A tavola con il cambiamento climatico: le donne nella produzione alimentare
Grafiche di Viola Madau
Illustrazioni di Martina Spinelli
Le donne dietro ai nostri piatti
Quando andate a fare la spesa, qual è la prima cosa che osservate al momento di acquistare un prodotto alimentare? Forse la provenienza, la freschezza, la convenienza o la sostenibilità percepita. Ma avete mai pensato a chi lo produce?
Nel quinto appuntamento della serie “A tavola con il cambiamento climatico”, spostiamo l’attenzione dal cibo che consumiamo a chi lo produce. Sebbene spesso tendiamo a dimenticare che dietro al nostro piatto c’è un’intera filiera agro-industriale, dovremmo ricordarci che questo privilegio non è concesso a chi ne subisce gli impatti: la biodiversità, il suolo, l’acqua, l’aria, gli animali da allevamento e non solo, le foreste e sì, anche gli individui, spesso i più vulnerabili.
Il sistema alimentare è composto da persone. Tra queste, le donne ricoprono un ruolo preponderante nella produzione del cibo e, in molti paesi, i sistemi agroalimentari costituiscono una fonte di sostentamento più importante per loro che per gli uomini. Nonostante ciò, il ruolo delle donne tende a essere marginalizzato e le loro condizioni di lavoro sono tra le peggiori: spesso informali, part-time, poco qualificate, ad alta intensità di lavoro, scarsamente o per nulla retribuite.

Se riprendiamo l’esercizio di immaginazione proposto nello scorso articolo, se pensate a una persona che lavora in campagna o nella pesca, chi vi viene in mente? Come la immaginate? Secondo le stime della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), quasi la metà della forza lavoro agricola mondiale è donna. Lo avreste mai detto? Forse no, perché talvolta queste donne sono del tutto invisibili.
Dunque, dato che i meccanismi di adattamento e resilienza agli stress climatici nei sistemi agroalimentari sono influenzati dalle disuguaglianze di genere, questa serie vuole fare luce sulle donne che producono il nostro cibo.
Specifica: L’articolo riflette il modo duale in cui si raccolgono i dati riguardanti il genere, per la maggior parte con una disaggregazione binaria che utilizza le categorie “donna” e “uomo” o “femminile” e “maschile”. Riconosciamo che ulteriori identità di genere, così come discriminazioni ancora più “nascoste”, esistono, anche se non catturate dai dati.
Le sfide delle donne nei base a basso e medio reddito…
Secondo il report “Lo status delle donne in agricoltura 2023” della FAO, nei paesi a basso e medio reddito le donne rappresentano oltre il 60% della forza lavoro agricola, con picchi, ad esempio, nell’Asia meridionale (71%) – un contributo che spesso non viene riconosciuto dalle statistiche, poiché il lavoro femminile viene considerato “aiuto familiare” e non pagato. E cosí i dati ufficiali potrebbero cancellare il lavoro delle donne.

Come ci racconta l’infografica, le donne in agricoltura faticano a ottenere un’indipendenza economica. Non solo possiedono meno terreni, ma hanno anche minori opportunità di acquistarli, così come di accedere a beni, fattori di produzione, mercati, prestiti, programmi di aiuto, tecnologie e informazioni. Inoltre, il lavoro domestico e di cura non retribuito, che toglie tempo alla partecipazione al mercato del lavoro, ricade sproporzionatamente sulle spalle delle donne. L’accesso limitato a questi fattori si traduce in una minor produttività nei sistemi agroalimentari coltivati dalle donne, con impatti negativi per l’intera comunità.
Le norme sociali discriminatorie, come le regole sull’eredità della terra o le limitazioni al lavoro femminile fuori casa, generano e perpetrano questi divari. E, come risultato, le donne sono più vulnerabili alla povertà e all’insicurezza alimentare – per quest’ultima, il divario di genere si attesta al 4,3% (calcolato nel 2021).

…le sfide delle donne in Europa
Non serve andare così lontano rispetto a dove ci troviamo nel mondo per notare le discriminazioni vissute dalle donne in agricoltura. Anche in Europa le donne, che formano il 32% della forza lavoro agricola (secondo le ultime stime dell’Ufficio Statistico dell’UE), sono spesso lavoratrici non pagate o impiegate nel mercato del lavoro informale, con un persistente divario salariale di genere: dove un agricoltore francese guadagna 100, un’agricoltrice guadagna circa 70.
Il progetto europeo FLIARA, che si occupa di innovazione a guida femminile nell’agricoltura e nelle zone rurali, evidenzia le sfide per le donne impiegate nel settore rurale. Il genere incide sulla disoccupazione rurale e le donne sono sproporzionatamente impegnate in lavori di cura, che limitano le loro opportunità di carriera. Ad ostacolarle ci sono poi la scarsità di servizi per l’infanzia, la mobilità, la formazione, il credito e la connessione internet collegati al lavoro e fondamentali per il supporto alle donne nelle zone rurali.
Anche il potere decisionale delle donne continua ad essere limitato: l’indice europeo sull’uguaglianza di genere ci racconta la sottorappresentazione delle donne negli organi decisionali politici ed economici, inclusa l’agricoltura. La maggior parte delle donne in agricoltura e in posizioni manageriali ha più di 35 anni, il che potrebbe ampliare ulteriormente il divario di genere in futuro.
Queste limitazioni hanno impatti reali nei paesi dell’UE, come riportato dal sito Euractiv. Immaginiamo 100 aziende agricole: in Austria, 33 di queste avrebbero gestione femminile e in Francia, 25. Ma se fossimo in Germania, di 100 manager d’azienda, solo 10 sarebbero donne e ben 90 uomini. Nel paese, i ruoli tradizionali di genere pervadono il mondo agricolo, per esempio nelle strutture ereditarie. E in Spagna, quante organizzazioni di settore sono presieduta da donne? Corretto, nessuna.
E in Italia? Nel nostro Paese, il 28% delle aziende agricole è a conduzione femminile. Secondo Confagricoltura, le donne dimostrano dinamismo e consapevolezza dell’importanza della creazione di reti femminili, sebbene la loro imprenditorialità agricola rimanga spesso invisibile.

Il ruolo del cambiamento climatico per le donne nel settore agro-alimentare…
Abbiamo discusso su Duegradi di come le donne soffrano prima e più intensamente gli impatti del cambiamento climatico che al contempo esaspera le disuguaglianze di genere. Questo vale anche per le donne che lavorano nel settore agricolo, che sono sproporzionatamente a rischio rispetto agli uomini. Come mostrato nella mappa sviluppata nel 2023, le donne sono particolarmente vulnerabili nei sistemi agro-alimentari dell’Asia meridionale e occidentale e dell’Africa centrale, orientale e meridionale, così come nel Sahel.

Figure 1 Mappa degli hotspot di disuguaglianza tra clima, agricoltura e genere nei paesi a basso e medio reddito. I paesi di colore arancione più scuro hanno valori dell’indice di hotspot di disuguaglianza climatica-agricoltura-di genere relativamente elevati e si trovano ad affrontare un rischio più elevato. I paesi a basso e medio reddito con colore bianco non sono stati classificati per le limitazioni nei dati.
Di recente, la FAO ha pubblicato il report “Il clima ingiusto”. E quest’ingiustizia sta nel fatto che le strutture sociali, norme e istituzioni che, come discusso, discriminano le donne in agricoltura – e non solo, limitandone l’accesso a risorse, servizi, opportunità di reddito, tempo, rendono la vulnerabilità climatica una questione di genere, minando la loro capacità di adattamento.
Quando si verificano eventi meteorologici estremi, le famiglie a guida femminile subiscono perdite di reddito più significative rispetto a quelle con capofamiglia maschile, ad esempio, dell’8% ($37 miliardi) a causa dello stress da caldo e del 3% ($16 miliardi) per le inondazioni. Inoltre, un aumento di 1°C delle temperature medie potrebbe comportare una perdita di circa un quarto del reddito agricolo.
Con meno risorse e tempo a disposizione, le donne faticano ad adottare pratiche di adattamento al cambiamento climatico. Inoltre, sono più frequentemente impiegate come lavoratrici agricole occasionali, un’occupazione particolarmente vulnerabile alla variabilità climatica.
Nel 2025, un altro studio della FAO ci racconta dell’impatto delle norme discriminatorie sulla vulnerabilità delle donne al cambiamento climatico. Le specie coltivate e allevate dalle donne sono solitamente orientate alla sussistenza e meno remunerative, contribuendo alla minor disponibilità finanziaria delle donne di fronte agli stress climatici. Per esempio, in Kenya si possono attribuire tratti maschili alla proprietà di bestiame, latte e prodotti zootecnici, legittimando il privilegio degli uomini sui prodotti lattiero-caseari e limitando le donne nel possesso di bestiame come capitale finanziario per mitigare i rischi associati ai cambiamenti climatici.

L’accesso ai servizi di estensione è determinante per l’adozione delle nuove tecnologie agricole e le norme di genere che lo limitano influenzano anche l’adozione di tecnologie resilienti al clima. In Uganda, Ghana e Bangladesh, le donne hanno una capacità inferiore di adattarsi al cambiamento climatico perché sono gli uomini a ricevere la maggior parte dei servizi di informazione e formazione agricola.
In Burkina Faso, le norme di genere ostacolano la partecipazione delle donne a eventi pubblici, riducendo il loro accesso alle informazioni sulle previsioni climatiche. E nel Kenya occidentale, l’agro-foresteria è influenzata da norme per cui non è appropriato per le donne piantare alberi.
Anche il lavoro di cura, unito alla crisi climatica, espone le donne a rischi maggiori. Nelle zone rurali dell’India e dell’Africa, le donne dedicano fino al 30% del loro tempo alla raccolta dell’acqua, una percentuale in aumento nelle aree soggette a stress ambientale. Questo le costringe a percorrere distanze sempre maggiori, aumentando il rischio di violenza di genere. Anche in Karamoja, Uganda, il deterioramento delle condizioni climatiche sta aggravando la violenza di genere.

…E il ruolo delle donne per un’agricoltura sostenibile e resiliente al clima
D’altro canto, la ricerca stabilisce una relazione positiva fra il genere femminile e le pratiche agricole sostenibili. Come abbiamo visto, l’agricoltura tradizionale, strutturata attorno alla figura maschile e caratterizzata da molteplici disuguaglianze, tende a rendere invisibile il contributo femminile. In risposta, le pratiche agricole innovative e sostenibili offrono nuove opportunità alle donne, che mostrano una maggiore predisposizione ad adottarle.
Il ruolo delle donne nell’agricoltura intelligente per il clima è riconosciuto come fondamentale sia nei Paesi a basso e medio reddito che in quelli occidentali. Secondo FLIARA, le donne tendono ad introdurre pratiche innovativein azienda, come l’agricoltura multifunzionale, che integra produzione agricola con servizi ambientali, culturali o paesaggistici.
Le imprenditrici agricole, rispetto ai loro colleghi maschi, sono maggiormente motivate da valori ecologici e si impegnano più frequentemente in iniziative di imprenditoria ecologica. Pur disponendo di meno fondi, li investono più frequentemente in progetti ambientali e di sostenibilità. Inoltre, le aziende agricole gestite da giovani donne sono più propense ad adottare misure agroambientali e climatiche rispetto a quelle gestite da giovani uomini.
Già 20 anni fa, due terzi di chi coltivava agricoltura comunitaria in Iowa erano donne. Sempre negli Stati Uniti, le coltivatrici biologiche nello Stato di Washington sono più propense a valorizzare i contributi alla tutela ambientale – come la conservazione del suolo e delle risorse idriche, e la vitalità e la fiducia nella comunità. Secondo alcune ricerche, le donne contadine indipendenti nell’agricoltura sostenibile stanno creando un vero e proprio “sistema agroalimentare femminista“.
Come riportato dal Centro Internazionale di Studi Agronomici Mediterranei Avanzati di Bari, anche in Italia, le aziende gestite da donne tendono a praticare un’agricoltura più sostenibile, sia attraverso metodi tradizionali come il biologico, sia con innovazioni come il novel food. Inoltre, le agricoltrici italiane sono più propense a superare i requisiti minimi per la specializzazione biologica.
Se è vero che le donne possono favorire l’adozione di pratiche agricole climaticamente intelligenti, é necessario riconoscere le differenze di genere nelle priorità e nelle capacità agricole. Per esempio, sviluppare tecnologie che consentano alle donne di risparmiare manodopera e di aumentare la produttività, diminuendo il carico di lavoro e aumentando il tempo libero è fondamentale perché la forza agricola femminile, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, possa prendere in considerazione l’adozione di queste pratiche.
Le persone più critiche rispetto alla correlazione donne – sostenibilità agricola sottolineano che le donne potrebbero essere più coinvolte nell’agricoltura sostenibile perché questa è spesso composta da aziende più piccole e con meno capitale, che rispecchiano quelle a conduzione femminile. Di conseguenza, il coinvolgimento femminile potrebbe dipendere dalla capacità di svolgere il lavoro associato a questi modelli.

Spazio alla voce delle donne
Come sottolineato, le donne non hanno sufficiente voce in capitolo quando si tratta di prendere decisioni. Questo si riflette in politiche e dichiarazioni di intenti (come le NDCs) che non affrontano la questione di genere in relazione all’adattamento o alla mitigazione in agricoltura. Solo una politica agricola su cinque di quelle analizzate dalla FAO include esplicitamente la parità di genere come obiettivo e appena il 13% incoraggia la partecipazione delle donne al ciclo decisionale delle politiche agricole.
Solo nel periodo 2023-2027, per la prima volta viene incluso un obiettivo specifico (il numero 8) nella Politica Agricola Comune dell’UE che promuove l’uguaglianza di genere e la partecipazione femminile nell’agricoltura, e chiede agli Stati membri di valutare la condizione delle donne nelle zone rurali e di creare misure per affrontare le sfide legate alla parità di genere.
Eppure, la letteratura dimostra che l’empowerment femminile e la partecipazione nelle decisioni politiche locali hanno un impatto positivo sui redditi agricoli, favoriscono un incremento della produzione agricola e migliorano la sicurezza alimentare. Empowerment femminile significa anche mettere in discussione norme sociali e ruoli di genere rigidi, che influenzano la partecipazione delle donne nei sistemi agroalimentari, coinvolgendo uomini, ragazzi e leader comunitari in processi trasformativi. Particolarmente efficaci sono gli interventi che riducono il carico di lavoro domestico e non retribuito, migliorano la formazione e l’accesso alla tecnologia, e garantiscono la sicurezza dei diritti fondiari.
La cooperazione e l’associazionismo sono infine strumenti potenti per aumentare la resilienza femminile e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici, fornendo una rete di sicurezza che consente alle donne di investire nel proprio futuro e in quello delle loro comunità.



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