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Tra il dire e il fare c’è di mezzo ENI

Tra il dire e il fare c’è di mezzo ENI

Non credete a nessuno, nemmeno a questo articolo. Fidatevi dei dati.

Grafiche di Viola Madau

Luglio 2025, scrollo Instagram durante l’ennesima ondata di caldo record. Tra post su ghiacciai che collassano e articoli sulla crisi climatica, mi imbatto in qualcosa che mi gela: persone che conosco e stimo, che si occupano di comunicazione, attivismo ambientale e divulgazione, sorridenti a un evento ENI. Il Plenitude Creator Bootcamp. Hashtag sulla sostenibilità. Entusiasmo. E dietro, ben visibili, i loghi Plenitude.

Mi si sono rizzati i peli sulla pelle. Non perché pensi siano in malafede, ma perché conosco ENI. Conosco le cause per greenwashing, le strategie di lobbying contro le politiche climatiche, i danni ambientali documentati. Il bootcamp prometteva di “ispirare una nuova generazione di creator nel racconto dell’energia”. Alla fine, solo sei partecipanti sarebbero diventati PleniDude, i volti ufficiali della narrazione social di Plenitude. Tra chi ha partecipato c’erano profili che fino a ieri condividevano post di divulgazione scientifica, giustizia climatica e ambientale. Dato che siamo in periodo final season di Stranger Things, è una sorta di Sottosopra con forti tonalità di verde.

È come se mi battessi per i diritti animali e poi sui social pubblicizzassi i prodotti vegetali di un’azienda il cui guadagno e business maggiore deriva dalla carne, senza alcuna dichiarata intenzione di eliminarlo. O, per usare un parallelismo che mi piace sempre, è come se dicessi a ChatGPT “scrivimi un articolo a difesa dell’ambiente”. L’assurdo riconosciuto come prassi. Che alla fine assurdo non lo è neanche tanto se si arriva a fare campagne nazionali nel silenzio generale.

E questa non è la prima volta. Tra le mie ricerche sulla “banalità del male” che caratterizza le tattiche comunicative ed educative delle compagnie petrolifere, mi ero già imbattuto in qualcosa di simile. Nel 2020, l’ANP (Associazione Nazionale Presidi) ed ENI avviarono un programma di formazione gratuita per docenti italiani su sostenibilità ambientale. ENI, dall’alto della sua “profonda conoscenza della sostenibilità”, si offriva di guidare la formazione degli insegnanti sul cambiamento climatico, l’efficienza energetica e le bonifiche ambientali.

E infatti, il presidente dell’ANP, in un’intervista ad Altreconomia, qualificò ENI come “maestra” “perché probabilmente ha inquinato molto” e quindi “ha sviluppato delle competenze per contrastare l’inquinamento”. Come dire: per il peacebuilding conviene assumere chi ha causato più morti, perché con quei numeri da capogiro sicuramente è il più indicato a occuparsi di pace e armonia. E il presidente continua: “Ovviamente avremmo potuto pagare professionisti per farlo, ma questo avrebbe avuto un costo per noi”.

Un costo per noi.

A queste parole viene voglia di chiudere tutto e rifugiarsi nel fantasy. Ma non possiamo, perché dobbiamo capire quale costo stiamo davvero pagando. E visto che queste questioni vengono sempre poste in termini economici o politici, senza capire che sono tutte collegate, parliamo di numeri. Secondo un recente studio del National Bureau of Economic Research, un aumento della temperatura globale di 3 gradi entro la fine del secolo provocherebbe un crollo dell’economia mondiale superiore al cinquanta per cento, con perdite equivalenti a centinaia di migliaia di miliardi di dollari rispetto a uno scenario senza riscaldamento. Il lavoro mostra che ogni grado di riscaldamento riduce il PIL globale di oltre il venti per cento nel lungo periodo, con effetti molto più severi rispetto alle stime tradizionali. Senza contare poi le perdite in termini di vite.

Ma torniamo al punto.

Non serve mettersi a caccia del colpevole di turno, né compilare liste nere o sventolare screenshot come fossero prove da tribunale popolare. Non è questo il gioco, e soprattutto non è questo il problema. Qui non si tratta di mettere qualcuno alla gogna, ma di capire. Ed è per questo che, pur essendo un articolo d’opinione, mi affido più ai fatti che agli umori.

A ricordarcelo c’è Nullius in verba, il motto della Royal Society: non credete alle parole di nessuno, nemmeno alle mie. Fidatevi delle prove. È l’idea semplice e rivoluzionaria che la scienza ha messo sul tavolo tre secoli fa: non importa chi parla, importa cosa porta.

E allora niente processi pubblici, niente narrazioni gonfiate. Solo ciò che si può verificare. Il resto è rumore di fondo.

E quindi, sulla base di questo, io vi dico: ENI è un’azienda la cui attività principale resta concentrata nell’oil and gas. Questo non è un giudizio, ma una descrizione basata sui dati disponibili. Secondo un’analisi del 2025 condotta da Reclaim Finance, nel 2024 per ogni euro investito nel business “low carbon” Plenitude, che include anche le rinnovabili, ENI ha investito 7,7 euro nell’oil and gas. In pratica, parliamo di un rapporto di quasi otto a uno a favore dei fossili. La stessa analisi evidenzia che gli obiettivi di produzione di petrolio e gas fissati da ENI per il 2030 risultano superiori del 78 per cento ai livelli compatibili con lo scenario Net Zero Emissions by 2050 dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. In queste condizioni, ENI si colloca come sedicesimo maggior sviluppatore globale di progetti upstream di oil and gas.

Questi dati descrivono il contesto economico in cui si inseriscono iniziative, campagne e programmi formativi legati alla transizione energetica. Il punto non è attribuire intenzioni, ma comprendere la struttura attuale del business dell’azienda.

A questo punto la domanda è inevitabile: se tutto questo è già noto, già documentato, già scritto nei report e nelle inchieste, perché c’è ancora bisogno di quest’articolo?

Quello che mi interessa di più, quello che mi preoccupa davvero, è la normalizzazione progressiva. Venti anni fa, quando Greenpeace faceva campagne contro ENI, i confini erano chiari. C’erano gli ambientalisti da una parte, le compagnie fossili dall’altra, e in mezzo c’era uno spazio vuoto che nessuno attraversava. Oggi ENI sponsorizza eventi sulla sostenibilità, ha una fondazione culturale, parla di transizione ecologica con un linguaggio indistinguibile da quello delle ONG ambientaliste. I confini si sono sfumati, deliberatamente. E noi ci siamo abituati.

Abbiamo smesso di sobbalzare quando vediamo il logo ENI accanto a panel sul clima. Scrolliamo oltre annunci di lavoro per Sustainability Manager in aziende fossili senza pensarci due volte. Quando un collega ci dice che ha accettato una consulenza con una big oil, non chiediamo più spiegazioni. Al massimo pensiamo: “Beh, bisogna pur vivere”. O peggio: “Almeno così avrà voce in capitolo”.

Questo è il vero successo della strategia. Non serve comprare silenzio, basta comprare presenza. Non serve censurare le critiche, basta diluirle dentro un ambiente mediatico dove tutto convive, dove le contraddizioni vengono ribattezzate complessità, dove la complicità si maschera da pragmatismo.

E non è solo ENI. Shell ha lanciato programmi per creator. BP ha finanziato e coinvolto family lifestyle influencer per promuovere i propri prodotti e migliorare la propria immagine pubblica (trovate ottime descrizioni sia qui che qui). TotalEnergies investe milioni in campagne social guidate da volti credibili. È una strategia precisa, documentata, sistematica. Non è improvvisazione, è pianificazione. Il giornale inglese Desmog documenta che, nel 2020, documenti internamente trapelati da BP hanno mostrato come l’azienda cercasse di “raggiungere gli influencer” per apparire “più vicina, appassionata e autentica” e “guadagnarsi la fiducia delle giovani generazioni”, ammettendo allo stesso tempo di essere “vista come uno dei cattivi”.

Una parte rilevante di questi soldi va in comunicazione, per orientare la percezione. E funziona proprio perché reclutano persone credibili, che hanno costruito la loro reputazione parlando di emergenza climatica e di cui il pubblico si fida. Quando un creator con cinquantamila follower e due anni di contenuti sul climate change pubblica un video su Plenitude, quel video porta con sé tutta la credibilità accumulata. ENI non compra solo un post, compra la fiducia che quel creator ha costruito nel tempo.

Guardo i contenuti che stanno uscendo dal bootcamp e cerco di capire: mantengono davvero l’indipendenza promessa o diventano, inevitabilmente, pezzi di una narrazione controllata? I post parlano di energie rinnovabili, ma quanti menzionano che Plenitude è una controllata di ENI? Quanti usano la parola greenwashing o si limitano a celebrare la transizione?

Lo schema è già deciso: ENI è presentata come parte della soluzione, non del problema. E dentro quello schema, qualunque cosa tu dica suona come endorsement.

Ed è qui che arriva la parte più scomoda.

Perché questa storia non parla solo di ENI o dei creator coinvolti. Parla di noi, di come funziona il nostro settore e della società che stiamo diventando.

Che queste collaborazioni esistano non sorprende nessuno. ENI ha soldi. Chi crea contenuti ha bisogno di soldi. Il mercato funziona così. Quello che mi interessa è altro: perché vengono vissute come opportunità legittime, persino desiderabili? Perché chi si presenta come voce del cambiamento accetta di farsi affiancare da chi quel cambiamento lo rallenta da decenni?

Le risposte ovvie sono tutte vere, ma da sole non bastano.

C’è la precarietà economica, ed è reale. La comunicazione scientifica, la divulgazione, la ricerca stessa pagano poco o non pagano affatto. Molti lavorano a progetto, vivono di incarichi a termine, si rincorrono contratti da poche centinaia di euro, mentre la visibilità raramente si trasforma in reddito. Quando arriva un’offerta con un budget vero, produzione professionale, visibilità garantita, quella proposta può spostare una carriera intera. È facile fare i puri quando lo stipendio arriva ogni mese, quando le bollette sono coperte, quando il prossimo contratto non è un’incognita. La precarietà non giustifica tutto, ma spiega molto.

C’è la retorica del cambiamento dall’interno. La frase che sentiamo sempre è più o meno questa: meglio esserci, portare il messaggio giusto, che lasciare il campo libero al greenwashing puro. È un argomento seducente e lo capisco. Ma funziona davvero così? O si finisce per legittimare proprio ciò che si voleva criticare? Quando accetti il ruolo di voce critica tollerata dentro una macchina di pubbliche relazioni, stai davvero cambiando la macchina o stai solo diventando un ingranaggio più presentabile?

C’è l’ambizione personale, che è legittima. In un mondo pieno di creator che parlano di clima, differenziarsi non è un vezzo, è una strategia di sopravvivenza. Chi entra in un programma come quello di Plenitude avrà accesso a risorse che altri colleghi non vedranno mai: budget per i video, squadre di montaggio, spinta pubblicitaria pagata, inviti, contatti, porte che si aprono. Tutto questo non nutre per forza lo spirito critico. Al contrario, può rafforzare il senso di opportunità in un’economia dell’attenzione dove chi non cresce sparisce.

E poi, probabilmente, c’è una sottovalutazione del rischio reputazionale. L’idea che la memoria online sia corta, che tra qualche mese nessuno si ricorderà e che, anche se qualcuno lo farà, non cambierà nulla. Forse hanno ragione. Forse tra un anno nessuno parlerà più del Plenitude Creator Bootcamp e quello che resterà saranno solo i follower in più, un portfolio più ricco, qualche contatto utile in agenda.

Tutte queste spiegazioni sono vere. Ma nessuna, da sola, spiega quello che sta succedendo.

Forse quello che sta succedendo è che stiamo spostando, un poco alla volta, la soglia di ciò che ci sembra accettabile.

Non voglio concludere con una morale facile. Non dirò che sono tutti venduti, perché non è vero e non sarebbe utile. Non dirò nemmeno che è complicato e dobbiamo capire, perché sarebbe una scusa pigra che non serve a nessuno.

Vorrei invece lasciare chi legge con la stessa sensazione di disagio che ho provato scrollando quei post. Il riconoscimento che stiamo assistendo a qualcosa di nuovo e preoccupante: la normalizzazione dell’idea che l’integrità intellettuale sia negoziabile, che si possa tenere insieme la retorica del cambiamento e la collaborazione con chi continua a puntare su petrolio e gas, che ci si possa considerare pragmatici e responsabili mentre si lavora per chi ha costruito i propri profitti su un modello che alimenta la crisi.

A questo si aggiunge una domanda che non possiamo evitare: chi dovrebbe educare i comunicatori della transizione energetica in un momento in cui, come ricorda il Global Tipping Points Report, se aspettiamo la certezza che i punti di non ritorno siano stati superati prima di agire sarà troppo tardi? Chi forma le persone che parleranno di clima per i prossimi dieci anni?

Perché il Plenitude Creator Bootcamp è diverso. Non si tratta di pagare un post che sparisce nelle stories dopo ventiquattro ore. Si tratta di formare una generazione di creator la cui educazione fondamentale passa attraverso un’azienda partecipata dallo Stato italiano che ancora scommette su petrolio e gas. Questo accade mentre i dati scientifici parlano di punti di non ritorno e le conferenze delle Nazioni Unite sul clima faticano persino a stare al passo con la realtà. Non è solo una campagna, è una scelta di paese su chi ha il diritto di raccontare la transizione.

Il paese è qui, in tutto il suo splendore. Forse è vero quello che dicevano in Boris: questa è l’Italia del futuro, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte. Solo che fuori, ora, la morte ha la forma di dati scientifici, di temperature record, di eventi estremi che non sono più estremi ma cronaca ordinaria. E noi continuiamo con le musichette.

E allora, per provare a stare in mezzo a questo frastuono di benpensanti indignati a parole e accomodati nei fatti, mi rimetto le cuffiette e faccio partire ancora una volta Quelli che benpensano di Frankie hi nrg mc.

La domanda con cui vi lascio è semplice. Quando vedremo il prossimo post di un PleniDude, quando scorreremo oltre senza commentare, quando ci diremo che è complicato e bisogna pur vivere, in quel momento di che cosa saremo complici?

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