Tragedia-beni-comuni

Perché devo impegnarmi io se non ti impegni anche tu?

Perché devo impegnarmi io se non ti impegni anche tu?

In economia con “tragedia dei beni comuni” ci si riferisce ad un sistema di risorse condivise in cui gli individui, agendo egoisticamente per il proprio tornaconto personale, esauriscono e deteriorano il bene comune.

 

Accomunati dal bene comune

Gli esseri umani sono tra le specie più complicate e contraddittorie che esistano. Creiamo delle società complesse, con lo scopo di vivere in sintonia sotto le stesse leggi, e poi complottiamo per raggirarle.

 

Un fattore immancabile di una società è il cosiddetto bene comune. Attenzione: non significa esattamente volersi bene comunemente, anche se sarebbe molto bella come idea. Si riferisce ad una risorsa condivisa e benefica per tutti o per la maggior parte dei membri di una comunità. Per definizione, un bene comune ha due caratteristiche particolari, si definisce: 

  • rivale, nel senso che l’utilizzo del dato bene da parte di alcuni individui può potenzialmente limitarne l’accesso ad altri;
  • non escludibile, poiché è difficile o impossibile escludere chi non dà il proprio contributo ricevendo comunque i benefici generati da tale bene. 

 

Per fare un esempio, si pensi ad un lago con molti pesci alimentati per mesi da una comunità di persone. Se un giorno Tizio decidesse di pescare tantissimi pesci, ne rimarrebbero meno per Caio: rivalità del bene comune. Inoltre, Tizio e Caio, anche volendo impedire a Sempronio di pescare, poiché Sempronio non fa parte della loro comunità e non ha aiutato a nutrire i pesci, incorrerebbero in molte difficoltà nel chiudergli l’accesso a quel lago: non escludibilità del bene comune.

 

Altri esempi tipici di bene comune sono le risorse naturali non rinnovabili, ovvero  tutte quelle risorse che non si rinnovano o non vengono sostituite ad un ritmo abbastanza rapido da tenere il passo con i nostri consumi odierni: i combustibili fossili, le risorse minerarie, le fonti d’acqua sotterranee, gli alberi da legna, i serbatoi di carbonio, eccetera.

 

Il fallimento comune

Un comportamento puramente egoistico porta al fallimento della natura stessa di bene comune sia dal punto di vista della sua rivalità che della non escludibilità.

 

Riguardo la non escludibilità del bene comune, è bene imparare a riconoscere una figura che, sebbene agisca discretamente, ha un enorme impatto sulla nostra comunità: il cosiddetto free-rider. Difficilmente traducibile in italiano letteralmente, il free-rider è colui che giova, sfrutta e gode del bene comune senza partecipare al suo mantenimento. Apparentemente innocuo, rappresenta il cancro di intere società. Non indossa una maschera e gira per strada solitamente disarmato: ci vive più vicino di quanto possiate immaginare. Probabilmente vi è già capitato di andarci a prendere uno Spritz o condividere la cena di Natale. Non stupitevi se ne avete un esemplare in casa vostra.

 

Il free-rider è chiunque non dia da mangiare ai pesci del nostro laghetto ma peschi comunque, chi non acquista il biglietto dell’autobus o chi non paga le tasse e usufruisce della sanità pubblica, chi non stampa lo scontrino e chi non lo richiede, chi accetta di pagare meno lasciandosi ammaliare dal “senza fattura verrebbe …” e chi quell’offerta la fa. Ma indovinate un po’? I costi di tutti quei meravigliosi beni e servizi non diminuiscono ma vengono semplicemente sostenuti da meno persone ad un prezzo più alto.

 

Chiunque non sia un free-rider paga per i free-rider. La tentazione è forte: nel caso del bene comune spesso manca l’incentivo a contribuire. Effettivamente, che io paghi o meno, che io dia da mangiare ai pesci o che lasci solo Tizio e Caio farlo, l’effetto finale non cambia di troppo. I pesci cresceranno bene comunque, finché Tizio e Caio gli daranno da mangiare. Tizio e Caio non sono meno furbi di Sempronio, ma cercano semplicemente di adottare un comportamento civico solidale. Il problema sorge quando a fare i free-rider diventa un cospicuo numero di persone: nessun pesce sopravvivrebbe

 

Oltre alla non escludibilità, si pensi alla rivalità di un bene comune. Anche se tutta la comunità contribuisse al mantenimento dei pesci, affinché tutti possano avere il proprio pescato garantito, ognuno dovrebbe sfruttare il laghetto in modo proporzionato e in relazione alla capacità naturale del laghetto, senza inquinarlo con agenti chimici e senza utilizzare una quantità d’acqua che vada oltre la capacità di rigenerazione del laghetto stesso. Le risorse naturali sono infatti limitate e non hanno una capacità di autorigenerazione infinita.

 

Se Tizio si svegliasse un giorno e decidesse di pescare una quantità smisurata di pesci, c’è il rischio che l’amico Caio rimanga con meno pesci. Inoltre, è probabile che tali pesci, se pescati in un laghetto inquinato, causino problemi di salute a tutti: Tizio, Caio e Sempronio. È la cosiddetta tragedia dei beni comuni, che si riferisce ad un sistema di risorse condivise in cui gli individui, agendo egoisticamente per il proprio tornaconto personale, esauriscono e deteriorano il bene comune. Applicando questo comportamento ai grandi produttori, il laghetto di pesci di Tizio e Caio è paragonabile alle foreste inquinate e incendiate del nostro pianeta, alle riserve d’acqua sovrautilizzate, alle risorse minerarie e via discorrendo…

 

Quando la privatizzazione e il libero mercato non rappresentano soluzioni adottabili per risolvere il problema, entrano in gioco accordi volontari e regolamentazioni internazionali

 

Il cambiamento climatico come tragedia dei beni comuni

Un esempio lampante della tragedia dei beni comuni è stato illustrato da uno dei padiglioni dell’Expo milanese del 2015. Il padiglione della Svizzera ha insegnato a tutti una triste lezione. Era composto da quattro torri riempite con quattro tipi di prodotti che i visitatori potevano prendere gratuitamente. 

 

Tragedia dei beni comuni: l'esperimento del padiglione della svizzera

 

Chiunque poteva prendere quanti prodotti volesse, sapendo però che le scorte non sarebbero state rimpiazzate: una volta terminate, il padiglione sarebbe rimasto semplicemente vuoto. Che esperimento meraviglioso! La possibilità degli ultimi visitatori del padiglione di avere quei prodotti dipendeva dalla coscienza e dal comportamento più o meno egoistico dei visitatori iniziali. A metà maggio, dopo due settimane dall’apertura, di quattro silos pieni di mele essiccate, acqua, caffè e sale rispettivamente, risultavano disponibili solo quelli con sale e caffè. 

 

Una grande metafora del mondo, dove le risorse naturali hanno un limite e spetta a noi prendercene cura e sfruttarle responsabilmente. Il cambiamento climatico è infatti la prima conseguenza della tragedia dei beni comuni. Così come le falde acquifere e i bacini di pesca hanno una capacità relativamente buona di generare un flusso di risorse (di fornire acqua e pesci, in pratica) anche i corsi d’acqua e i serbatoi di carbonio sono in grado di assorbire sostanze inquinanti e reintegrarle nei processi naturali, alla sola condizione che vengano sfruttati in modo sostenibile.

 

La sfida chiave per il governo delle risorse comuni è dunque limitare il loro uso in modo da prevenirne l’estinzione o il collasso, distribuendo allo stesso tempo la capacità di fornire servizi tra gli utenti in modo sostenibile ed equo. Se c’è una lezione che la natura stessa di queste risorse ci insegna è che quando tutti agiscono nell’interesse personale piuttosto che in modo solidale, la tragedia è vicina, comune ed individuale.

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