346. Marta Abba_Politica e attualità_Tartarughe, cloro e rigassificatori cosa sappiamo davvero sull’Adriatico-1-Copertina

Tartarughe, cloro e rigassificatori: nell’Adriatico galleggia il prezzo di una transizione frettolosa

Tartarughe, cloro e rigassificatori: nell’Adriatico galleggia il prezzo di una transizione frettolosa

La Sindrome della Tartaruga Debilitata torna a fare notizia nel nord Adriatico. Sullo sfondo, una transizione energetica fatta in emergenza e domande scientifiche ancora aperte.

Copertina di Viola Madau

Nel novembre 2025, una tartaruga marina di trenta centimetri viene trovata spiaggiata a Cattolica. Si chiama Romeo, è una Caretta caretta, e muore dieci giorni dopo nel centro di recupero della Fondazione Cetacea di Riccione. La necroscopia mostra organi quasi bianchi, squilibri renali, un sistema immunitario che aveva già smesso di funzionare. Sul carapace, una costellazione di cirripedi: il segno che l’animale non riusciva più a muoversi abbastanza da ripulirsi.

Romeo è uno dei 45 casi di Sindrome della Tartaruga Debilitata (DTS) registrati nel 2025 lungo la costa centro-settentrionale dell’Adriatico. Venticinque di questi sono morti.

Cos’è la DTS e perché è difficile da studiare

La DTS non è una malattia nel senso classico. Non ha un patogeno identificato, non è trasmissibile. È una sindrome: un insieme di sintomi che compaiono contemporaneamente — emaciazione, letargia, colonizzazione da epibionti, crollo immunitario, insufficienza renale, morte per fallimento multiorgano — senza che la causa sia ancora accertata con certezza scientifica.

Colpisce quasi esclusivamente esemplari giovani, tra i 15 e i 30 centimetri: la fascia dimensionale che non si è ancora spostata a cacciare sul fondale come gli adulti, ma si nutre in superficie, seguendo le correnti e intercettando ciò che il mare trasporta.

Proprio questa abitudine alimentare rende le giovani Caretta caretta particolarmente esposte a tutto ciò che galleggia: schiume, aggregati organici, residui di ogni tipo. Ma che cosa producono queste schiume, e da dove vengono, è ancora oggetto di discussione.

Una correlazione temporale non ignorabile

Quello che rende il fenomeno degno di riflessione è la distribuzione temporale dei picchi. La DTS nell’Adriatico non è distribuita uniformemente nel tempo: mostra picchi ben definiti. Oltre 113 casi documentati nel 2009, 18 nel 2021, 45 nel 2025.

Questi tre anni coincidono rispettivamente con l’avvio del terminale offshore Adriatic LNG di Porto Viro (2009), con il rigassificatore dell’isola di Krk in Croazia (2021), e con la messa in esercizio del rigassificatore galleggiante FSRU di Ravenna (2025).

Correlazione non è causalità. Questo è il punto di partenza di qualsiasi ragionamento serio. «Non possiamo affermarlo con certezza», dice Martina Monticelli, biologa marina della Fondazione Cetacea, «ma sono tre coincidenze in tre momenti diversi. È questo che ci spinge a studiare ulteriormente». Tre coincidenze in tre momenti distinti, su un bacino geograficamente circoscritto, rappresentano una segnalazione che la comunità scientifica non può liquidare senza indagini.

La Fondazione Cetacea collabora con l’Università di Bologna e ha commissionato necroscopie all’Università di Camerino. I campioni raccolti nell’estate e autunno 2025 — balani congelati, campioni fecali, tamponi orali, acqua prelevata vicino all’impianto FSRU — sono in fase di analisi. «Ci aspettiamo di trovare organoclorurati», spiega Sauro Pari, presidente della Fondazione Cetacea: composti che si formano quando il cloro reagisce con la materia organica presente in acqua e che potrebbero offrire un indizio sul meccanismo.

Il meccanismo ipotizzato: ciclo aperto e clorazione

Per capire perché il cloro sia al centro dell’ipotesi, bisogna capire come funziona un rigassificatore a ciclo aperto.

Il gas naturale liquefatto (LNG) viene trasportato a temperature criogeniche (circa −162°C) e deve essere riportato allo stato gassoso prima di essere immesso nella rete. Negli impianti a ciclo aperto — la tecnologia adottata da tutti e tre i terminali adriatici — questo avviene usando il calore dell’acqua marina come mezzo di scambio termico. L’acqua viene aspirata dal mare, trattata con biocidi a base di cloro per impedire la colonizzazione biologica delle tubazioni (biofouling), usata per riscaldare il gas, e poi scaricata.

La quantità di acqua movimentata è enorme. E il nord Adriatico è un mare biologicamente straordinario: l’apporto del Po crea condizioni di fertilità eccezionale, con concentrazioni di fitoplancton, larve e organismi microscopici molto più alte che nel mare aperto.

L’ipotesi di lavoro, non ancora dimostrata, è che la clorazione — anche rispettando i limiti di legge per le singole molecole misurate — possa produrre composti ossidanti secondari che danneggiano la rete trofica di superficie. I resti di organismi uccisi, combinati con altri materiali organici, contribuirebbero alla formazione di schiume persistenti. «Questa schiuma contiene nutrienti ma è anche veleno», spiega Pari. «I batteri non completamente uccisi si mescolano e diventano estremamente pericolosi». Le giovani tartarughe, nutrendosi in superficie, le ingerirebbero. Il danno non sarebbe acuto ma progressivo: riduzione della flora batterica intestinale, indebolimento immunitario, alterazione del metabolismo renale. Un ciclo che si autoalimenta.

L’alternativa tecnologica esiste ed è già in uso in Italia: il ciclo chiuso, dove il calore necessario alla rigassificazione viene prodotto bruciando una piccola quota del gas stesso (circa lo 0,87% del volume), senza prelievo né scarico di acqua marina. Il primo terminale italiano, Panigaglia a La Spezia, opera in questo modo dagli anni Settanta. «Dal punto di vista dell’ambiente marino, tutto si gioca su quello 0,87%», osserva Carlo Franzosini, biologo marino dell’Area Marina Protetta di Miramare a Trieste. «Su milioni di metri cubi l’anno, quella quota vale cifre importanti. È il denaro che le aziende difendono con il ciclo aperto». La differenza di costo operativo tra le due soluzioni è la ragione economica per cui l’industria preferisce il ciclo aperto.

Il contesto: una transizione energetica sotto pressione

È impossibile analizzare questa vicenda senza considerare il quadro in cui si inserisce. Nel febbraio 2022, l’invasione russa dell’Ucraina e le successive sanzioni resero urgente per l’Italia ridurre la dipendenza dal gas di Mosca, che all’epoca copriva circa il 40% del fabbisogno nazionale. Il governo Draghi incaricò il colosso italiano dell’infrastruttura energetica Snam di acquisire due unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione (FSRU). Il Decreto-Legge 50/2022 le classificò come “interventi strategici di pubblica utilità, urgenti e non differibili” e le esentò, in larga parte, dalle ordinarie procedure di Valutazione di Impatto Ambientale.

Per il sito di Ravenna, dalla domanda di autorizzazione (luglio 2022) al rilascio dell’Autorizzazione Unica passarono quattro mesi. Una tempistica impossibile in condizioni normali, e resa possibile solo dall’assetto emergenziale.

Quella scelta aveva una logica: diversificare rapidamente le fonti di approvvigionamento energetico riduceva la vulnerabilità geopolitica dell’Italia e dell’Europa. Il GNL — proveniente da Qatar, Algeria, Stati Uniti — diventava un’alternativa concreta al gas russo via gasdotto. La velocità era parte dell’obiettivo.

Ma la velocità ha un costo. Le procedure semplificate hanno compresso i tempi di valutazione ambientale, delegando di fatto il monitoraggio a fasi successive. In questo senso, le criticità ambientali sollevate da ricercatori e associazioni non riguardano solo questi impianti specifici: interrogano il modello con cui l’Italia — e più in generale l’Europa — ha gestito la transizione di emergenza del 2022-2023.

Cosa dicono i dati di monitoraggio e perché non tutti li trovano convincenti

I monitoraggi ambientali degli impianti esistono. Per il terminale Adriatic LNG di Porto Viro, sono condotti operativamente dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) per conto della società, sotto supervisione tecnica ISPRA e con controllo di ARPA Veneto.

I dati pubblicati mostrano, nella quasi totalità dei casi, valori di residui ossidanti sotto i limiti di rilevabilità. Per alcuni ricercatori, questo è rassicurante. Per altri, è il sintomo di un problema metodologico. «Il sistema di monitoraggio imposto da ISPRA non misura ciò che conta davvero», sostiene Franzosini. «Quando l’acqua di mare viene clorata si formano moltissimi composti ossidanti. Il metodo quantifica molecole singole invece di misurare il potere ossidante complessivo dello scarico. Per questo nove volte su dieci i valori sono sotto il limite di rilevabilità». Il risultato è che i valori sono quasi sempre “a posto”, ma non necessariamente perché non ci siano problemi.

I rapporti del 2023 dello stesso impianto mostrano alcune variazioni nelle popolazioni bentoniche vicino ai punti di scarico — indicatori di stress chimico cronico — in contrasto con i dati del 2012 che non avevano rilevato impatti significativi. La questione metodologica rimane aperta.

ISPRA ha precisato che il piano di monitoraggio è stato definito sulla base delle Linee Guida SNPA per gli Studi di Impatto Ambientale e include valutazioni di effetti cumulativi tramite indici ecologici sintetici. La struttura istituzionale, in altre parole, è quella prevista. La domanda che rimane è se sia adeguata alla complessità del problema.

Una questione di scala: valutazioni singole su un bacino condiviso

Uno degli aspetti più rilevanti della situazione adriatica è che i tre principali terminali di rigassificazione — Porto Viro, Ravenna, Krk — si trovano tutti nello stesso bacino semi-chiuso, biologicamente tra i più produttivi del Mediterraneo.

Le valutazioni di impatto ambientale vengono ancora condotte progetto per progetto. Nessuna valutazione ha mai analizzato l’impatto cumulativo e sinergico dei tre impianti sul medesimo ecosistema. In un mare aperto, questo approccio potrebbe essere sufficiente. In un bacino con scarso ricambio idrico, correnti che distribuiscono gli scarichi in modo prevedibile e una concentrazione biologica elevata, la questione è più complessa.

Alcune organizzazioni ambientaliste e ricercatori indipendenti chiedono da anni che venga condotta una valutazione a scala di bacino. La risposta istituzionale, fino ad ora, è stata che ogni impianto rispetta le normative vigenti — il che è probabilmente vero, ma non risponde alla domanda.

Cosa rimane aperto

A questo punto, è utile distinguere tra ciò che sappiamo, ciò che è plausibile ma non dimostrato, e ciò che non sappiamo.

Sappiamo che:

  • la DTS nell’Adriatico mostra picchi che coincidono temporalmente con l’avvio di impianti di rigassificazione a ciclo aperto. Sappiamo che questi impianti scaricano acqua trattata con cloro in un mare ad alta densità biologica;
  • le giovani Caretta caretta si nutrono in superficie e sono quindi esposte a ciò che vi galleggia;
  • il 2009 ha mostrato livelli molto bassi di flora batterica intestinale nelle tartarughe colpite.

Non sappiamo ancora se il legame causale esiste e attraverso quale meccanismo preciso. Le analisi sui campioni 2025 sono in corso. Non esiste ancora uno studio sistematico e comparativo condotto su scala sufficiente.

È ragionevole chiedersi se le procedure di valutazione ambientale, progettate in condizioni normali e poi compresse dall’emergenza energetica del 2022, siano adeguate a un bacino con le caratteristiche dell’Adriatico settentrionale. Ed è ragionevole chiedersi se la scelta tecnologica del ciclo aperto — economicamente vantaggiosa per gli operatori — sia stata valutata con sufficiente rigore rispetto alle alternative.

La storia di Romeo — come quella dei 24 esemplari morti insieme a lui nel 2025 — non dimostra nulla da sola. Ma fa parte di un quadro che merita risposte più precise di quelle disponibili oggi. In un anno in cui Ravenna è Capitale italiana del Mare, sarebbe un segnale importante che quelle risposte venissero cercate con più risorse, più indipendenza e più fretta di quanta se ne sia vista finora.

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito di MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, una partnership giornalistica finanziata dal programma Creative Europe che sostiene i media indipendenti specializzati nel giornalismo internazionale.

Duegradi vive anche grazie al contributo di sostenitori e sostenitrici. Sostieni anche tu l’informazione indipendente e di qualità sulla crisi climatica, resa in un linguaggio accessibile.

  • Giornalista freelance e fisica dell’ambientale con focus sui diritti: umani, climatici e digitali. Realizzo reportage internazionali soprattutto investigativi, combinando passione e rigore scientifico

    Visualizza tutti gli articoli

Add a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *