazi  all’agricoltura. 

 

Tuttavia, l’agricoltura biologica non è solo funzionale per ridurre le emissioni e migliorare la qualità del suolo, ma anche per salvaguardare la biodiversità dei nostri ecosistemi. Purtroppo, la globalizzazione dei sistemi alimentari e l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici hanno ridotto drasticamente la diversità di specie animali e vegetali. Eppure, secondo la FAO la biodiversità è fondamentale per la salvaguardia della sicurezza alimentare a livello globale. Meno biodiversità significa che piante ed animali sono più vulnerabili ai parassiti e alle malattie. Anche per questo motivo l’Unione Europea ha deciso di supportare l’agricoltura biologica lanciando, nel 2010, un logo (“eco-label” in inglese) che dà un’identità visiva coerente ai prodotti biologici. Più recentemente, nell’ambito del Green Deal, l’UE si è impegnata a raggiungere il 25% di terreni coltivati ad agricoltura biologica entro il 2030.

 

Al termine della filiera alimentare, il fattore più significativo è certamente lo spreco di cibo. Produciamo molto più cibo rispetto a quanto ne servirebbe per sfamare l’intera popolazione mondiale; eppure, l’insicurezza alimentare continua ad affliggere grandi regioni del mondo, come Africa e Asia. Circa un terzo di tutto il cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Oltre a rappresentare un inaccettabile paradosso morale, questo fenomeno ha un impatto significativo sul clima. Secondo il WWF, smettere di sprecare cibo significherebbe ridurre le emissioni derivanti dai sistemi alimentari di circa l’11%. A tal proposito, app come Too Good To Go tentano di ridurre lo spreco alimentare di bar, ristoranti e pizzerie dando loro l’opportunità di mettere in vendita i prodotti avanzati dalla giornata, che non potrebbero servire l’indomani, ad un prezzo ridotto.

 

Una soluzione a portata di mano: il consumo responsabile

Come consumatori, abbiamo tante opportunità per limitare l’impatto dei sistemi alimentari. In altre parole, possiamo utilizzare il nostro potere d’acquisto per ridurre concretamente la nostra impronta climatica. Idealmente, ogni alimento al supermercato dovrebbe avere un’etichetta che ne stabilisca l’impatto ambientale, come proposto da Joseph Poore, ricercatore dell’università di Oxford. Queste etichette non avrebbero neanche un costo eccessivo, dato che già esistono strumenti online, come Fieldprint e Cool Farm Tool, in grado di misurare gli impatti ambientali degli alimenti. Tuttavia, queste operazioni richiedono il coinvolgimento e coordinamento di aziende, governi o altri enti per essere messe in pratica. Nonostante ciò, esistono dei piccoli accorgimenti che possono rendere la tua dieta più sostenibile già da domani. 

 

Innanzitutto, ridurre il consumo di prodotti di origine animale e incrementare l’acquisto di prodotti biologici potrebbe non solo ridurre le emissioni, ma anche salvaguardare la biodiversità animale e vegetale. A questo proposito, Joseph Poore ha dichiarato che diminuire il consumo di carne potrebbe avere un impatto positivo molto più rilevante rispetto alla riduzione dei voli o dell’acquisto di un’auto elettrica. 

 

Inoltre, sebbene il trasporto rimanga piuttosto marginale sul totale delle emissioni delle filiere alimentari (6-10%), “mangiare locale” spesso riduce l’impatto ambientale dei prodotti, generando anche benefici economici, sociali e culturali. Occorre però fare attenzione: in alcuni casi, mangiare locale potrebbe addirittura aumentare le emissioni del prodotto. Ad esempio, importare lattughe spagnole nel Regno Unito durante i mesi invernali sarebbe fino a 8 volte meno inquinante rispetto alla produzione locale in serra. Ciò avviene perché noi consumatori abbiamo perso la percezione della stagionalità dei prodotti, pretendendo di averli disponibili tutto l’anno. Per avere effetti positivi, quindi, lo slogan “mangiare locale” deve essere accompagnato dal “mangiare stagionale”. 

 

Quando si parla di consumo responsabile, un esempio virtuoso è sicuramente Slow Food,   un’associazione italiana no-profit che è diventata un’etichetta di eccellenza in oltre 150 paesi. Questa iniziativa lavora in tutto il mondo per tutelare la biodiversità e mantenere vivi i sapori e piatti tradizionali. Dal 1986, lo Slow Food mira a rendere la filiera alimentare più corta e sostenibile, creando un network di produttori e consumatori responsabili. Oltre a supportare gli agricoltori che coltivano prodotti locali in maniera sostenibile, lo Slow Food ha generato una guida gastronomica che premia tutte le osterie che utilizzano e propongono questi prodotti nelle loro cucine. 

 

Come disse Ann Wigmore “il cibo che mangi può essere o la più sana e potente forma di medicina o la più lenta forma di veleno”. Una lezione che vale per la salute del nostro corpo quanto per quella del nostro pianeta in balìa dei cambiamenti climatici.

 

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