LPSI 6-5

Trattori, farine di grillo e carne sintetica

Le parole sono importanti è una rubrica mensile sugli ecosistemi del linguaggio che abitiamo e dentro i quali parliamo del nostro presente. Nasce dalla constatazione di un’ambiguità: oggigiorno chiunque voglia agire o trovare soluzioni ai cambiamenti climatici ha a disposizione una quantità enorme di materiale – tra informazioni, ricerche in corso ed evidenze scientifiche – eppure si ha sempre la sensazione di attraversare mari agitati e ostili, dove tutto e il contrario di tutto si mescola in continuazione. Questa rubrica cerca di offrire una bussola per orientarsi tra le più comuni mistificazioni, fallacie logiche e distorsioni utilizzate da chi ha interesse a inquinare la comprensione del nostro presente. Perché l’epoca in cui viviamo è un’epoca di cambiamenti del clima, ma anche le parole che usiamo per raccontarli stanno cambiando. 

 

In questo quinto numero della rubrica Le parole sono importanti parleremo di Green Deal, trattori, pesticidi chimici, carne sintetica e farine di grillo e di come un uso ideologico del concetto di tradizione svela alcune grosse contraddizioni nella retorica della destra, alla vigilia delle elezioni europee.

 

Trattori, farine di grillo e carne sintetica: come la destra ha fatto dell’Europa il nemico perfetto del buon cibo italiano

Dal 06 al 09 giugno 2024 si vota per rinnovare il Parlamento Europeo. Giusto prima che si votasse l’ultima volta, nella primavera del 2019, veniva proclamato il primo sciopero globale di Fridays For Future. Il cambiamento climatico entrava nelle parole, negli schermi, nei piatti e nelle discussioni delle persone. Nel 2020 l’European Green Deal veniva approvato. Pur tra mille incertezze, nodi da sciogliere e interessi divergenti da conciliare, il clima era salito al vertice delle tematiche d’interesse pubblico in Europa.

 

Quattro anni dopo, con una pandemia alle spalle, la guerra in Ucraina e il massacro di Palestinesi a Gaza ancora in corso, il tema del cambiamento climatico sembra essersi impantanato tra tumulti geopolitici, esigenze di sicurezza energetica e le contro-richieste di molti settori industriali minacciati dalla transizione. 

 

Uno di questi settori è certamente quello dell’agricoltura. Si tratta di uno dei settori più sussidiati a livello di fondi UE, e anche uno dei maggiormente interessati dalle politiche verdi del Green Deal, nonché forse l’unico dei temi ambientali ad aver ricevuto una certa esposizione mediatica nei mesi precedenti al voto Europeo. Tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera di quest’anno, infatti, gli agricoltori sono scesi tra le strade di molte capitali europee coi loro trattori: Amsterdam, Bruxelles, Parigi, Roma e molte altre. Tra le varie questioni che hanno animato le proteste degli agricoltori, una sicuramente cruciale è quella riguardante l’uso dei pesticidi chimici. La Commissione Europea aveva proposto il dimezzamento del loro impiego entro il 2030 e l’introduzione di una serie di misure complementari per rendere più sostenibile la protezione dei raccolti. Se da un lato queste sostanze sono considerate importanti per salvaguardare la resa delle coltivazioni, dall’altro lato impongono un alto costo ambientale, con ricadute sulla biodiversità, sul suolo, sulle falde acquifere e sulla salute dei consumatori. La questione della sostenibilità del settore agricolo è evidentemente complessa, irriducibile a una semplicistica ripartizione del torto e della ragione. È un terreno di incontro tra diverse istanze: la lotta ai cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare, l’identità culturale, la competizione dei prodotti alimentari sul mercato globale. Si tratta anche di un tema che molti politici hanno interesse a cavalcare, finendo però talvolta per rivelare le proprie ideologiche contraddizioni.  

 

Le rivolte sono state prevalentemente cavalcate dall’universo mediatico e dai partiti di estrema destra con la consueta retorica delle astruse trame legislative dei tecnocrati europei che imbrigliano il lavoro delle persone in carne ed ossa. In Italia è stata la Lega a cercare più visibilmente di intestarsi le proteste degli agricoltori, provando a fare del cibo un facile bottino per le proprie mire elettorali. E sono stati proprio i temi del cibo e della tradizione che hanno fatto scattare il cortocircuito nella retorica della destra. Nelle parole della Lega, la nostra tradizione agro-alimentare, e la nostra salute, vanno protette dall’ingresso sul mercato di prodotti come la ‘carne sintetica’ (espressione per altro impropria) o la farina di grillo, ma non egualmente dall’uso eccessivo di pesticidi sintetici, nocivi per la salute dei consumatori più di quanto si è generalmente ritenuto. Tradizione e cibo sano che si trasformano in un feticcio, da sbandierare a seconda delle diverse situazioni, a seconda di come tira il vento e di quali interessi bisogna assecondare. 

Gli agricoltori, equiparati a baluardi di un mondo che affonda le proprie radici nella nostra cultura più antica, vengono elevati a modelli dell’economia reale, con tanto di retorica del buon cibo, contro le astruse ideologie green di Bruxelles. Le criticità del settore agricolo, che si tratti dell’uso eccessivo di pesticidi chimici o delle emissioni legate agli allevamenti, vengono taciute e al contempo qualunque nuovo prodotto che possa andare a ridurre il consumo di carne da allevamento viene osteggiato. Da un lato i puri, gli agricoltori che lavorano sodo e ci garantiscono un cibo autentico, succo della nostra tradizione. Dall’altro l’esercito di grigi replicanti della burocrazia europea, insensibili colletti bianchi che vogliono costringerci a cambiare le nostre sacre abitudini alimentari. Il piatto è pronto. La semplificazione è servita. La solita falsificazione anche. Buon appetito.

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