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Un mare di guai

Ridurre i voli, prendere la bicicletta invece che l’auto, ridurre il consumo di carne; sono queste alcune delle più comuni strategie per ridurre le emissioni e combattere, nel proprio piccolo, il cambiamento climatico. E se ci fosse però qualcosa di altrettanto importante e quasi sempre ignorato nel computo dei gas serra prodotti da ognuno di noi?

L’inquinamento delle navi

Parliamo del commercio internazionale, e specificamente di quello navale, che rappresenta oggi il 90% del totale mondiale e contribuisce in considerevole misura ad aumentare l’impatto umano sull’ambiente. Le navi da trasporto merci sono attualmente responsabili di circa il 2,5% delle emissioni globali; potrà sembrare poco, ma corrisponde all’incirca a 1/6 delle missioni totali provenienti dai trasporti!

Ma perché le navi inquinano tanto? Perché usano un tipo di carburante che è tra i peggiori: a differenza di altri motori a combustione fossile, come quelli delle auto, le grandi portacontainer utilizzano carburante scarsamente raffinato, contenente agenti maggiormente nocivi sia in termini climatici che ambientali. Il cosiddetto “bunker fuel” è, a tutti gli effetti, una delle frazioni meno lavorate del petrolio, cui vengono aggiunte grandi quantità di zolfo e metalli pesanti. Questo è dovuto semplicemente alla volontà di abbassare i costi di trasporto, senza curarsi delle possibili esternalità negative – ossia degli effetti deleteri per l’ambiente – della scelta. Fino ad ora è stato fatto molto poco per invertire la tendenza.

Lo scarso impatto dell’OMI

L’Organizzazione Marittima Internazionale (OMI), l’ente internazionale deputato al controllo degli spostamenti in mare, non è infatti immune alle influenze politiche: molti paesi hanno ceduto il proprio diritto di voto nell’Assemblea OMI a privati, compagnie di bandiera e aziende di trasporti, che dunque non rappresentano più gli interessi statali, ma i propri. Per questo, pur avendo ottenuto che i paesi membri intraprendessero un percorso politico che dovrebbe portare all’abbassamento delle emissioni, molti escamotages legali sono stati mantenuti a detrimento dell’ambiente.

Per fare un esempio emblematico, una nuova mozione dell’OMI ha decretato che entro il 2020 il contenuto di zolfo del carburante delle navi dovrà raggiungere una percentuale massima dello 0.5% (attualmente è, in media, del 2.7%). Sembrerebbe una buona notizia, e invece potrebbe portare più danni che benefici: un emendamento alla mozione rende infatti possibile la “pulizia” del carburante invece che il suo rimpiazzo con un tipo migliore; pulizia che, nemmeno a dirlo, prevede lo scarico delle componenti inquinanti direttamente in mare.

Anche le scelte riguardanti i gas serra sembrano poco ambiziose: entro il 2050, l’OMI prevede una riduzione delle emissioni totali del 50% rispetto ai livelli del 2008. Le migliorie tecnologiche contemporanee potrebbero fare sì che questo non costituisca, per allora, neanche uno sforzo minimo dal punto di vista politico.

Il ruolo della politica

Il settore navale non è l’unico responsabile dell’inquinamento, ovviamente; anche quello aereo, che rappresenta il 3% delle emissioni globali, pesa sul conto dei gas serra che ogni anno emettiamo nell’atmosfera. Tuttavia, se facciamo un raffronto, il trasporto aereo ha già conosciuto forti cambiamenti negli ultimi anni, e l’Unione Europea ha anche istituito un’iniziativa dedicata al contrasto delle emissioni del settore. Quello delle navi da trasporto, allora, è un ambiente che gode della mancanza di una chiara volontà politica e beneficia della pressione continua delle lobby del settore, a tutti i livelli. A livello statale, l’importanza del commercio è riconosciuta da tutte le parti in campo, perché contribuisce allo sviluppo economico dei paesi esportatori e ha ricadute positive anche su chi importa. Cosa ci aspetta, allora, per il futuro? Considerando che il mercato contemporaneo si regge sempre più sugli scambi internazionali, è ovvio che una situazione del genere tenderà a peggiorare negli anni a venire.

Eppure il cambiamento climatico in atto sembra non preoccupare molti di coloro che avrebbero gli strumenti per fermarlo, anzi: molti soggetti statali e industriali sono pronti ad approfittare della situazione, ed è cominciato lo studio delle rotte migliori attraverso l’Artico una volta che la calotta polare si sarà completamente sciolta.

Per far sì che le politiche sulle navi da trasporto diventino più ambiziose è necessario che gli Stati comincino a agire in maniera decisa, ma dovrebbero prima di tutto dimostrare coerenza a livello globale e nazionale. Uno dei maggiori risultati ottenuti dall’OMI ad oggi è quello che sta portando all’approvazione di un bando totale di trasporto e utilizzo di combustibili pesanti (come il “bunker fuel”) nella zona artica; un primo passo, ma di certo non abbastanza per garantire un futuro con minori emissioni ed inquinamento.

Un mare di guai

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