COPERTINA FACILITAZIONE

Transizione ecologica e trasformazione sociale 

Transizione ecologica e trasformazione sociale

Sostenere la transizione ecosociale attraverso i processi partecipativi e la facilitazione di gruppi

di Collettivo La Prossima Cultura

illustrazioni di Daniela Goffredo

Viviamo tempi spaventosi e affascinanti. Spaventosi come gli scenari futuri che la crisi ecologica, climatica e sociale ci pone di fronte. Affascinanti perché la profonda trasformazione che ci è richiesta a livello collettivo sta già mettendo in campo l’impegno e la creatività di tantissime persone.

 

Ogni cambiamento porta inevitabilmente con sé molte domande e una buona dose di scomodità e tensioni. A maggior ragione quando bisogna far fronte a crisi interconnesse. Per questo ci sembra tanto più necessario dialogare tra posizioni diverse: non basta affrontare questi temi individualmente, perché hanno a che fare con una dimensione collettiva.

 

Come possiamo allora creare le condizioni perché la dimensione collettiva possa emergere?

 

La tecnologia non basta

Partiamo da qui: non basta affrontare la sfida climatica da una prospettiva puramente ingegneristica o economica. Abbandonare l’uso di fonti fossili, ripensare le modalità di trasporto o le filiere produttive, per esempio, richiede anche un cambiamento profondo nelle pratiche sociali: le scelte politiche, le abitudini delle persone e, scendendo più in profondità, la cultura stessa. L’aspetto culturale include il modo in cui ci relazioniamo con la natura e gli altri esseri umani, la visione del mondo e l’insieme dei credo e dei modelli mentali che danno forma alla società.

 

Affrontare il piano sociale della transizione ecologica è una sfida che non possiamo trascurare.

 

La dimensione collettiva della transizione ecologica

La transizione ecologica non ha solo una dimensione individuale, ma anche collettiva. Ce ne rendiamo conto perché le sfide che abbiamo per le mani sono sempre più complesse, perché coinvolgono sempre più attori di mondi diversi, perché gli impatti sulle vite delle persone sono sempre più forti.

 

Decisioni e cambiamenti profondi come quelli richiesti dalla crisi climatica ed ecologica possono portare fisiologicamente a tensioni o veri e propri conflitti sociali. Pensiamo, per esempio, a quando nel 2018 i “Gilet Gialli” in Francia hanno protestato per l’aumento delle tasse sui carburanti, che sarebbe servito a finanziare politiche per la transizione ecologica, ma che allo stesso tempo ha avuto un impatto sproporzionato sulle classi lavoratrici.

 

Non dimentichiamo poi che la crisi climatica ed ecologica ha una dimensione globale e sistemica: la nostra economia globalizzata si intreccia con il portato storico del colonialismo, dello sfruttamento della terra, delle risorse e degli esseri viventi a scopo produttivo, e con le disuguaglianze sociali ed economiche. Per ottenere i cambiamenti necessari c’è bisogno di nuove modalità di relazionarsi al pianeta e tra esseri viventi.

Promuovere culture collaborative

Abbiamo bisogno di collaborare per cambiare ciò che non è più adatto a un mondo in piena crisi climatica ed ecologica. Serve collaborare nell’affrontare gli impatti più forti e prevenire o mitigare quello che possiamo. Servono intelligenza collettiva e creatività. Serve non arenarsi nel “noi contro loro”, ma attraversare i conflitti e arrivare a soluzioni condivise. Serve promuovere una cultura che consideri non soltanto gli interessi e i bisogni degli “io individuali”, ma anche quelli degli “io collettivi”.

 

Collaborando, troviamo soluzioni win-win, stabiliamo e rinforziamo legami, creiamo benefici per tutte le parti. Soprattutto quando riusciamo a creare un terreno fertile per una collaborazione di qualità: efficace, trasparente, dove c’è spazio per la partecipazione e l’ascolto di tutte le voci, arrivando così a decisioni che tengono conto della complessità e di molteplici prospettive.

 

Gruppi, movimenti, organizzazioni

La dimensione collettiva inizia in tutti quei gruppi (associazioni, movimenti, gruppi di lavoro in aziende o istituzioni, gruppi di ricerca…) che portano avanti progetti, azioni, iniziative per contrastare la crisi ecologica.

 

Può capitare di incagliarsi su dinamiche di gruppo poco efficaci. Difficoltà nella comunicazione, accordi poco chiari, difficoltà nel prendere decisioni o affrontare temi scomodi, fino a veri e propri conflitti, sono aspetti che spesso accompagnano la vita di grupp.

 

Prendersi cura di un progetto per la sostenibilità significa anche prendersi cura del gruppo che lo porta avanti e dei suoi processi interni. Siamo immersi in una cultura della performance che tende a mettere l’accento sugli obiettivi, sul “cosa” facciamo (e “quanto” facciamo). Dietro ogni obiettivo raggiunto ci sono persone e relazioni (il “chi” lo fa), ma anche il “come” lo facciamo: che accordi si darà il gruppo? Come prenderà le decisioni? Come affronterà le conversazioni difficili che prima o poi saranno necessarie?

 

Questo “come” può essere efficace e inclusivo, con il supporto di strumenti e metodologie che chiamiamo facilitazione di gruppi. La facilitazione non entra nel merito dei contenuti, il “cosa” fare, che rimane di competenza del gruppo. Si occupa di accompagnare il “come” questi contenuti vengono trattati ed esplorati.

 

La facilitazione è forse antica quanto le prime forme di organizzazione umana. In effetti ancora oggi molti strumenti sono mutuati o ispirati da culture di popoli indigeni: dalla via del cerchio, al bastone della parola, dall’indaba ai cerchi di giustizia rigenerativa. Metodi decisionali come il consenso e l’assenso (usato in sociocrazia) hanno le loro origini nei processi decisionali usati dai Quaccheri. Più di recente, movimenti per la nonviolenza e i diritti civili, gruppi di autocoscienza femministi o di costruzione di comunità integrano sempre più la facilitazione a partire dagli anni ‘60 e ‘70. La facilitazione delle riunioni, per esempio, inizia a comparire come processo formale a partire dalla fine degli anni ‘60.

 

Le radici della facilitazione includono anche discipline che spaziano dalla sociologia, al  pensiero sistemico e scienza della complessità, passando per psicologia, scienze cognitive, pedagogia, teoria e pratica dei processi partecipativi e democratici, costruzione di comunità, mediazione e giustizia riparativa. Oltre naturalmente all’esperienza di centinaia di gruppi, movimenti e organizzazioni (dagli ecovillaggi alle aziende) che integrano questi strumenti nella loro quotidianità.

 

Facilitazione in pratica

Nella pratica, la facilitazione si declina in varie metodologie e attitudini, a seconda dei bisogni del gruppo: quando è bloccato su un tema caldo, per esempio, potrebbe servire creare un clima di ascolto e coesione per affrontarlo in modo collaborativo. Magari invece occorre prendere una decisione che sia sostenuta da tutto il gruppo senza creare vincitori o perdenti. O forse serve attingere all’intelligenza collettiva per esplorare strade creative.

 

Qualche esempio: se una rete sta muovendo i suoi primi passi e ha l’obiettivo di rafforzare e sostenere le voci dell’attivismo climatico italiano, costruire dunque una dimensione collettiva, gli strumenti della facilitazione potranno accompagnarla verso un dialogo sulla propria identità e sulla propria visione futura, fino a riuscire a trovare dei denominatori comuni tra le varie voci presenti.

 

Oppure nel caso in cui un’associazione di attivismo riconosca al proprio interno l’esistenza di alcune dinamiche di genere, e voglia migliorare sotto questo aspetto, si può parlare insieme dell’impatto emotivo che tali dinamiche hanno sul gruppo, per poi approvare delle linee guida su come affrontare episodi di violenza di genere al proprio interno.

 

La governance (chi decide cosa e come) è tra i temi più caldi che i gruppi si trovano ad affrontare, perché legato ad altri come il potere, la leadership, il senso di identità. Nella nostra esperienza con progetti di educazione libertaria, movimenti e associazioni culturali, spesso occorre prima far emergere possibili impatti emotivi e conflitti latenti, e solo in un secondo momento decidere quali accordi sono necessari per i processi decisionali interni.

 

 

La facilitazione è a servizio della dimensione collettiva, non di quella individuale. Punta a essere “equivicina” a tutte le parti, per poterle sostenere a esprimersi, ascoltarsi e arrivare a una comprensione reciproca più profonda. Passo a passo, impariamo a comunicare e decidere pensando come un organismo, invece che come singoli individui, e mettiamo in pratica una cultura che rigenera le relazioni.

 

Coinvolgere la cittadinanza

La transizione ecosociale richiede cambiamenti profondi che chiamano in causa diversi attori e parti sociali. Le imprese, il terzo settore, gli enti locali e nazionali, le associazioni ambientaliste… ognuna di queste realtà ha interessi diversi, che possono portare a conflitti e tensioni.

 

Ma tutti questi soggetti sono anche portatori di una varietà di saperi e conoscenze: da un lato saperi tecnici, dall’altro saperi basati sull’esperienza, le prospettive valoriali, la storia, i valori simbolici o culturali. Come integrare questi saperi e prospettive diverse? Come condividere la responsabilità del processo di cambiamento e trasformare eventuali conflitti in modo costruttivo? Come contenere il rischio di perpetuare diseguaglianze sociali? Il coinvolgimento attivo dei cittadini e di vari attori nelle decisioni sulla transizione ecologica non solo risponde a queste domande, ma permette anche di gestire processi decisionali in modo trasparente e partecipativo.

 

 

Per esempio, la democrazia deliberativa e strumenti come le assemblee di cittadini, tra gli altri, propongono raccomandazioni attraverso un processo curato, in cui sono state soppesate diverse possibilità e prospettive. Questi strumenti sono ormai consolidati e utilizzati per affrontare temi complessi, tra cui il cambiamento climatico (come accade ad esempio in Francia, Spagna o UK, ma anche a Milano e Bologna). Sono usati persino a livello globale: un campione di 100 persone, rappresentativo della diversità umana, ha partecipato alla Global Assembly sul clima e scritto una dichiarazione poi presentata alla COP26. 

 

Dai crimini d’odio alle fake news e la disinformazione, sono esperienze in cui abbiamo visto che è possibile mettere al centro un tema e affrontarlo da molteplici punti di vista, attraverso il dialogo e la collaborazione. Una maggiore partecipazione, nelle sue varie forme, porta da un lato a rafforzare le democrazie, contrastando la crisi diffusa della democrazia rappresentativa; dall’altro rafforza i legami nelle comunità e tra istituzioni e cittadinanza.

 

Perché questi strumenti?

Utilizzare strumenti come la facilitazione di gruppi e i processi partecipativi è un modo per fare quei primi passi che – collettivamente e individualmente – dobbiamo compiere per realizzare una transizione ecologica verso un’economia e una società sostenibili e attente ai temi della giustizia sociale.

 

 

Si tratta di essere resilienti, ma di una resilienza trasformativa: quella che non ci porta a perpetuare gli schemi e i modelli alla radice delle crisi attuali. Un approccio che da un lato prepara a sostenere gli impatti del cambiamento climatico, rafforzando le comunità e le democrazie, e mantenendo aperto il dialogo su temi complessi. Ma che dall’altro ci porta a interrogarci collettivamente su quale visione del mondo ci guida e quali idee vogliamo tenere come riferimento nel futuro, cambiando insieme tutto ciò che è necessario per imparare a vivere nell’era dell’Antropocene e pensare come un (eco)sistema.

 

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