323. Masi_Politica e attualità_La questione climatica, passo a passo_Le origini della questione climatica-1-Copertina

Le origini della questione climatica

Le origini della questione climatica

Scopriamo come negli anni 50 e 60 il tema dei cambiamenti climatici si sviluppi in ambito scientifico per poi arrivare all’attenzione delle istituzioni politiche sulla spinta del nascente movimento ambientalista

Grafiche di Viola Madau

Introduzione

Sui cambiamenti climatici sembra che chiunque abbia un’opinione: da chi ritiene che si tratti della sfida principale per il futuro dell’Umanità, a chi minimizza sostenendo che il clima è sempre cambiato, fino a chi ci vede complotti internazionali. Eppure i cambiamenti climatici sono un’evidenza oggettiva che dovrebbe essere essenzialmente studiata con metodo scientifico. Allora perché è così diffuso l’atteggiamento che porta molti a “credere” o meno ai cambiamenti climatici, come se si trattasse di un argomento religioso? Per capire questo dibattito, ormai diventato uno dei punti distintivi tra Destra e Sinistra, può essere utile conoscerne la storia. Questo ci proponiamo di fare con questa serie di articoli.

Le prime misurazioni della concentrazione atmosferica della CO2

Nel marzo 1958 Charles David Keeling, un trentenne geochimico statunitense, arrivò sulla principale isola delle Hawaii per raggiungere un piccolo edificio di cemento grigio a 3.397 metri sul livello del mare. Percorrendo una strada tortuosa immersa in un paesaggio di lucide rocce nere, si inerpicò sui pendii del Mauna Loa, uno dei cinque vulcani dell’isola, ma la sua destinazione sembrava non arrivare mai.

Quella amena località era stata scelta da Roger Revelle, il direttore dello Scripps Institution of Oceanography, che aveva ingaggiato Keeling un paio di anni prima, impressionato dai suoi studi sul campionamento dell’anidride carbonica. Il progetto di misurazione della CO2 di Keeling aveva bisogno di una località che permettesse di raccogliere dati puliti ed attendibili e quell’osservatorio dell’Ufficio Meteorologico degli Stati Uniti nelle Hawaii sembrava il posto ideale: situato ad alta quota a migliaia di chilometri da masse continentali, offriva le condizioni ideali per le misurazioni di Keeling, grazie anche all’assenza di vegetazione e di altre attività umane.

Arrivato alla sua destinazione, Keeling si sistemò nella dependance a circa 50 metri dall’osservatorio e iniziò ad installare le apparecchiature di sua invenzione. Negli anni precedenti, lavorando in California, aveva capito che le sue misurazioni sull’anidride carbonica potevano risentire fortemente delle emissioni umane provenienti dalle automobili o dalle fabbriche. Aveva allora spostato i suoi rilevamenti nelle foreste delle montagne dell’Arizona scoprendo che la concentrazione della CO2 subisce un ciclo giornaliero regolare che riflette le influenze della fotosintesi, della respirazione del terreno e del rimescolamento atmosferico.

Nel suo primo giorno di misurazioni a Mauna Loa, Keeling registrò una concentrazione di CO2 atmosferica di 313 ppm. Ma nei mesi seguenti, con sua grande sorpresa, la concentrazione di CO2 iniziò a crescere fino a raggiungere un massimo in maggio, quando cominciò a diminuire raggiungendo un minimo in ottobre. Nei mesi successivi la concentrazione aumentò di nuovo per ripetere lo stesso schema stagionale nel 1959. Dopo un paio d’anni di misurazioni Keeling dichiarò: «Stavamo assistendo per la prima volta al prelievo di CO2 dall’aria da parte della natura per la crescita delle piante durante l’estate e alla sua restituzione ogni inverno successivo».

Nel maggio 1960 Keeling pubblicò sulla rivista scientifica Tellus un articolo intitolato “The Concentration and Isotopic Abundances of Carbon Dioxide in the Atmosphere” dove illustrava i risultati del suo lavoro presentando il modello dell’andamento della concentrazione di CO2 a dente di sega che oggi è noto come la “curva di Keeling”.

I dati si dimostrarono subito precisi e, già nel 1959, indicarono un aumento della concentrazione di CO2 rispetto all’anno precedente. Negli anni Sessanta Keeling giunse ad una prima, importante, conclusione: in quel decennio la concentrazione di CO2 cresceva con un tasso annuo dello 0,3% ed il grafico risultante assumeva perciò la forma di una curva sempre in crescita.

L’iniziale dibattito scientifico sul riscaldamento globale

L’interesse del giovane Keeling per la concentrazione della CO2 non era nato dal nulla. Il suo progetto si collocava nell’ambito del dibattito scientifico sul tema del riscaldamento della Terra che ebbe le sue origini nel lavoro di Guy Stewart Callendar, un ingegnere inglese con la passione per la meteorologia, che in un articolo scientifico del 1938, riprendendo la teoria del chimico svedese Svante Arrhenius che già nel 1896 aveva ipotizzato la correlazione tra concentrazione di CO2 e temperatura terrestre, presentò i risultati delle sue ricerche sui dati della temperatura media del pianeta nei cinquant’anni precedenti, mostrando un lieve ma misurabile aumento[1]. In altre pubblicazioni, nei successivi vent’anni, arrivò a stimare la crescita della concentrazione della CO2 in atmosfera dalle 290 parti per milione alla fine dell’Ottocento alle 320 nel 1935, proponendo l’ipotesi che questo fenomeno fosse all’origine dell’aumento della temperatura.

Ma la sua ipotesi non ottenne molto credito in ambito scientifico, dove l’opinione prevalente era che l’assorbimento della CO2 da parte degli oceani compensasse quella liberata dall’impiego dei combustibili fossili e dalle deforestazioni. Negli anni Cinquanta il legame tra effetto serra e cambiamenti climatici fu un tema di grande interesse per gli scienziati, tanto che nel 1957 Roger Revelle, in un articolo sullo scambio della CO2 tra atmosfera ed oceani, rimarcò la necessità di disporre di dati più precisi circa la concentrazione della CO2 nell’atmosfera[2]. Proprio in quel periodo stava lavorando all’organizzazione della spedizione di Keeling a Mauna Loa.

L’evidenza di un incremento della temperatura media della Terra e di un contemporaneo aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera portarono gli scienziati a dibattere più accuratamente sull’ipotesi che i due fenomeni fossero legati. Fino a quel tempo la tesi prevalente, basata su misurazioni fatte al livello del mare, era che il vapore acqueo e l’anidride carbonica fossero in grado di assorbire tutte le radiazioni infrarosse e che quindi l’aggiunta di CO2 non potesse cambiare l’intensità dell’effetto serra. Ma gli studi sugli strati più alti dell’atmosfera, che stavano avendo un notevole impulso a seguito della gara per la conquista dello spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica (il lancio del primo satellite artificiale avvenne il 4 ottobre 1957 proprio mentre Keeling stava compiendo le sue misurazioni a Mauna Loa), dimostrarono che l’effetto serra complessivo deriva dalla combinazione di assorbimenti radiativi diversi nei vari strati dell’atmosfera a causa della differente composizione dell’aria ad altitudini via via maggiori. Ovviamente questa maggiore complessità comportava un notevole aumento dei calcoli necessari per valutare l’impatto della CO2 e su questo fronte un contributo decisivo fu portato da Gilbert Plass, un fisico canadese che, lavorando per un centro di ricerca della Ford, sviluppò uno dei primi modelli climatici utilizzando i computer allora disponibili[3]. Da quel momento le vecchie obiezioni sulla saturazione dell’assorbimento radiativo non furono più usate per respingere la teoria dell’effetto serra.

Negli anni ’60 il lavoro sui modelli climatici con tecniche informatiche si sviluppò per cercare di considerare sempre meglio diversi feedback climatici. Ad esempio, gli scienziati cercarono di capire se l’aumento della temperatura terrestre potesse provocare una maggiore evaporazione dei mari e di valutare come il conseguente incremento del vapore acqueo nell’atmosfera potesse cambiare l’albedo terrestre a seguito di una maggiore copertura nuvolosa. Fra i lavori di quegli anni merita di essere ricordato quello di Syukuro Manabe, un climatologo giapponese naturalizzato statunitense, che si distinse per i suoi studi pionieristici nell’ambito della modellizzazione climatica e continuò a far progredire la scienza climatica fino ai primi anni di questo millennio. Nel 1967 i suoi calcoli permisero di prevedere che, se la quantità di CO2 fosse raddoppiata rispetto all’epoca preindustriale, la temperatura sarebbe aumentata di 2 °C. Secondo molti esperti, questo modello forniva la prima prova ragionevolmente solida che il riscaldamento da effetto serra poteva davvero verificarsi[4]. Da allora la modellizzazione climatica, anche grazie all’incessante progresso in campo informatico che ha reso disponibili potenze di calcolo sempre maggiori, ha continuato a svilupparsi per considerare un numero di fattori sempre più alto.

Le origini del movimento ambientalista

Sessant’anni fa il consenso scientifico sulla correlazione tra riscaldamento globale e concentrazione di gas serra in atmosfera era quindi già molto ampio al punto che il 13 gennaio 1965 sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti Lyndon Baines Johnson arrivò un memorandum che accennava a questo fenomeno Questa data segna quindi il momento in cui per la prima volta il tema viene posto all’attenzione del mondo politico. Nel memorandum si anticipava che il Gruppo di studio sull’inquinamento ambientale, facente parte del Comitato consultivo scientifico del Presidente degli Stati Uniti (PSAC, President’s Science Advisory Committee), nel novembre successivo avrebbe completato un report sull’inquinamento dell’ambiente. Questo report contiene una sezione dedicata ai cambiamenti climatici, a cui contribuirono tra gli altri Keeling e Revelle, che spiegava già allora i meccanismi alla base del riscaldamento globale. Nel documento si può leggere:

Con la sua civiltà industriale mondiale, l’uomo sta inconsapevolmente conducendo un vasto esperimento geofisico. Nel giro di poche generazioni ha bruciato i combustibili fossili che si sono lentamente accumulati nella Terra negli ultimi 500 milioni di anni. (…) I cambiamenti climatici che potrebbero essere prodotti dall’aumento del contenuto di CO2 nell’atmosfera potrebbero essere deleteri per gli esseri umani. Occorre quindi esplorare a fondo le possibilità di provocare deliberatamente cambiamenti climatici di segno opposto.

Questo messaggio, rivolto al massimo esponente della politica americana, è decisamente chiaro ed è stato il primo di una lunghissima serie. Purtroppo nel 1965 Johnson era troppo occupato con il movimento per i diritti civili e la guerra del Vietnam e l’allarme sui cambiamenti climatici non ebbe alcun seguito.

Il PSAC si attivò sul tema dell’inquinamento ambientale perché negli anni Sessanta negli Stati Uniti, per la prima volta nel mondo, stava prendendo forma nella pubblica opinione una consapevolezza su questi temi. Nel 1962 era uscito il libro “Primavera Silenziosa” della biologa e zoologa Rachel Carson. Il titolo era dovuto alla constatazione che «la primavera non è ormai più preannunziata dagli uccelli, e le ore del primo mattino, risonanti una volta del loro bellissimo canto, appaiono stranamente silenziose». Quello che sembra il messaggio di una signora borghese preoccupata della sorte degli uccellini e dei fiori del proprio giardino, era in realtà una potente denuncia degli effetti collaterali della cosiddetta “Rivoluzione verde”, l’innovativo approccio tecnologico alla produzione agricola che aveva aperto le porte alla meccanizzazione, alle monoculture, all’impiego di varietà vegetali ottenute dal miglioramento genetico, all’uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi. Se da un lato le nuove tecniche avevano consentito un impressionante aumento della produttività, dall’altro stavano danneggiando l’ambiente in modi che all’epoca erano assolutamente impensabili. Dopo quattro anni di studi e ricerche, la Carson denunciò che l’inquinamento del suolo e delle acque, oltre alla morte di molte specie di animali, aveva ricadute dirette sulla salute degli uomini, dimostrando che le sostanze assorbite dalle piante entrano nella catena alimentare con effetti cancerogeni.

Il libro, che ha il merito di aver segnato l’inizio del moderno ambientalismo diffondendo nella pubblica opinione il tema dell’inquinamento e del rispetto per l’ambiente, fu accolto da durissime critiche promosse dalle industrie chimiche americane che, dopo aver inutilmente tentato di far causa al suo editore, scatenarono una campagna mediatica con lo scopo di far passare la Carson come una «zitella emotiva irrazionale, regressiva allarmista, isterica e poco scientifica», «una ingenua birdwatcher» e addirittura «una probabile comunista». Un importante esponente politico di Washington che era stato ministro dell’Agricoltura si chiese: «Come mai una zitella senza figli è così interessata alla genetica?».

Nonostante questa campagna mediatica, l’allora presidente John Fitzgerald Kennedy istituì un comitato di esperti per esaminare le questioni denunciate nel libro. Nel maggio del 1963, il comitato accolse le analisi scientifiche della biologa, con la raccomandazione di abbandonare gradualmente i pesticidi più tossici. Processo che si compì solo nel 1972 con la messa al bando dell’impiego del DDT nelle coltivazioni statunitensi. La Carson non vide mai gli effetti della sua opera perché morì il 14 aprile 1964, dopo aver combattuto contro il cancro anche durante gli studi e la scrittura del suo libro.

Il primo interesse delle istituzioni politiche

Ma il messaggio di “Primavera Silenziosa” non andò perduto e i temi ambientali cominciarono gradualmente a farsi strada nell’opinione pubblica e nelle classi dirigenti. Infatti il 22 maggio 1968 la Svezia richiese alle Nazioni Unite la convocazione di una conferenza internazionale sui problemi dell’ambiente umano, stimolando l’impegno dell’ONU su questo tema. Nella lettera del rappresentante svedese presso le Nazioni Unite[5] si può leggere: «con la nozione di “problemi dell’ambiente umano” qui utilizzata si intendono (…) i cambiamenti nell’ambiente naturale dell’uomo provocati dall’uso, senza un adeguato controllo, dei progressi della tecnologia moderna nell’industria e nell’agricoltura (…) quali l’inquinamento atmosferico, l’erosione e/o l’impoverimento del suolo, l’uso eccessivo e incontrollato di biocidi, i problemi dei rifiuti, ecc.». E poche righe dopo: «anche se i membri della comunità scientifica sono diventati pienamente consapevoli del fatto che i cambiamenti nell’ambiente umano possono comportare serie minacce per il benessere, o addirittura per la sopravvivenza, dell’uomo, le ripercussioni economiche, sociali e politiche non sono ancora state pienamente comprese dal pubblico in generale e dalle autorità politiche». Da queste parole emerge la piena consapevolezza che il governo svedese avesse del tema e, sebbene sia stato il primo a renderla esplicita, sicuramente non poteva essere l’unico.

  1. Callendar G.S. “The artificial production of carbon dioxide and its influence on temperature” in Journal of the Royal Meteorological Society – aprile 1938
  2. Revelle R. e Suess H.E. “Carbon Dioxide Exchange Between Atmosphere and Ocean and the Question of an Increase of Atmospheric CO2 During the Past Decades” in Tellus – gennaio 1957
  3. Plass G.N. “Carbon Dioxide and Climate” in American Scientist – luglio 1959
  4. Manabe S. e Wetherald R.T. “Thermal Equilibrium of the Atmosphere with a Given Distribution of Relative Humidity” in Journal of the Atmospheric Sciences – maggio 1967
  5. United Nations “The question of convening an international conference on the problems of human environment: addendum: letter dated 68/05/20 from the Permanent Representative of Sweden addressed to the Secretary-General of the United Nations”

Leggi anche:

Duegradi vive anche grazie al contributo di sostenitori e sostenitrici. Sostieni anche tu l’informazione indipendente e di qualità sulla crisi climatica, resa in un linguaggio accessibile.

  • Laureato in Economia, dopo un lungo percorso professionale come consulente e imprenditore nel campo del business digitale, attualmente si dedica alla divulgazione sui temi legati alla crisi climatica.

    Visualizza tutti gli articoli

Add a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *